Riflessioni semiconvalescenti

Leggenda (e, diciamocelo, anche un po’ di verità) vuole che mediamente gli uomini comuni abbiano qualche problema di drammaticità legato a malattie e febbre anche basse: ecco, uno dei pochi punti a mio favore è che questo aspetto di solito non mi si applica. Un po’ perché mi ammalo veramente poco e poi perché la soglia di sopportazione del dolore e delle malattie è medio-alta: per capirci, quando mi sono rotto il tendine rotuleo (entrambe le volte) non credo di essermi mai lamentato per il dolore quanto per il fatto che la rotula fosse partita in gita premio. Per lo sgraffettamento dopo il primo intervento mi sono lamentato, quello sì, accidenti a loro.

Ma comunque, questa era una premessa nata non per mostrarmi chissà quanto macho (impresa ormai persa), bensì per chiarire la base di partenza.

Venerdì notte, verso le 3.30, mi sono svegliato. Avevo freddo. Nel senso che ero percorso da brividi di freddo. Non mi sono fermato particolarmente a pensare che non fosse normalissimo, mi sono alzato, ho preso un plaid, l’ho steso sul letto e mi sono infilato sotto, cercando di dormire e rimanendo tutta notte raggomitolato e solo un po’ meno tremante. Al risveglio, il sospetto che qualcosa non andasse c’era, soprattutto considerando altri fattori, tipo che mi sentivo come se un TIR si fosse esercitato a fare aventi e indietro su buona parte del mio corpo, ma anche che evidentemente avevo avuto dei sogni quanto meno alterati, essendomi svegliato pensando che quello che stavo sperimentando era per forza di cose qualcosa che stava accadendo a tutti in tutto il mondo e che appena fosse si fosse accesa la radiosveglia avrei sentito le notizie parlarne.

Cosa che non hanno fatto. Strano.

A quel punto ho deciso di provare la temperatura e ho riscontrato di aver raggiunto un bel 38.6 che, suvvia, alle 8 di mattina non è certo uno scherzo. Il resto della giornata mi sono trovato alla mercé del mio corpo, con la temperatura che è riuscita in poche ore a salire e scendere non so quante volte (picco massimo 39, picco minimo 35, gradi intermedi coperti in gran parte): alle 14 mi potevate trovare sul divano incapace di fermare i tremori.

Potete dedurre come sia stato piacevole il week-end, con viaggio a Bologna saltato e la necessità di equilibrare il bisogno di riposo, quello di respirare e la grandissima rottura di coglioni di non avere energie per fare nulla, neanche vedere passivamente una serie.

Fortunatamente il paracetamolo ha fatto il suo dovere e già domenica la febbre era sparita e rimaneva solo da recuperare energie, cosa che sto facendo progressivamente (dopo aver perso letteralmente due chili in due giorni).

Ma facciamo un passo indietro. Avete presente la scena del sottoscritto alle 14 in preda ai tremori? Ecco. considerate che prima di quel momento e da un’ora dopo quella fase, lo stesso individuo non era a letto a riposare. No, neanche sul divano. Era alla scrivania a lavorare. Coi pantaloni lunghi, una maglietta e una felpa (26 gradi in casi) e con un fazzoletto freddo in fronte a cercare di tamponare la temperatura. Ho lavorato. Non so come, sul serio, quasi non ricordo cos’ho fatto (anche se sembra che l’abbia fatto abbastanza bene), ma ho lavorato.

E no, non voglio un applauso. Non è un merito. Ho lavorato per due motivi. Il primo è che avevo promesso che certi lavori sarebbero stati pronti per domani e non ero sicuro di come sarei stato nei giorni successivi: se non li avessi fatti venerdì e poi lunedì fossi stato ancora in quelle condizioni allora avrei mancato il mio impegno e un cliente importante del mio cliente era in ballo. Mi sono preso la responsabilità.

Il secondo è che sono un autonomo. Questo significa che se venerdì non avessi lavorato, quella sarebbe stata una giornata da fatturare buttata al vento. Ecco, lo dico ai tanti dipendenti che non hanno mai vissuto questa situazione: io ho dovuto scegliere se prendermi cura di me stesso o tenermi 1/20 del mio guadagno mensile. Prendermi cura di me stesso avrebbe significato dover contemporaneamente diminuire il mio reddito del mese di 1/20. Moltiplicatelo per due. Pensate a quelle influenze di una settimana. Pensate a una gamba rotta, a un incidente, a un lutto. Ognuno di questi è una scelta: prendervi cura di voi o perdere parte di ciò che vi fa vivere. Ogni santo giorno. Io, col tendine rotto, ho dovuto ringraziare di avere in quel momento un cliente che mi ha permesso di lavorare in remoto tutto il tempo, altrimenti sarei stato rovinato. Ho lavorato da casa in carrozzina per sei mesi e passa. Perché sono un autonomo.

Va beh, ma cosa vuoi, te lo sei scelto, no?” Certo. L’ho scelto e continuo a sceglierlo, tanto che se volessi avere un lavoro dipendente lo troverei nel giro di un mese (ogni volta che invio curriculum ricevo dalle 4 alle 10 chiamate). Io non voglio essere dipendente, voglio lavorare a modo mio, tutto vero. Ma il mio modo non significa che la mia salute sia considerata di secondo piano perché non sono dipendente. Il mio modo non significa essere felice di dover scegliere sempre se voglio riposarmi o guadagnare. Il mio modo non significa dover decidere quanti giorni posso permettermi di fermarmi col lavoro anche senza andare da nessuna parte, perché a prescindere il non lavorare è un costo. Il partire è un doppio costo.

Quindi sì, ho scelto il mio lavoro e sono conscio di pro e contro, ma non ho scelto di sentire innumerevoli cazzate al riguardo da chiunque non sappia neanche lontanamente cosa significhi dover fare questo tipo di scelta. E già che ci siamo, tenetevi tutti i “beato te che vai a Londra/New York/qualunque altro posto”, perché ogni volta che vado in questi posti è un sacrificio ben maggiore del semplice spendere i soldi per il viaggio. Un sacrificio che faccio felice di ciò che mi restituisce, ma nessuno, NESSUNO, ha il diritto di dirmi che sono “beato”, perché il sudore di questo sacrificio è il pagamento che me ne dà diritto. Sì, lo so che molti non pensano ai connotati di questa espressione, ma dire che qualcuno è beato a poter fare una cosa implica che la ottiene facilmente, per fortuna o addirittura in dono. In dono questa grandissima fava.

Quindi, gentilmente, la prossima volta che vi viene da pensare “ah, tu sì che stai bene, sei autonomo, puoi fare tutto quello che vuoi” mandatevi a fare in culo da soli, che io ho perso la voglia.

E poi devo lavorare.

Qualcuno era in convalescenza. Ma non quello che sembra in foto.

Assolutamente sul pezzo

Da bravo autonomo, preferisco che il mio nome come professionista sia sempre almeno un po’ in circolazione, anche quando le mie giornate sono piene: mi permette, così, non solo di valutare offerte magari interessanti, ma anche di verificare l’andamento del mercato nel mio campo.

Di solito i contatti ci sono (solo quattro o cinque questa settimana), ma non vanno importo perché la maggior parte cerca qualcuno di disponibile full-time, mentre io da tempo ho deciso di non lavorare mai con un unico cliente per differenziare il rischio: poco male, anche questo è utile e, soprattutto, mi dice che se mai volessi potrei trovare un lavoro full time abbastanza in fretta.

Oggi però mi è arrivata questa mail da uno dei siti su cui è presente il mio curriculum dettagliato.

Gentile Signor Aries, 

Ho trovato il suo curriculum su Indeed. La prego di rispondere a questa email, qualora fosse interessato alla seguente offerta di lavoro..=20
DETTAGLI LAVORO
Posizione: Promoter Commerciale (Incaricato alla Vendita) MILANO
Azienda: bofrost* Italia S.p.A.

> Chi siamo
Solida multinazionale europea, nata nel 1966 in Germania, bofrost* è leader nella vendita diretta di prodotti alimentari di altissima qualità.
bofrost* Italia S.p.A., presente con 50 filiali su tutto il territorio nazionale, conta oltre 2.300 collaboratori ed è costantemente impegnata in nuovi e importanti programmi di espansione commerciale in tutta Italia.

> Chi cerchiamo
Commerciali – Promoter (Incaricati alla Vendita) ambosessi che si occupino della promozione del servizio e del prodotto presso potenziali clienti.

> Garantiamo:
– organizzazione, formazione, affiancamento
– lavoro in team
– automezzo aziendale
– 5 giornate lavorative (Lunedì-Venerdì o Martedì-Sabato)
– nessuna spesa a carico

> Richiediamo:
– residenza in zona
– Patente B

Sì. Mi hanno mandato, dopo aver (a loro dire) letto il mio curriculum, la proposta di fare il promoter commerciale per Bofrost. E mi offrono anche la formazione, sia chiaro.

Tempo fa avrei soltanto ignorato, ma siccome sono stufo della stupidità del genere umano, ho deciso di rispondere

Chiedo scusa, ma se avete trovato il mio curriculum avrete visto che sono uno sviluppatore di software freelance con 20 anni di esperienza. Di preciso come può venirvi in mente che mi interessi un ruolo di promoter commerciale?
 
Vi chiedo gentilmente di contattarmi esclusivamente in caso abbiate richieste compatibili con la mia figura.
 
Grazie

Sì, il vaffanculo l’ho evitato. Per questa volta.

Back?

Dire che sono tornato sarebbe probabilmente fare un’affermazione grossa. Le ferie, intese come giorni senza lavorare, non sono ancora terminate, ma di certo siamo agli ultimi giorni, quelli che già non sanno più di vacanza ma solo di transizione verso il nuovo anno.

Erano anni che non facevo una vacanza al mare vera, in cui la spiaggia non fosse un’aggiunta gradita ma estemporanea, e sapevo che ne avevo estremamente bisogno.

Avevo ragione. Per quanto ami veramente le vacanze in città come le mie amate Londra e New York o come la bella-ma-non-nelle-mie-corde Berlino, a volte il solo bisogno che si ha è quello di fermarsi e permettere alle batterie di ricaricarsi del tutto, non con ulteriori stimoli bensì con la placidità della pausa.

Kos, da questo punto di vista, è stata perfetta anche perché siamo stati molto fortunati a trovare una spiaggia attrezzata che ci facesse sentire veramente coccolati: di nuovo, io ho apprezzato e apprezzo le vacanze a girare per spiagge e a cercare nuovi scorci, non avrei mai potuto godere adeguatamente di Creta e Lanzarote, altrimenti, ma questa volta la necessità era girare per sfizio e non per costante ricerca, cosa che comunque abbiamo fatto.

E quindi, per una settimana, ciò che ho fatto è stato leggere a un ritmo che non tenevo da tempo (magari mi farò venire la voglia anche di pubblicare le recensioni), mangiare bene e tanto (anche se, diciamocelo, non è che la cucina greca sia proprio vegetarian-friendly), nuotare, fare snorkeling, giocare a minigolf, uscire in battello, guidare su strade scoscese, passeggiare, cercare di evitare di portarmi a casa tutti i gatti che incontravo. Ricaricarmi, appunto, che era qualcosa di cui avevo veramente bisogno.

La fortuna è stata anche trovare persone fantastiche nella spiaggia di cui sopra, una taverna incredibile in cui mangiare quasi ogni sera e piccole chicche qua e là che hanno permesso di evitare che le disavventure con l’albergo (perché ovviamente non tutto poteva andare alla perfezione) dell’ultimo giorno offuscassero quanto di bello avevamo vissuto.

Quello che non ho fatto in vacanza è stato scrivere, perché semplicemente non c’era la situazione adeguata e perché, mi sono reso conto, riposare voleva dire staccare anche da quel pensiero, per quanto importante per me. Ma ho scritto prima e scriverò oggi, domani e domenica. Sto dandomi obiettivi di almeno mille parole al giorno e sembrano funzionare e accidenti quanto mi mancava farlo: difficile rendere l’idea della sensazione che si prova quando i personaggi tornano ad agire, fanno qualcosa di nuovo dopo mesi di fermo e le dinamiche ricominciano a sciogliersi. Non siamo ancora alla fine, ma inizio pian piano a vederla.

Il ritorno non è stato del tutto traumatico. Quello che può mancare è il tipo di vita che fai in ferie, quella sensazione di cervello spento e di basso consumo che in nessun altro caso si può sperimentare. Ma sono tornato nella casa che amo e, soprattutto, dai miei gatti, l’unica cosa che mi è veramente mancata (oltre al Quorn e alla mia doccia) in questa vacanza.

“Io dormo qui, così ti tengo d’occhio, ora che sei tornato”

E ora? Tutti quelli che mi conoscono sanno come l’arrivo di settembre e, a seguire, Samhain rappresentino per me il capodanno morale ed emotivo ed è difficile per me arrivarci senza fare bilanci (già visti in più post recenti qui sopra) e progetti. Il problema, però, è che i progetti o i famosi buoni propositi rischiano di essere vuoti e frustranti. Però ci sono cose che, almeno in parte, sono più chiare.

Ho bisogno di imparare a distribuire meglio il tempo. Per scrivere, ovviamente, ma anche perché il senso di vuoto e sfinimento che avevo era causato anche dal non dedicare un tempo sufficiente dei miei giorni a ciò che mi rilassa e far star bene. Il come, ovviamente, è tutto da definire.

Ho bisogno di guardarmi in giro col lavoro: non per cambiare domani, ma per vedere se ci sono stimoli e, soprattutto, per non rischiare di dover poi cercare di fretta dovessero cambiare le situazioni.

Ho bisogno di positività, di lasciare alle spalle qualunque veleno che non sia strettamente obbligatorio.

Poche sono le certezze che ho oggi. Quella di non voler più far aspettare tanto il romanzo, di sicuro. Quella di continuare e arricchire la mia collaborazione con Serialfreaks, che ormai vivo come una seconda casa a cui sono molto legato. Quella di tenermi stretto le persone che mi fanno stare bene e solo quelle. Quella di continuare (ovviamente) a viaggiare e di alternare vacanze di stimolo ad altre di relax (per quanto i soldi lo permetteranno).

Sono tutte cose generiche, lo so, ma questa è la sensazione più viva che provo oggi: sapere che ci sono cose da cambiare, sapere che ci sono sensazioni giuste e altre sbagliate e sperare di riuscire a scegliere in modo da moltiplicare le prime e far sparire le seconde.

Il blog? Penso spesso se valga ancora la pena alimentarlo, ma in realtà penso di sì. Vero, non scrivo spesso come prima (e non nego che l’idea di rifare la sfida del post al giorno mi ha comunque sfiorato), ma è altrettanto vero che si tratta del luogo in cui posso scrivere quello che voglio quando voglio e questo, a prescindere, non va sottovalutato. La frequenza dipenderà da vari fattori: il tempo dedicato al romanzo, quello delle recensioni, quello (necessario) per le letture. Ma non si chiude, quello no, sempre che ci siano ancora molti a cui possa interessare a parte me.

Non ho idea di come sarà il nuovo anno, spero onestamente sia finalmente di costruzione senza distruzione, di arricchimento senza perdite, di sorprese piacevoli e non di delusioni: di tutte le altre cose quello passato ha fatto il pieno, per cui vediamo di bilanciare, no?

Per il resto vedremo, ripartendo da qui, da un brutto post con una – spero – bella immagine.

Ripartire

L’ultimo anno, ciò che si impara e ciò che si decide

Nella notte tra martedì e mercoledì è caduto il primo anniversario della morte di Rooney. Il pensiero che sia trascorso un anno è estraniante, un po’ perché dolori del genere sembrano al contempo lontanissimi e accaduti ieri, un po’ perché in qualche modo quel giorno ha segnato una serie di eventi e di cambiamenti che hanno propagato i loro effetti non solo al momento, ma anche nei mesi successivi, sicuramente fino a oggi.

Noi abbiamo cercato di viverlo con la consapevolezza che il pensiero è sempre presente e la volontà di cercare, comunque, di vivere appieno queste giornate. Da qui il concerto di Sting a Verona della scorsa settimana e la gita sulle Isole Borromee di ieri. Miss Sauron non era mai stata a vederle e io non tornavo da qualcosa come dodici o tredici anni in quei luoghi che, invece, in adolescenza erano una sorta di tappa fissa delle mie estati.

Non tanto le isole, che avrò visitato forse due o tre volte, quanto il viaggiare in battello sul Lago Maggiore: tipicamente io, mia madre e la sua amica Fedora prendevamo una giornata per fare il viaggio Arona/Locarno/Arona via lago. Il viaggio durava quattro ore all’andata e quattro al ritorno, ci si fermava solo un paio d’ore a Locarno e questo era quanto: giusto il tempo di fare scorta di cioccolata (vi ricordate quando si andava in Svizzera per far benzina e/o comprare cioccolata?), mangiare un gelato e tornare. Una follia, se me lo chiedeste oggi, eppure era una tradizione che amavo molto.

Faceva caldo, ieri, e a un certo punto non ne potevamo più, eppure ne è valsa la pena. A volte, per riconoscere noi stessi, dobbiamo comunque tornare nei luoghi che erano nostri e non lo sono più, anche solo per distinguere tra chi eravamo e chi siamo.

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Towards the light

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Come dicevo nell’ultimo post, il mio confronto tra ciò che ero e ciò che sono mi lascia sempre frastornato, facendomi ricordare il motivo per cui la parola cambiamento mi appartiene tanto da essermi tatuato la runa Dagaz sul polso. Eppure alcuni cambiamenti sono più sottili di altri e, forse proprio per questo, quando diventano evidenti finiscono per dimostrarsi i più radicati. 

Uno di questi, che sicuramente ha concluso il suo radicamento in questi dodici mesi, è il non essere più disposto a capire e il non essere più disponibile al confronto tout court. Detta così può sembrare una svolta quanto meno insolita e inaspettata per chi, come me, fa delle parole uno strumento fondamentale, ma cercherò di spiegarmi meglio.

Il confronto è un momento fondamentale nel relazionarsi con gli altri, siano essi amici, partner o estranei, di questo sono e rimango convinto: ciò che però si sottovaluta è che il confronto costa energie, spesso al punto da lasciare svuotati e sfiniti, e pertanto il decidere di sostenerlo dev’essere supportato dal suo valerne la pena.

Il confronto vale la pena se c’è la possibilità di arricchimento reciproco o di venirsi incontro, altrimenti è spreco di tempo ed energie. Non sempre, ovviamente, si può sapere se il confronto varrà la pena, ma personalmente mi sono reso conto che istintivamente se cerco di evitarmelo è perché intuisco (o so) che non sia così.

Non si tratta di presunzione, si tratta di esperienza e istinto: se si conosce una persona da anni e la si è vista agire in certe situazioni in un modo specifico, per quale motivo dovrebbe comportarsi diversamente in una condizione specifica che altro di diverso non ha se non le persone coinvolte? Sono rare, purtroppo, le volte in cui le persone coinvolte fanno la differenza: nella maggior parte dei casi non è così e i meccanismi saranno sempre e solo quelli.

Se so che una persona cerca il confronto solo per poter dire che ha ragione lei e tu sbagli, perché perdere tempo? Se la ricerca è solo per avere l’ultima parola, a che serve, di nuovo, concedere la possibilità?
Mi è capitato di cedere e, dopo, di vedere confermato ciò che già pensavo. Il rischio è di togliere possibilità a chi invece magari è sincero? Sì, probabilmente sì, ma è un rischio che, a questo punto della mia vita, sono disposto a cogliere.

Così come, a questo punto della mia vita, ci sono cose su cui non transigo. Alcune basi che, per quanto mi riguarda, fanno le differenza tra le persone che voglio nella mia vita e quelle cui auguro di trovare chi le merita. Non transigo su basi umani: omofobia, razzismo, misoginia, violenza, shaming in ogni forma. Non transigo sulla mancanza di empatia. E non transigo su chi, per disagio proprio, sputa veleno gratuitamente. No, grazie. Non importa se si tratta di conoscenze o amicizie di ore, giorni, mesi o anni. Non transigo. Non transigo più.

Al che uno potrebbe obiettare che io non ho diritto di decidere uno cosa debba dire o come debba comportarsi. Vero. Verissimo, anzi. Però ho pieno diritto di decidere se qualcuno, in base a parole o comportamenti, voglio che sia nella mia vita. E ho diritto di deciderlo senza appello perché, mi spiace, su certe cose non c’è dibattito e ciò che alcuni scambiano per dibattito è solo desiderio di dire “io ho ragione, vaffanculo”. No, grazie. Se hai ragione, non hai bisogno di confrontarti.

Questo è un punto non chiaro a molti che forse andrebbe ribadito una volta per tutte: nessuno ha il diritto di decidere su cosa altri possono sentirsi feriti. Nessuno. Non hanno importanza le intenzioni, non ha importanza se per voi quanto detto o fatto non è così fondamentale: è importante ciò che prova chi l’ha vissuto e lo subisce. Se io rimango ferito, ho diritto di esserlo e se il desiderio di confronto è solo per dimostrare che sbaglio a esserlo, allora fanculo il desiderio di confronto. Ci possono essere fraintendimenti? Assolutamente sì, ma in quel caso si pone il focus sul fraintendimento e si chiede comunque scusa per la mancata chiarezza. Ma si accetta il dolore altrui. Lo si rispetta. Negarlo è violenza paragonabile (il meccanismo è lo stesso) al bullismo. Il bullo dice “noi scherziamo” mentre la persona sovrappeso pensa al suicidio. Il meccanismo è quello.

Questo potrebbe far pensare che, quindi, non esista chi si offende immotivatamente o chi reagisca eccessivamente a situazioni oggettivamente (ma esiste l’oggettività, in questi casi?) non offensive. Bisogna scusarsi e accettare anche lì? Sì. Bisogna accettare che la persona si sia sentita offesa o ferita e poi decidere se le interazioni con quella persona possono proseguire su queste basi. Questa è la chiave che ci si scorda: nessuno vi ha ordinato di interagire con nessuno. Non importa che vi conosciate da giorni o decenni, nessuno vi costringe a rimanere nelle vostre vite reciprocamente. Se io mi ferisco e a te non sta bene che io sia ferito, la tua opzione non è dimostrarmi quanto torto abbia: non in quel momento, di sicuro. In quel momento puoi scegliere se stare e scusarti o non scusarti e andartene. Stop. Poi, ovviamente, le sensibilità evolvono e cambiano in base a mille fattori. Ci sono battute che permetto solo a una persona o due. Ci sono frasi che, dette da chi conosco bene, mi devasterebbero e dette da un estraneo mi fregano poco. Tutto è fluido, ma la costante è una: se qualcuno resta ferito, si accetta, si cerca di capire o ci si allontana. Il confronto per dimostrarne il torto è parente del bullismo.

Ecco, io, se so che un confronto finirà probabilmente così, ne faccio a meno. E se vedo che qualcuno tocca qualcosa a cui tengo, lo escludo. E sì, mi sta bene così. 

Ieri, in un tweet, veniva citata una ragazza che avevo mollato il ragazzo con cui stava perché l’aveva scoperto grillino dopo le ultime elezioni. Ecco, questo è un esempio perfetto di ciò che intendo. (Quasi) nessuno è intoccabile. Perché (quasi) nessuno mi ha dimostrato di valerne così tanto la pena.

D’altronde, sono fiero di aver deciso di non frequentare più quella che per me era la mia gelateria perché ho scoperto che la sua proprietaria era una fiera Novax. Non transigo. Non. Transigo. Neanche se in ballo c’è il gelato.

Il confronto non è un diritto. È una conquista che si ottiene per merito e non per anzianità. 

Di scadenze e memorie

Una settimana fa, a quest’ora, eravamo a Londra, in giro in cazzeggio in vista della serata (di cui parlerò in un altro post, magari).

Non so se l’ho mai scritto, ma quando vado in UK ho preso l’abitudine di partire col passaporto, sebbene la carta d’identità sia (per ora?) sufficiente: in tutti gli aeroporti londinesi esistono gli e-gate che, leggendo il passaporto elettronico, permettono di smaltire velocemente le procedure di frontiera e chi ha voglia, sinceramente, di fare coda in aeroporto se può evitarsela?

Orbene, quando ho recuperato il mio passaporto per il viaggio, la data di scadenza mi ha colpito con violenza: 15 giugno 2019. Tra un anno. Il che significa che a oggi quel passaporto ha poco più di nove anni. Impossibile, per uno come me, non prendersi (più di) un attimo per pensare ad allora e a oggi e mi sconvolge rendermi conto di quanto sia cambiato da allora. O, se vogliamo, di quanto poco sia rimasto come allora.

Quel passaporto fu emesso per il mio primo viaggio a New York, con la mia compagna di allora. Questo significa che nove anni fa io non ero ancora mai stato in un paese di lingua anglosassone, non avevo mai iniziato a scoprire il mondo là fuori, non fosse stato per un viaggio sul Mar Rosso e poco altro.

Non ero mai stato a New York. Non ero mai stato a Londra. Non ero neanche mai stato a Parigi e Berlino. Non avevo mai confrontato il mio inglese col mondo reale. Pesavo 20 kg in più. Il mio ginocchio era ancora intero. Non avevo ancora iniziato a lavorare al romanzo, ma ogni tanto nasceva un racconto. Avevo persone che ritenevo amiche che ora sono dissolte nel vento. Alcune ci sono ancora di nome, altre sono state tagliate, altre ancora adesso sono di nuovo presenti. Tra me e i miei fratelli non c’era ancora nulla se non delle parole di estranei. Lavoravo per altri clienti e quasi sempre fuori di casa. C’erano Stitch, Zen e Poldo. Mangiavo carne e pesce. Ero capace di enormi entusiasmi. Non conoscevo ancora persone che, ora, mi sono care. Non avevo ancora mai vissuto Lucca Comics per più di qualche ora. Scrivevo solo sul blog e ancora il mio nome reale e quello virtuale erano ben poco associati. Non ero mai stato al cinema da solo. Accidenti, non avevo mai neanche viaggiato da solo. Non avevo mai celebrato un matrimonio. Il mondo mi sembrava avere casini, ma che potesse risolverli con impegno.

Mi guardo ora e mi guardo allora. Del me di allora è rimasto oggettivamente poco, diventato le fondamenta del me di oggi. Evoluto? Sì, penso di sì, su molte cose, almeno. Felice di come sono andate le cose? Di nuovo, in molti casi sì, ma questi nove anni hanno richiesto tanti di quei pegni che le cicatrici ci sono e si vedono. Nel mio modo di pormi col mondo, meno accogliente e più amaro. Nel mio non aver più voglia di perdere tempo con alcuni tipi di persone, anche se questo significa potare o rischiare la solitudine. Nel mio non sapere più entusiasmarmi ai livelli di allora: che non significa che non godo delle cose che faccio (vedi lo scorso week-end), ma che una parte di me non sembra più capace di raggiungere quei picchi di euforia pura, pulita e genuina. Nel mio essere disilluso e spaventato verso il mondo che mi circonda. Nel mio pensare di più al tempo che rimane.

Eppure sono tante le cose che mi rendono fiero e felice. Il continuare a vivere del lavoro iniziato 19 anni fa. La sfida del romanzo. L’aver deciso di scrivere anche per e con altri. Il viaggiare a Londra, che è ormai diventato il mio rifugio taumaturgico. L’essere diventato vegetariano. L’aver aumentato (perché quella c’è sempre stata, ma si impara sempre meglio e sempre di più) la mia consapevolezza della necessità di più diritti per tante, troppe persone che non ne hanno a sufficienza. Ho imparato ad andare al cinema da solo e a gustarmelo, a decidere di partire per una destinazione per vedere uno spettacolo e tornare il giorno dopo, a camminare in giro per una città non mia con la sola volontà di girovagare. Ho imparato a conoscere meglio ciò che mangio, a sapere che ogni mia scelta dev’essere consapevole: magari non sarà sempre la migliore, ma quanto saprò come e perché l’ho fatta. Sto imparando che i rapporti interpersonali non possono né devono basarsi sui traumi che mi porto dietro dall’adolescenza: che dare troppe possibilità significa svendersi e svendersi è sempre male.

Ho ricevuto attestati di stima in uno dei periodi peggiori della mia vita e sono e sarò sempre singolarmente grato a ognuna delle persone che è stata presente. E ho deciso di ricordarmi chi non lo è stato in alcun modo. Non materiale (ma non era obbligatorio) e non morale. Sto imparando che esserci va bene per le persone che lo meritano, ma per quanta empatia si possa provare, le energie sono limitate e c’è chi quella presenza in futuro la butterà nel cesso.

Ecco, le energie sono limitate. La verità più grande a cui ho dovuto adattarmi. Non c’è tempo, energia, spazio per tutto e tutti. Bisogna scegliere. Bisogna imparare a scegliere. Chi e cosa vale la pena dentro, agli auguri di maggior fortuna (per citare il professore).

Eppure, nell’insieme, penso di essere una persona migliore, per quanto si possa dirlo di se stessi. Più completo, consapevole, con più esperienze. Più me stesso.

Nove anni. Una vita. Ed ho paura, per certi versi, a pensare a nove anni in avanti. Un po’ per il pensiero sul futuro che già citavo, un po’ perché per quanto si ami il cambiamento, ciò che avviene nel tragitto non sempre è piacevole, spesso è traumatico, anche se molte volte necessario.

Per adesso, però, mi fermo un secondo. Guardo ai nove anni da quel passaporto. Guardo dove sono. Mi segno ciò che mi piace, ciò che non mi piace e ciò su cui forse posso intervenire (spoiler: non molto, non sempre, non quanto si vorrebbe). E magari torno a ricordare quel momento, la rigenerazione dell’Undicesimo Dottore, che per puro caso (?) ho riguardato l’altra sera. Quelle parole, da tenere strette e ricordare sempre. Soprattutto ora. Tutti noi.

Cambiamo tutti, se ci pensi bene. Siamo tutti persone diverse nel corso delle nostre vite, e va bene così, è giusto, bisogna continuare a muoversi, finché tieni a mente le persone tutte le persone che sei stato. Non dimenticherò neanche un istante di tutto questo. Neanche un giorno.Lo giuro. Ricorderò sempre quando il Dottore ero io.