Ancora amicizia…

Qualche giorno fa raccontavo in che tipo di amicizia credo e, tra le altre cose, parlavo dall’assoluta scarsa importanza della distanza in un legame del genere.

Oggi ho avuto due ulteriori conferme in merito.

Anzitutto c’è stato il piacere di avere a pranzo una cara amica di Roma col marito: non ci vedevamo da più di un anno e non sempre abbiamo occasione di sentirci, ma la giornata è trascorsa nel modo più piacevole possibile; abbiamo mangiato, parlato, scherzato, raccontato e le ore sono trascorse velocemente dall’ora di pranzo a quella di cena: purtroppo non siamo potuti uscire a fare un giro, dato che non voglio ancora sforzare molto la caviglia, ma non è stato importante… le parole ed il piacere di stare insieme sono bastati a se stessi.

Poi, andati via i graditi ospiti, ho letto una mail ricevuta in giornata da uno dei miei più cari amici, anch’egli lontano: questa settimana ci eravamo sentiti pochissimo ed ha voluto spiegarmi tutto ciò che gli è capitato, nel bene e nel male.
Era una mail lunga, importante per motivi che non sto qui a spiegare, in cui veniva fuori sempre e comunque la splendida persona che è ed, in aggiunta, il bene che vuole a me ed a Sweetie.

Ecco, rivedersi negli occhi e nelle parole di queste persone, sapere quanto bene mi vogliono e quanta stima hanno di me, sapere quanto bene io voglio a loro, sono tutti tasselli che mi fanno capire che val la pena credere a ciò in cui credo e continuare la strada che sto percorrendo.

Grazie amici miei.

Di cuore.

Empatia, questa sconosciuta…

Gli ultimi 5 giorni mi hanno dato conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto l’empatia sia diventata rara, soprattutto in certi ambienti.

Mi spiego meglio: se un mio cliente o una persona che lavora con o per me (non considero gli amici, per cui la cosa dovrebbe essere già più ovvia) mi dovesse venire a dire che ha avuto un incidente o un problema di salute con effetti limitanti almeno per un periodo la mia reazione sarebbe di chiedergli come sta, se posso essere utile e dirgli di non preoccuparsi, perché al lavoro ci si penserà una volta rimessosi.

Ora, magari mi preoccupo esageratamente, ma mi sembra il minimo che per lo meno chi viene a conoscenza di un’informazione del genere ne prenda atto senza discuterne particolarmente, ma probabilmente mi illudo.
In questi giorni, infatti, a parte un paio di persone che si sono comportate come speravo, ho avuto modo di assistere alle risposte più interessanti:

– il lavoro è tanto, non puoi comunque organizzarti in qualche modo? magari lavorando da casa (già, perché se avessi potuto fare il lavoro in sospeso per te da casa non ci avrei pensato io, vero? Io mi sto divertendo…)

– cavoli, peccato: senti, ma non hai un modo per passare lo stesso? Va bene anche di sera… (certo, perché a me la caviglia di notte guarisce magicamente e vado anche a ballare, giuro!)

– ah, quindi non puoi passare? No perché questa cosa era urgente… sai, alla fine della prossima settimana non ci sono perché devo sposarmi (ok, tanti auguri, ma non è che la mia caviglia festeggi sgonfiandosi, sai?)

E via dicendo in questo modo.

Ora, io posso tranquillamente capire che il contrattempo è fastidioso, ma non vi ho detto all’improvviso che vado a fare il giro del mondo in mongolfiera e non è che starmene a casa con la gamba sollevata sia proprio il mio concetto di vacanza: ripetete con me "infortunio non è vacanza", non è difficile, su.

Povero illuso…

Tanti auguri a…

Questo piccolo blog che, ridendo e scherzando, compie oggi un mese di vita.
Che dire?
Ho iniziato quasi solo per sfizio dicendomi "boh, vediamo come va" ed oggi, a 31 giorni di distanza, sono stupefatto di come sta procedendo: è diventato per me un appuntamento fisso che non voglio saltare, ma scopro ogni giorno che lo è diventato anche per quei lettori che sono tanto gentili da venire a leggere i miei sproloqui e le mie follie.
A questo punto la domanda (semi citazione) da porsi è: è più folle il folle o il folle che lo segue?
Grazie a tutti, miei compagni di follia

Amicizie…

Ho sempre creduto nell’amicizia.
Sempre.
Il che può anche essere strano, se contiamo che durante la mia infanzia e, peggio, durante l’adolescenza i miei rapporti coi coetanei sono sempre stati un po’, come dire, tesi: io ero il "secchione", ero quello da sfottere perché timido e sovrappeso, ma non ero sicuramente il compagno di "avventure" per i ragazzi od il ragazzo da guardare e puntare per le ragazze.
Eppure all’amicizia ho sempre creduto.

Forse, anzi probabilmente, sono stato influenzato anche dai tanti fumetti, cartoni e telefilm in cui mi rifugiavo nei miei non rari momenti di solitudine: in quelle storie, forse ingenue, forse banali, poco importa, si raccontava di quanto fosse più facile andare avanti quando si era uniti, quando si avevano amici su cui contare, quando i tuoi amici potevano contare su di te; si raccontava di quanto la lealtà fosse fondamentale e di come ci si sentisse bene a far parte di un gruppo in cui si teneva l’uno all’altro.
Ed è quello il concetto di amicizia che ho sempre considerato mio.

Ho sempre pensato di dover fare tutto il possibile per le persone a me care, non solo per i parenti o per la mia compagna, ma per tutti coloro che rientrano nella mia sfera di affetti: non importa quanto lontani essi siano o quante frequentemente ci si veda… il mio amico forse più caro vive a Roma e lo vedo forse due volte l’anno, eppure lui sa bene quant’è importante per me e quanto sarei pronto a tutto se dovesse aver bisogno.
Così come io lo so di lui.

Già, perché è questa l’amicizia in cui credo:
quella in cui le cose si sanno, non necessariamente vanno dette…
…quella in cui un "vai a cagare" spesso significa più di un "ti voglio bene" perché entrambi sappiamo che è così…
…quella in cui non importa che ci si senta tutti i giorni, perché quando vorrai parlarmi io sarò sicuramente qui…
…quella in cui non c’è bisogno di dire molto, basta un "aiutami" perché si sia pronti a tutto…
…quella in cui a volte le battute rimangono non dette, perché da uno sguardo ci si è già capiti e si scoppia a ridere come degli idioti…
…quella in cui magari farò qualcosa per te senza dirtelo e senza che tu lo venga a sapere, ma sarò felice di averlo fatto se è per farti star bene…
…quella in cui "io ci sono" sono più di tre parole messe in fila…
…quella in cui uno dei due farà una cazzata colossale e l’altro glielo dirà senza cercare di giustificarlo…
…quella in cui l’inizio di una storia arricchisce anche l’amicizia invece di farla morire e gli amici diventano 3 o 4 invece di sparire…
…quella in cui si sa scegliere quando dire la verità o stare zitti, pur sapendo di poter ferire in entrambi i casi…

Questa è l’amicizia in cui ho sempre creduto e crederò sempre: certo, ci sono state tante delusioni anche recenti  e molte ne verranno ancora, ma basta una conferma per cancellarle una per una.
Illuso?
Sognatore?
Forse.
Ma è così che voglio vivere.
E tanto basta.