Ieri e oggi

Giro di boa. Si dice di quando si arriva a metà di un qualcosa e ci si appresta a tornare.

Molte volte si sa che un certo momento o evento sono il fatidico giro, certe volte no. Lo si scopre dopo. O semplicemente non si pensa che quello un giorno, a posteriori, lo si vedrà come tale.

Tipo il 18 settembre del 1996. Quella notte sapevo soltanto che la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Sapevo solo quanto male faceva. Quasi nient’altro.

Non pensavo, quel giorno, che quello era stato l’ultimo giorno della mia vita in cui mia madre era presente e che da quel momento ci sarebbero stati solo giorni senza. Prima e dopo. C’è sempre un prima e un dopo.

Il fatto è che per molti e nel sentire comune (tanto comune che non ci si pensa, a dire il vero) il prima dura sempre più del dopo. Chi perde un genitore, a meno che avvenga quando si è giovani, avrà comunque potenzialmente vissuto una maggior parte della sua esistenza avendolo in vita che altrimenti. Non ci si pensa, ribadisco, ma è così. Per molti. Non per tutti, lo so, ma per molti.

Ecco, io da oggi non sono più in quei molti. Oggi e da oggi avrò vissuto più giorni senza mia madre nella mia vita che avendola. Da oggi, per definizione, la mia normalità non è più l’averla avuta, ma il non averla.

Per definizione.

So che può sembrare strano fare questo calcolo, ma per me no. Per me che ricordo date, ricorrenze, eventi, è la normalità, per quanto assurda possa sembrare.

E una parte di me ne ha bisogno, per non permettermi comunque di dimenticare. Perché si può ripetersi in eterno che non dimenticheremo nulla, ma non è vero. Certo, tutto può rimanere latente in noi, ma i ricordi più vecchi? Quelli si affievoliscono. Diventano le loro ombre. Fotogrammi di film senza i momenti prima e quelli dopo. Istanti non collocabili nel tempo.

A volte mi sforzo ancora di ricordare la sua voce. Mi sembra di riuscirci. Ancora. E il profumo, quello sì, ma io e gli odori ben leghiamo.

Ma da oggi tutto è più lontano.

Fino a ieri ero un uomo che da ragazzo ha perso la madre.

Oggi sono un uomo che una volta ha avuto una madre.

Sottigliezze, diranno molti.

Seghe mentali.

Per me, semplicemente, la mia vita.

Alita

La storia degli adattamenti live action di prodotto giapponesi, siano essi manga o anime, non è certo costellata di soli successi, soprattutto se il film di destinazione nasce in occidente per un pubblico non sempre avvezzo al tipo di storie e narrativa del materiale originale o, forse è più corretto dire, da parte di produttori che non sempre sono in grado di comprendere i punti di forza di tale materiale e riproporli in un nuovo formato.

Uno degli ultimi casi è ovviamente Ghost in the shell, ma si potrebbero citare diversi altri esempi di film tratti da manga o anime desiderati e mai prodotti o, se venuti alla luce, ben lontani dall’originale e quindi destinati a perire nel limbo di quello che non doveva essere prodotto.

Alita, di suo, ha poi avuto una storia produttiva lunga e travagliata. Per oltre 15 anni James Cameron aveva in qualche modo lavorato alla creazione del film, ma tutti conosciamo Cameron e tra quelli e i vari seguiti di Avatar che ormai sembra attendere solo lui, Alita era sempre passato in secondo piano, fin quando il regista si è deciso a passare il compito a Rodriguez, rimanendo come produttore e come co-creatore della sceneggiatura.

Per questo motivo e per i flop pregressi di cui facevo cenno, per lungo tempo l’hype legato al film non era montato molto, pur con trailer che stimolavano la curiosità quanto meno relativamente al comparto tecnico (e i tanti, troppi commenti relativi agli occhi di Alita).

Ora il film è fuori da due settimane e se dovessi valutare le reazioni in termini di attesa dalla sala in cui mi trovavo (Imax di un venerdì sera, con molti più posti vuoti e che occupati), mi verrebbe da affermare che il marketing non ha sfondato a sufficienza.

Ed è un peccato.

È un peccato, perché Alita è sotto tutti i punti di vista un film godibile, visivamente impressionante e non del tutto banale, che fa trascorrere poco più di due ore appassionandosi a un personaggio interamente ricostruito in CGI, emozionandosi in alcuni momenti ed entusiasmandosi in altri.

Una precisazione d’obbligo, prima di procedere, è che io non ho mai letto il manga originale. Io e i manga abbiamo un rapporto travagliato (sicuramente a causa mia) e quel particolare ramo del mio nerdismo non è mai stato molto sviluppato. Pertanto mi sono recato al cinema non con l’intenzione di confrontare il film con la sua ispirazione, bensì col desiderio di farmi raccontare una storia e vedere se ne sarei uscito soddisfatto.

Così è stato. Certo, il film ha una scrittura non sempre fluida che, per le necessità di costruire un mondo, spesso è costretta a cedere a qualche spiegazione di troppo: un difetto che si fa perdonare sia per la resa dei momenti in cui avviene che perché difficilmente succede a lunga distanza da momenti di azione pura. Non sempre il ritmo è ottimizzato: ci sono volte in cui sembra di perdersi in attese un po’ troppo lunghe e che forse avrebbero giovato per un po’ più di editing, ma non si giunge mai alla noia o all’insofferenza (tranne per la tizia che avevo seduto accanto, ma lei aveva già deciso che si sarebbe annoiata e l’aveva prontamente comunicato al suo fortunatissimo compagno).

La trama mette parecchia carne al fuoco, con linee narrative personali che si intrecciano in più punti, ma riesce comunque a non ingarbugliare troppo il tutto e a non confondere eccessivamente l’utente: non siamo, comunque, davanti a scelte narrative innovative (fatte salve forse due o tre scene) e il fatto che Cameron sia un narratore di vecchia scuola si sente pesantemente in quanto meno una scena e in alcune caratterizzazioni che cozzano un po’ con il personaggio.

Ho elencato questi difetti per primi per spiegare dove ci sono le falle più evidenti e, nonostante queste, il film riesce a divertire. I meriti principali sono indubbiamente due. Anzitutto la protagonista. Difficilmente mi è capitato di vedere un personaggio in CGI ibrida così ben realizzato e vivo. A un certo punto le viene detto che è “la persona più umana mai incontrata” e in quel momento lo spettatore non può che concordare. Merito va sicuramente all’ottima interpretazione di Rosa Salazar, che riesce a rendere in modo credibile i vari momenti di diversa fisicità del personaggio, ma che soprattutto ne trasmette le emozioni e gli stati d’animo attraverso le espressioni del viso: Alita, pur così aliena, è più viva di quanto si potesse immaginare e sospettare.

L’altro aspetto è indubbiamente quello tecnico/visivo. Già con Avatar Cameron si era divertito a mettere in pista il massimo che la tecnologia poteva concedere ai tempi e in Alita – complice anche un budget elevatissimo – si replica pesantemente: il mondo in cui si muovono i personaggi, ispirato da tante fonti tra cui Blade Runner e Metropolis, è reale, riconoscibile, diverso eppure familiare. Le scene di lotta sono un piacere per gli occhi, così come quelle legate al nuovo sport inventato per l’occasione. Alita è uno di quei film che andrebbe visto al cinema, possibilmente in Imax 3D, per godere appieno di tutto ciò che ha da offrire (detto da uno che ha visto buona parte degli ultimi film marvel in 2D).

Il cast, che sfoggia oltre a Salazar anche il sempre gradito Christoph Walts ma anche un’algida Jennifer Connelly, non sempre ottiene lo spazio necessario: la Connelly in particolare è quasi una meteora costretta in secondo piano dalle necessità narrative e dai tanti antagonisti presenti, ma il film dura due ore e passa e già così c’è dentro veramente tanto. Certo, magari una battuta o due all’infermiera della clinica potevano darla, per dire.

Alita non è un film che cambierà la cinematografia mondiale (e nessuno si aspettava che lo fosse), né un messaggero di chissà quale nuova verità. È, però, un ben film di intrattenimento e avventura, visivamente splendido, con una protagonista che si appropria violentemente della scena e momenti di azione che sono un piacere per gli occhi.

Ah, anche con un potenziale villain per i seguiti il cui interprete è stato tenuto nascosto fino all’ultimo. Già, perché è evidente che questo film rispecchi il desiderio di iniziare un franchise. Non so se il riscontro di pubblico lo renderà possibile e se il futuro colosso Disney/Fox avrà interesse a farlo.

Quel che so è che io, almeno un secondo film, lo guarderei molto volentieri.

Noir

Il nome di Christopher Moore non può che essere associato, lo dico sempre, a quel gioiello che è Lamb, ovvero Il Vangelo secondo Biff, che rimarrà in eterno la sua opera ineguagliabile. Ciò non toglie che Moore, in anni di produzione, non si è mai fatto mancare alcun genere di partenza da rielaborare nel suo stile e col suo umorismo.

Se, quindi, agli esordi della sua carriera avevamo avuto possessioni demoniache o lucertole giganti, negli anni ci si è spostati verso vampiri, delegati della morte, opere shakespeariane e pittori impressionisti. Ogni volta il risultato è stato non uno scimmiottamento né un’opera superficiale, bensì una vera e propria rilettura: un acquisire gli stili, le caratteristiche, le informazioni (impressionante, ad esempio, la ricerca fatta per Sacre Bleu) per poi digerirli e mutarli in qualcosa di nuovo, più personale.

Mancava all’appello il genere Noir e, ovviamente, il buon Chris non se l’è fatto mancare. Come dice nella postfazione, però, se il romanzo nasceva come un certo tipo di sottogenere, poi ha preso vita propria e si è evoluto in qualcosa di diverso a cui il titolo si adatta forse meno, ma senza davvero tradirlo. Diciamo che si è creato un nuovo sottogenere, il Noir Mooriano.

Del Noir vengono riprese ambientazioni, linguaggio (con tanto di trigger warning all’inizio), cliché: poi se ne tiene un 20% e il resto si butta nel cesso per creare una storia divertente e avvincente in cui l’autore riesce a miscelare una nascente storia d’amore, il periodo post-bellico, serpenti velenosi, Chinatown, i locali di donne travestite da uomini e Roswell. Sì, quella dell’Ufo Crash, per intenderci.

Se fossimo davanti a un altro autore il risultato sarebbe un minestrone illeggibile e irritante. Con Moore abbiamo un piccolo gioiello che scorre con piacere e porta in vita personaggi che, pur partendo da stereotipi, sono tutto fuorché prevedibili.

Il lavoro sui personaggi è qualcosa che, negli anni, è cresciuto molto in Moore: i dialoghi, gli atteggiamenti, l’ironia portano a dare vita a protagonisti che sentiamo vivi. Si ride, certo, e magari non tanto come in Biff o in Fool, ma quello che colpisce è l’anima che ne esce. Ci sono paragrafi di perfetta descrizione di sentimenti o gesti in cui, con poche parole, viene trasmesso al lettore uno stato emotivo ben preciso e sfumato così come l’esatta rappresentazione visiva della reazione di un personaggio, una capacità che gli invidio fortemente.

Sammy e Stilton non partivano, forse, come i personaggi potenzialmente più interessanti mai immaginati, ma si termina il romanzo dispiaciuti dal salutarli . E con una gran voglia di panino col polpettone.

Into the cinder (aka Masterclass: fonti di ispirazione e nuovi approcci)

Terza lezione, stavolta legata alle fonti di ispirazione e all’approcciarsi a qualcosa di conosciuto da una nuova angolazione. Uno dei compiti assegnati (gli altri sono metodologici, non strettamente di produzione) è il seguente.

Scegli una storia folkoristica o una favola che conosci bene. Scegli uno dei personaggi della storia per l’esercizio e scrivine, usando uno dei seguenti spunti:

  • Fingi di essere un terapista che sta seguendo il personaggio. Scrivi una scena in cui ne discuti vita e problemi e giungi a una diagnosi
  • Scrivi un articolo di giornale descrivendone gli eventi, incluso il titolo, cercando di utilizzare un punto di visto obiettivo
  • Fai sì che il tuo personaggio spieghi le proprie azioni a una giuria.

Ecco, quindi, il risultato di questo esercizio. Non so se sia decente, di sicuro mi sono divertito a scriverlo.


Finalmente svelati i dettagli dell’operazione Into the cinder. Intervista esclusiva con la ragazza liberata.

Ha fatto scalpore la notizia di qualche giorno fa di una giovane schiavizzata per anni e liberata dai propri aguzzini, un’importante famiglia criminale, al termine di un’operazione che le forze dell’ordine hanno battezzato Into the cinder. Il Fairy Post aveva da subito sottolineato come le informazioni trapelate fossero frammentarie e più adatte ad alimentare leggende e fake news che a informare il pubblico, così – com’è nella tradizione del nostro giornale – non ci siamo arresi e tramite i nostri contatti e dopo aver accettato clausole a garanzia dell’anonimato per le quali il nostro editore sta ancora valutando se licenziarci, siamo riusciti a ottenere un’intervista esclusiva con la protagonista della vicenda, che per le suddette clausole chiameremo semplicemente C. Non aggiungeremo nulla alle sue parole, ma speriamo che servano a chiarire ove possibile tutti i dubbi e le curiosità di chi non vuole fermarsi ai sentito dire.

C. sembra molto più anziana rispetto a quanto ci saremmo aspettati dalle foto circolate. Indossa un paio di jeans scoloriti, una maglia di un colorito  personaggio dei fumetti che ci dicono chiamarsi Harley Quinn e un giubbino di tessuto e colore indefinito che non si toglierà mai durante l’intera intervista. Nelle foto aveva i capelli lunghi, ma li ha tagliati cortissimi di recente rendendola quasi irriconoscibile. Lo sguardo è attento e ogni volta che a chi scrive è capitato di guardarla negli occhi è stato lui il primo ad abbassarlo. 

Grazie di aver acconsentito a questa intervista, C.
Sì, beh, non è che abbia avuto molta scelta, vero?Ammetto che siamo stati piuttosto insistenti, ma era importante per noi che si facesse luce su una vicenda così misteriosa, così da zittire voci e leggende.
Tipo i topi parlanti?
O la magia.
Ride per la prima volta da quando si è seduta e sembra rilassarsi per un istante (NdA)
Mi stupisce ancora che la gente preferisca raccontarsi certe cazzate piuttosto che accettare la verità. Non mi interessava fare questa intervista perché penso non serva a nulla. La gente crede quello che vuole, anche se gli urli in faccia che le cose stanno diversamente. Credimi, ormai lo so bene.
Parliamo dall’inizio, vuoi? Confermi ciò che ci è stato detto? Che in realtà sei un agente in incognito rimasto sotto copertura per tutti questi anni?
Se essere arruolata a sedici anni fa di me un agente in incognito, allora sì, è tutto vero.
Sedici anni?
C’è un programma di prereclutamento di ******** (redatto per motivi di sicurezza NdA). Era nato con l’idea di contrastare bullismo o peggio nelle scuole e in ogni ambiente in cui chiunque sopra i venticinque anni desterebbe sfiducia. Io sono entrata quando avevo tredici anni.
Una scelta precoce
Genitori morti. Nessun parente. Era quello oppure qualche casa famiglia in attesa di un’adozione. Ho preferito quello. Ironico, a pensarci ora.
Ti riferisci a Into the Cinder, immagino.
Non sapevo neanche si chiamasse così, quando me l’hanno proposto, ma sì.
Continua, per favore
Un’indagine aveva rivelato un traffico di giovani, soprattutto ragazze. Si parlava di rapimenti, ma anche di compravendita da parte degli stessi genitori in ambienti così poveri che vendere un figlio rappresenta una scelta ragionevole per sopravvivere.
Non riesco neanche a immaginarlo.
Non riesci o non vuoi?
Comunque, un detective che aveva a preso a cuore il caso era riuscito a raccogliere abbastanza informazioni e contatti. A organizzare un incontro in cui avrebbe dovuto portare a termine la trattativa per vendere sua figlia a una famiglia del giro, una famiglia molto ricca. Mi proposero di interpretare quel ruolo e accettai: ero la migliore del mio corso e l’idea di rendermi utile per qualcosa di così importante era allettante.
Anche estremamente pericoloso, però
Sì, ma in teoria eravamo coperti. S. – il detective – avrebbe recuperato le informazioni necessarie a incastrare quella gente e il nostro backup sarebbe intervenuto a salvarci.
Ma non è andata così
(Fa un cenno di diniego lento – NdA)
Sembra che i contatti di S. fossero nulla in confronto a quelli della famiglia Badmother. Ci trovammo in una trappola. L’intero backup fu sterminato, S. morì cercando di aiutarmi a fuggire e io fui tenuta come risarcimento e trofeo. Barbara Badmother non ha mai amato sprecare risorse.
Da quel giorno si è persa ogni traccia di te
La rete di questa gente è capillare. Se non vogliono che si sappia dove sono e con chi sono, stai certo che è quasi impossibile scoprirlo. E ovviamente la ******* non poteva far trapelare di aver messo in pericolo una minorenne con quei risultati.
Cos’hai fatto in tutti questi anni?
Ero la schiava personale di Barbara Badmother, che tra le famiglie era sempre chiamata solo Mamma. Faceva di me ciò che le andava, incluso prestarmi a chiunque passasse da lì. Le sue tre luogotenenti si divertivano a torturarmi fisicamente ed emotivamente. Per non parlare degli uomini che capitavano da quelle parti.
Perché non ti ha uccisa, te lo sei mai chiesto? Tenerti era un rischio, in fondo.
Tenermi era una medaglia, per lei. Mostrava alle altre famiglie quanto fosse potente, tanto da permettersi una piedipiatti come animale domestico.
E tu non hai mai pensato di toglierti la vita?
Ogni giorno. Toglierle il giocattolo sarebbe stato il peggiore sgarbo possibile. Ma non ho mai smesso di sperare di vederla pagare un giorno per ciò che aveva fatto a me e a S.
Facciamo un salto in avanti, vuoi? Come sei stata liberata?
******* non ha mai davvero interrotto le indagini, devo dar loro merito, ma i contatti originali erano bruciati e ci sono voluti anni perché si trovasse una nuova traccia. Hanno agito più a fondo, stavolta, iniziando a far girare voce che un’intera nuova famiglia fosse nel giro e stesse acquisendo potere. Un giorno vidi Mamma con una foto di uno dei membri di questa sedicente famiglia. Dovetti trattenermi dall’urlare: erano passati anni, ma riconobbi subito il volto del Principe.
Il Principe?
(Ride, più alla mia espressione che altro – NdA)
Un mio compagno di corso. Lo prendevamo in giro perché aveva un viso da principino delle fiabe: in tutta risposta tendeva a bestemmiare come uno scaricatore di porto costretto a lavorare senza paga. Il contrasto era esilarante.
Quindi vedendo quella foto hai capito che la nuova famiglia era in realtà una nuova missione di ******
Esatto. E quando scoprii che stavano organizzando una festa privata per tutte le famiglie compresi che dovevo andare e farmi riconoscere. Mamma non mi avrebbe mai portata. Le piaceva sfoggiarmi in privato, ma gli affari erano affari. La sua sarta personale, che non sapeva chi davvero fossi, mi aveva presa in simpatia da tempo: le dissi che desideravo tanto andare a quella festa, le feci credere che fosse per ampliare le mie conoscenze tra le famiglie. Mi aiutò sia a vestirmi per l’occasione che a trovare un mezzo per arrivare, raccomandandosi di tornare prima di Mamma, altrimenti sarebbero stati guai grossi.
Perché non hai usato lo stesso modo per metterti in salvo?
Perché mi divertivo a essere schiavizzata, cosa credi?
Perdonami, non volevo mettere in discussione le tue scelte e ciò che hai vissuto. Do solo voce a una domanda che chi legge potrebbe farsi.
Chi legge dovrebbe vivere le cose prima di farsi domande idiote. Comunque, non avrei potuto farlo in altre occasioni: quell’evento era enorme, si svolgeva sotto controllo delle famiglie ed era legittimo che fossi interessata. La sarta credeva fossi figlia, biologica o meno, di Mamma e quindi era convinta si trattasse di uno scrupolo di una genitrice un po’ tirannica il non farmi partecipare.
Hai rischiato grosso
Ho pensato fosse l’unica occasione. L’ultima. Senza entrare nel dettaglio, sono riuscita a non farmi vedere da Mamma e ad avvicinarmi al Principe, che si stava spacciando per uno dei figli e luogotenenti del nuovo boss. A differenza mia, ha impiegato un po’ a riconoscermi e quando ha capito chi fossi voleva procedere con la mia estrazione immediatamente. Mi sono rifiutata.
Rifiutata? Perché?
Se mi avessero portato via in quel momento, Mamma e le sue luogotenenti sarebbero probabilmente fuggite e si sarebbero dileguate. Volevo pagassero e, per farlo, dovevano arrestarle a guardia abbassata. Dovevo tornare e dovevano rintracciarmi dopo. Non avevamo molti modi, per cui prima che scappassi via mi ha dato un cellulare che aveva in dotazione per rintracciarmi in seguito. Il resto è abbastanza noto.
Raccontacelo comunque, per completezza.
Come vuoi. Il responsabile dell’indagine, che era lo stesso che aveva organizzato la mia missione, ha voluto muoversi con attenzione. Mentre definivano la mia posizione organizzavano incontri di facciata con le varie famiglie, così da non insospettire i Badmother. Finché non sono arrivati da Mamma e l’hanno arrestata assieme alle tre luogotenenti.
Una storia incredibile. Se la vedessi in un film penserei che è troppo assurda per essere vera.
Dipende sempre da cosa vuoi credere, no?
Immagino di sì. Proprio per questo avrei ancora un paio di domande. Ovviamente so che non hai controllo sulle voci che girano, ma secondo te com’è nata questa leggenda della scarpa di cristallo?
Questa è semplice. I cellulari e gli altri dispositivi in dotazione a ****** hanno nomi in codice che usiamo in missione. Quel modello è il Crystal Shoe, non chiedermi perché. Qualcuno avrà tradotto letteralmente. Vai a capire.
E invece, su note più leggere, cosa rispondi a chi pensa ci sia del tenero tra te e il Principe?
Che il suo ragazzo non sarebbe affatto contento di saperlo.
C., ti ringrazio ancora per la sincerità e la disponibilità. Prima di salutarci, che progetti hai ora? Lavorerai ancora con *****?
Non so. Forse. O potrei fare l’investigatore di casi irrisolti. Tipo quella ragazza che lavorava per quei sette o otto minatori. Avvelenamento, dicono. A te sembra credibile?




Masterclass: Il momento più triste della tua vita

Qualche giorno fa ho deciso di iscrivermi a un corso di Masterclass.Per chi non lo sapesse, si tratta di corsi video di 15/20 lezioni in media tenuti da personaggi famosi nel proprio campo. Il termine “corso” può suonare strano, dato che il tutto si svolge esclusivamente via video e un minimo supporto di documentazione, ma l’idea è esattamente quella della trasmissione di competenze, anche se non a livello accademico. Il giorno in cui ho scoperto che era stato inserito un corso di scrittura tenuto da Neil Gaiman ho compreso che era giunto il momento di provarci. Quando avrò terminato il percorso mi riserverò di parlarne più in dettaglio, ma questa premessa mi serve per spiegare perché ogni tanto potrebbero comparire post con il tag Masterclass e un titolo più o meno estemporaneo. Alla fine di ogni lezione, infatti, il workbook messo a disposizione propone degli esercizi specificatamente legati all’argomento trattato: il sito mette a disposizione un’area in cui gli studenti possono confrontare tali esercizi, ma essendo la madrelingua inglese sarebbe un problema proporre un testo scritto originariamente in italiano, per cui ho deciso che il mio “palcoscenico” principale sarà questo, con buona pace di chi tra leggerà non avrà interesse particolare al riguardo.

La seconda lezione (dato che la prima è una semplice introduzione) è focalizzata sul dire la verità in ciò che si scrive e nel trasmettere ciò che sono le proprie esperienze reali nella finzione di un racconto. Gli esercizi proposti sono diversi: alcuni riguardano l’eventuale romanzo a cui si sta lavorando (toh, che coincidenza) e mi riserverò di metterli in pratica in quella sede, ma un altro chiede di mettere per iscritto (e poi leggere a qualcuno, cosa che farò) un argomento tra quattro a scelta, non romanzandolo ma parlandone superando la propria soglia di comfort, per andare un po’ oltre rispetto a quando, di solito ci si fermerebbe. I quattro argomenti sono:

  • Un momento in cui sono stato profondamente in imbarazzo
  • Qualcosa che rimpiango di aver fatto
  • Il momento più triste della mia vita
  • Un segreto di cui ho paura di parlare

Ho deciso di parlare del terzo, il che significa che saranno cose di cui ho già parlato, ma vediamo cosa ne viene fuori.


Quando ti trovi a dover raccontare il momento più triste della tua vita non dovresti fare fatica a scegliere. Non dovrebbe essere necessario elencare una serie di eventi che ti sono accaduti e doverli mettere su una bilancia a definire quale, di questi, è davvero il più triste. E quando ti viene da pensare che sia come chiedere a un bambino a chi voglia più bene finisci per dedurre che forse qualcosa, nel tuo passato, poteva andare meglio.

La prima volta che ho davvero affrontato la morte è stata nell’85, quando morì mio zio. Ricordo quei mesi come si può ricordare qualcosa avvenuta oltre trent’anni prima, quando non puoi davvero capire cosa sta succedendo, non sai bene perché una notte sei costretto a dormire a casa di tua zia o perché, qualche mese dopo, non troverai più il tuo gatto a casa perché tua madre non sopportava più di averlo in giro. Sai soltanto che stanno accadendo cose, sai che tuo zio sta per morire, poi che è morto, che tua madre si dispera. E poi piangi quando vedi la bara scendere nel terreno perché tutti intorno a te stanno piangendo e ti rendi conto, forse, che è davvero reale.

Con la morte, da allora, ho avuto a che fare per anni come spauracchio. La malattia di mia madre, l’operazione, la chemioterapia. E, anche se può sembrare slegato ma non lo è neanche per sogno, la sua depressione, quella morte dell’anima che solo chi vive può capire.

Eppure, nonostante tutto, gli spauracchi finiscono per essere tali. Alle paure ci si abitua sempre o quasi. Ci si convive. Si va avanti. Tanto che quando il peggio torna si finisce per non rendersene conto subito. Lo si affronta, un passo alla volta, pensando che non sia davvero quello. Se fosse quello ci sarebbe un annuncio, no? Come in un film. Come in un libro. Invece no. La vita reale non porta annunci, porta eventi, uno dietro l’altro, alcuni che hanno significato e altri no, ma che pian piano portano dove non stai guardando. A prescindere.

Fu così, a ripensarci. Prima una questione di salute diversa. Poi una complicazione. Poi una scoperta. E di nuovo ad affrontare qualcosa di già visto anni prima. Altrove, diverso eppure uguale. Non ho tanti ricordi di fatti di quei giorni. Sono passati più vent’anni, ormai. Ricordo, però, il sentirmi diviso. Avevo ventidue anni, mia madre si era trasferita in campagna per stare alcuni mesi con mio padre, perché era più facile per lui prendersi cura di lei lì. Vivevo da solo per la prima volta nella mia vita nella casa in cui ero cresciuto e dove vivo tuttora. Vivevo da solo e mi piaceva. Vivevo da solo e stavo bene. Sapevo della malattia, sapevo dei rischi, sapevo di tutto. Ma in quei giorni mi resi conto quanto il vivere con lei mi costringesse. Quanto il pensiero che lei potesse tornare a Milano mi angosciasse, perché significava dover tornare a essere chi, ormai lo sapevo, non ero più.

Non successe. Morì prima. E non so quanto sia comprensibile il senso di colpa che provai per mesi sapendo che non volevo tornasse a Milano. Era come se l’universo mi avesse risposto dicendo “non vuoi? beh, allora questo è l’unico modo”. E forse era davvero l’unico modo. Forse quello era il prezzo per essere io. Anche oggi so che se sono quello che sono è anche dovuto al fatto di averla persa. Si può essere così divisi riguardo un momento così orribile? Si può soffrire oggettivamente eppure non sapere se si vorrebbe che le cose fossero diverse perché significherebbe che io sarei diverso, conscio che potrei non piacermi affatto?

La morte di mio padre fu più veloce e imprevista. Più emotivamente violenta, complice anche i difficili rapporti che avevamo. Le due settimane da quando ebbe l’emorragia cerebrale a quando arrivò quella telefonata notturna sono offuscate. Ricordo eventi, ma non giornate. Istanti. Ricordo ciò che mi fece incazzare. Ricordo ciò che mi fece piangere. Ricordo il dovermi dividere, di nuovo, tra la vita di ogni giorno e il dovermi prendere cura di lui. Avete idea di quanto gli ospedali non siano davvero attrezzati se qualcuno ha bisogno costante, soprattutto di notte? Di quanto ci si possa svenare se, avendo un lavoro, c’è bisogno di pagare qualcuno perché vegli la notte? Io non lo sapevo. Ora lo so. Così come so quanto possa far rabbia che esterni ti dicano che devi esserci quando sei costretto tra lo stare accanto a tuo padre oppure lavorare per fatturare e pagare ciò che gli serve. So quanto la mente possa separarsi e quindi essere disperato mentre torni a casa alle 4 del mattino con tuo padre appena morto in ospedale e senti un piacere sadico nel mettere in difficoltà l’agente di polizia colpevole di essere stato fuori luogo non sapendo di esserlo. Ricordo quel piccolo piacere sottile di buttare veleno freddo su qualcun altro. Non me ne vergogno neanche, a dirla tutta. Conosco quella parte di me, quella nessuno vede quando dice che sono buono.

Sono questi i miei giorni più tristi? Sarebbe facile dire di sì, ma non ne sono sicuro. Quando succede sei disperato, ma poi spesso (“spesso”, cazzo. Rendiamoci conto che posso permettermi di scrivere “spesso”) per un po’ sei anestetizzato. In una bolla. Fai quello che devi. Sei vuoto. Piangi, perché il vuoto lo senti. Ma è tutto ovattato. Non lo so se quei momenti siano stati davvero i più tristi. Perché nulla mi leva dalla testa che renderti conto che senza la morte di tua madre non saresti ciò che sei, che sei figlio della sua morte letteralmente è qualcosa che supera in tristezza il dolore iniziale.

E lo stesso lo fa il giorno in cui vorresti chiamare tuo padre per raccontargli della giornata e per un istante ti dimentichi che non puoi più. E devi ricordartelo. E per un po’ finisci per sentirti inequivocabilmente e definitivamente solo.