Empatia, questa sconosciuta…

Gli ultimi 5 giorni mi hanno dato conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto l’empatia sia diventata rara, soprattutto in certi ambienti.

Mi spiego meglio: se un mio cliente o una persona che lavora con o per me (non considero gli amici, per cui la cosa dovrebbe essere già più ovvia) mi dovesse venire a dire che ha avuto un incidente o un problema di salute con effetti limitanti almeno per un periodo la mia reazione sarebbe di chiedergli come sta, se posso essere utile e dirgli di non preoccuparsi, perché al lavoro ci si penserà una volta rimessosi.

Ora, magari mi preoccupo esageratamente, ma mi sembra il minimo che per lo meno chi viene a conoscenza di un’informazione del genere ne prenda atto senza discuterne particolarmente, ma probabilmente mi illudo.
In questi giorni, infatti, a parte un paio di persone che si sono comportate come speravo, ho avuto modo di assistere alle risposte più interessanti:

– il lavoro è tanto, non puoi comunque organizzarti in qualche modo? magari lavorando da casa (già, perché se avessi potuto fare il lavoro in sospeso per te da casa non ci avrei pensato io, vero? Io mi sto divertendo…)

– cavoli, peccato: senti, ma non hai un modo per passare lo stesso? Va bene anche di sera… (certo, perché a me la caviglia di notte guarisce magicamente e vado anche a ballare, giuro!)

– ah, quindi non puoi passare? No perché questa cosa era urgente… sai, alla fine della prossima settimana non ci sono perché devo sposarmi (ok, tanti auguri, ma non è che la mia caviglia festeggi sgonfiandosi, sai?)

E via dicendo in questo modo.

Ora, io posso tranquillamente capire che il contrattempo è fastidioso, ma non vi ho detto all’improvviso che vado a fare il giro del mondo in mongolfiera e non è che starmene a casa con la gamba sollevata sia proprio il mio concetto di vacanza: ripetete con me "infortunio non è vacanza", non è difficile, su.

Povero illuso…

Tanti auguri a…

Questo piccolo blog che, ridendo e scherzando, compie oggi un mese di vita.
Che dire?
Ho iniziato quasi solo per sfizio dicendomi "boh, vediamo come va" ed oggi, a 31 giorni di distanza, sono stupefatto di come sta procedendo: è diventato per me un appuntamento fisso che non voglio saltare, ma scopro ogni giorno che lo è diventato anche per quei lettori che sono tanto gentili da venire a leggere i miei sproloqui e le mie follie.
A questo punto la domanda (semi citazione) da porsi è: è più folle il folle o il folle che lo segue?
Grazie a tutti, miei compagni di follia

Amicizie…

Ho sempre creduto nell’amicizia.
Sempre.
Il che può anche essere strano, se contiamo che durante la mia infanzia e, peggio, durante l’adolescenza i miei rapporti coi coetanei sono sempre stati un po’, come dire, tesi: io ero il "secchione", ero quello da sfottere perché timido e sovrappeso, ma non ero sicuramente il compagno di "avventure" per i ragazzi od il ragazzo da guardare e puntare per le ragazze.
Eppure all’amicizia ho sempre creduto.

Forse, anzi probabilmente, sono stato influenzato anche dai tanti fumetti, cartoni e telefilm in cui mi rifugiavo nei miei non rari momenti di solitudine: in quelle storie, forse ingenue, forse banali, poco importa, si raccontava di quanto fosse più facile andare avanti quando si era uniti, quando si avevano amici su cui contare, quando i tuoi amici potevano contare su di te; si raccontava di quanto la lealtà fosse fondamentale e di come ci si sentisse bene a far parte di un gruppo in cui si teneva l’uno all’altro.
Ed è quello il concetto di amicizia che ho sempre considerato mio.

Ho sempre pensato di dover fare tutto il possibile per le persone a me care, non solo per i parenti o per la mia compagna, ma per tutti coloro che rientrano nella mia sfera di affetti: non importa quanto lontani essi siano o quante frequentemente ci si veda… il mio amico forse più caro vive a Roma e lo vedo forse due volte l’anno, eppure lui sa bene quant’è importante per me e quanto sarei pronto a tutto se dovesse aver bisogno.
Così come io lo so di lui.

Già, perché è questa l’amicizia in cui credo:
quella in cui le cose si sanno, non necessariamente vanno dette…
…quella in cui un "vai a cagare" spesso significa più di un "ti voglio bene" perché entrambi sappiamo che è così…
…quella in cui non importa che ci si senta tutti i giorni, perché quando vorrai parlarmi io sarò sicuramente qui…
…quella in cui non c’è bisogno di dire molto, basta un "aiutami" perché si sia pronti a tutto…
…quella in cui a volte le battute rimangono non dette, perché da uno sguardo ci si è già capiti e si scoppia a ridere come degli idioti…
…quella in cui magari farò qualcosa per te senza dirtelo e senza che tu lo venga a sapere, ma sarò felice di averlo fatto se è per farti star bene…
…quella in cui "io ci sono" sono più di tre parole messe in fila…
…quella in cui uno dei due farà una cazzata colossale e l’altro glielo dirà senza cercare di giustificarlo…
…quella in cui l’inizio di una storia arricchisce anche l’amicizia invece di farla morire e gli amici diventano 3 o 4 invece di sparire…
…quella in cui si sa scegliere quando dire la verità o stare zitti, pur sapendo di poter ferire in entrambi i casi…

Questa è l’amicizia in cui ho sempre creduto e crederò sempre: certo, ci sono state tante delusioni anche recenti  e molte ne verranno ancora, ma basta una conferma per cancellarle una per una.
Illuso?
Sognatore?
Forse.
Ma è così che voglio vivere.
E tanto basta.

Strane situazioni…

In questi ultimi giorni ho avuto modo di (ri)assistere ad alcune "classiche" scene messe tipicamente in atto da alcune persone un po’ avanti con gli anni che mi portano sempre a chiedermi "perché?".

Situazione n. 1 – "L’amico ritrovato"
un parente (che può essere genitore, nonno o zio) vi chiama: "Vieni qui! C’è una sorpresa".
Voi, un po’ preoccupati da ciò che potreste incontrare, vi avvicinate e vi trovate davanti uno sconosciuto.
Il parente: "Hai visto chi c’è?"
In quel momento il vostro sguardo va in loop alla ricerca di informazioni di qualunque tipo che possano fornire indizi sull’identità dell’individuo lì di fronte, al momento più misteriosa dell’assassino di un romanzo di Deaver, e mentre voi abbozzate un sorriso di forma che somiglia più ad una paresi, ecco che il parente (accidenti a lui) incalza: "Ma possibile che non lo riconosci? Ma se eravate così amici?".
Ora le possibilità non sono molte:

  1. vi siete improvvisamente rincoglioniti e la maggior parte delle vostre cellule neurali si sono trasformate in un omogeneizzato per bambini… certo, la cosa non è impossibile, ma così di botto?
  2. siete vittima di candid camera e state già meditando di non fornire la liberatoria a meno di non venire adeguatamente ricompensati
  3. il famoso "amico" era il vostro vicino di culla all’ospedale e la tanto decantata amicizia consisteva nel riuscire a piangere in coro per due ore consecutive senza mai sbagliare tonalità

Di solito, manco a dirlo, la risposta giusta è l’ultima e voi vi trovate lì, come un idiota, non solo a non sapere cosa dire ma a domandarvi se sia più educato dire "scusa, non mi ricordo proprio chi sei" col rischio di ulteriori insistenze da parte del parente oppure "ma certo, come potrei mai dimenticarmi quei meravigliosi pianti corali", mettendo in dubbio la vostra sanità mentale.

Ed in tutto ciò una sola cosa vi consola: vedete negli occhi dell’altra persona, del presunto amico, lo stesso, vostro identico sguardo che vi scruta e si domanda "ma chi razzo è questo?".

Situazione n. 2 – I bambini

Vi capita mai di vedere un adulto (solitamente avanti con gli anni) alle prese con un bambino?
Certe volte è VERAMENTE imbarazzante.
Se il bambino è ancora incapace di esprimersi verbalmente allora il presunto adulto inizia uno spettacolino composto di monosillabi e/o domande idiote, pensando che il pargolo di diverta un mondo, quando dallo sguardo del poverino sono evidenti i pensieri che attraversano quel cervellino ancora così sensibile.
Un dialogo parlato/pensato che può suonare all’incirca così:

– Adulto: "cuccicuccicù"
– Bimbo:
"Prego?"
– A: "puccipuccipà"
– B:
"mi scusi. io no parlo sua lingua."
– A: "ma di chi sono queste belle manine? eh? di chi sono?"
– B:
"oh beota, sono attaccate alle  mie braccia, di chi vuoi che siano, eh? Meglio essere condiscendenti, va…"
– A: "mangia tanta pappa che poi diventi come me"
– B: "ok, quasi quasi inizio uno sciopero della fame, tanto per sicurezza"

Se invece il bambino ha intorno ai tre anni e, per pura sfiga, viene accompagnato in giro da un genitore o un nonno che incontrano un loro conoscente la cosa diventa surreale: il conoscente fa la domanda (sempre con tono un po’ idiota) al bimbo ed immediatamente dopo risponde INEVITABILMENTE il parente.
Giusto ieri, al pronto soccorso, la scena che mi si è presentata è stata quella di un uomo di una settantina d’anni che faceva domande ad un bimbo di 3 anni lì con la nonna:

– U: "Ma come ti chiami, eh, bel bimbo?"
– N: "Diglielo come ti chiami, dai… <<Mi chiamo Mirko>>"
– U: "Che bel nome e quanti anni hai?"
– N: "Diglielo quanti ne hai, dai… <<Ne ho 3>>"
– U: "E vai all’asilo, eh? Vai all’asilo?"
– N: "Su, rispondi al signore, dai… <<Ci andrò da settembre>>"

Ed il bimbo, nel frattempo, lanciava sguardi che andavano dal "ma farti un po’ i fatti tuoi, no?" al "aiuto, la nonna è posseduta!!!".

Richiesta formale: se mai chi mi conosce dovesse vedermi agire come in una delle situazioni citate, per favore, ABBATTETEMI! Grazie.

Pensierini convalescenti

Sono sul divano, portatile in braccio, con la gamba sollevata e la borsa del ghiaccio a cercare di lenire il gonfiore.

Ho il gatto che dorme letteralmente abbracciato al mio braccio destro, quasi fosse un felino normale.

In questo momento due pensieri mi accompagnano.

Il primo è se sarebbe tanto grave fanculizzare definitivamente un cliente arrogante che sembra pensare che io mi sia preso una settimana di ferie invece che di infortunio.

Il secondo è legato alla visita al pronto soccorso di stamattina: il medico, vedendo il piede, mi fa "Lei ha fatto l’unica cosa che non doveva: camminarci sopra!". Ora, la mia domanda è: dato che non penso molti tengano stampelle in casa e dato che la mia dolce massa non sarebbe stata sollevabile da Sweetie, secondo il gentil dottore che avrei dovuto fare per spostarmi? Volare grazie ai miei superpoteri?

Santa pazienza…