Sbaglia

Rendersi conto che determinate ferite non sono affatto cicatrizzate ma a malapena in fase di guarigione è quanto di più destabilizzante e – per certi versi – irritante possa capitare.

Sapere razionalmente che certe paure, certe possibilità, non so altro che spettri inesistenti non aiuta: finisci per sentirti diviso tra ciò che sai e ciò che senti, anche se non vorresti sentirlo, tra la consapevolezza che le cose sono in un modo e la paura irrazionale che magari potresti sbagliarti e non fare abbastanza.

Perché il problema, quello più vero, sta forse lì. Nel sentirti ancora in colpa anche se colpe, oggettivamente, non ne hai. Nel pensiero che se avessi fatto qualcosa di diverso, in tempi diversi, in modi diversi allora forse le cose sarebbero andate in modo quanto meno non così devastante.

E quindi quella voce si mette a parlare, strepitare, urlare anche quando non c’entra nulla, quando nulla la riguarda, quando non ce n’è bisogno, quando non ha senso.

A lei non importa, lei urla e tu fai di tutto per non ascoltarla ma è come tapparsi le orecchie con le mani a un concerto rock sotto il palco.

L’unico modo è riuscire a spegnerla alla fonte. Farla smettere. Convincerla di smetterla di urlare.

Ma ci vuole tempo, più di quanto ne è passato, più di quanto di quanto vorrei.

Ci vuole tempo.

E consapevolezza, coscienza che le cose stanno così e che quella voce sbaglia.

Perché è così.

Sbaglia.

E questo post serve a ricordarmelo e ricordarglielo.

Sbaglia.

 

Riparliamone. Purtroppo.

19 marzo.
Mi sveglio e, come al solito, cerco di prendere coscienza di questo mondo cazzeggiando con le storie di Instagram.

A un certo punto me ne capita una di una donna che seguo: non la conosco personalmente, mai scambiato messaggi, ma è comunque un account che seguo da qualche tempo.

Nella sua storia fotografa una pagina in cui si dice che Jennifer Lopez ha denunciato di essere stata molestata in passato da un regista che le chiese di mostrargli il seno.

I fotogrammi successivi della suddetta storia instagram mostrano vari abiti con profonda scollatura della Lopez e il commento “Non volevo dirtelo, ma il tuo senso l’abbiamo visto tutti”.

Ci risiamo.

Di nuovo slut-shaming, di nuovo da una donna a una donna.

Perché non si vuole capire che una può anche essere andata in giro a culo nudo per tutta la vita, può anche essere o essere stata una pornostar, può anche fare la prostituta di professione, ma questo non autorizza nessuno a molestare e fare richieste fuori luogo. Che J.Lo. voglia mostrare il suo seno in pubblico è una sua prerogativa, un suo diritto, così come suo diritto è che nessuno si senta autorizzato a chiederle di mostrarlo a prescindere.

Non è che se io ho visto una persona nuda una volta allora ho in automatico il diritto di vederla sempre, in qualunque momento, quando mi pare, eh? Perché questo ragionamento poi sarebbe applicabile a qualunque cosa, inclusa il far sesso: siamo stati a letto insieme? Allora ho il diritto di chiedertelo, anzi, di pretenderlo per il resto delle nostre vite.

Il ragionamento alla base di “abbiamo visto tutti il tuo seno” è lo stesso e implica quel dare la colpa a una colpevolmente “troia” (virgolette d’obbligo, in questo caso) del fatto di aver subito una molestia.

E che una donna lo dica di un’altra donna, purtroppo, non stupisce, ma non lo rende meno grave.

Ma oggi non ci facciamo mancare nulla e, defollowata la persona in questione, sono passato su facebook e mi è capitato un opinabile post sulla festa del papà.

Una libreria di Milano ha ben pensato di scrivere un augurio già di per sé strano, perché era rivolto alle “mamme che devono fare da papà”. Si chiamano mamme. Hanno la loro festa. Scriverne oggi è poco sensato. Ma non importa, questa è un’opinione personale. Il problema è l’immagine usata per la celebrazione.

Un culo.

Di donna.

In uno slip trasparente.

Infiocchettato.

Quindi, riepilogando, chiunque abbia pubblicato questo post ha pensato che fosse una buona idea fare gli auguri alle donne invece che ai papà e, per farlo, ha pubblicato una foto di un culo femminile infiocchettato.

Questa la lascio qui senza aggiungere commento, che se avete bisogno di spiegazioni su quanti siano i motivi per cui è sbagliato non saranno certo le mie parole a migliorare le cose.

E, ovviamente, non metto il link o il nome della libreria, che di pubblicità se ne sta facendo pure troppa.

Dico solo che è il 19 marzo 2018 e ancora mi tocca scrivere post come questo.

L’ultimo Buco Nero

Più di vent’anni fa comprai in edicola una versione economica di un libro che, solo dal titolo, mi sembrava affascinante. Era “Dal Big Bang ai Buchi Neri” ed era scritto da un certo Stephen Hawking che avevo sentito nominare, ma che non sapevo bene chi fosse.

Il libro, non lo nego, mi aveva attirato soprattutto per l’associazione immediata all’astronomia, mia enorme passione, e non mi aspettavo fosse un trattato di fisica che, per uno studente dell’istituto tecnico, non era banalissimo. Eppure mi affascinò più di quanto sappia dire.

Negli anni la figura di Hawking divenne quella che ho sempre considerato una vera e propria costante: c’erano personaggi che – nella mia mente – esistevano da sempre e sempre sarebbero esistiti, punti fermi più o meno simbolici di una costante poco distante da quella di gravitazione universale.

Stephen Hawking c’era.

Con la sua sedia a rotelle, con la voce robotica del sintetizzatore, con lo sguardo acuto che molti sognano a vent’anni e in piena salute, con la sagacia di un uomo il cui cervello non ha mai perso un colpo e la cui ironia era seconda solo all’intelligenza.

Lui c’era.

C’era quando ancora non era famoso al di fuori.

C’era prima dei Simpsons, prima di Big Bang Theory, prima de La Teoria del Tutto. C’era prima, c’era a maggior ragione dopo.

C’era e ci sarebbe sempre stato, pensavo, sbagliandomi come qualunque adolescente che ancora non pensa alla temporaneità di ogni cosa.

C’era.

E oggi non c’è più.

Sarà altrove? Non lo so. Lui diceva di no, per cui prendo per buono ciò che pensava.

C’era e non c’è più.

C’è ciò che ci ha lasciato: il genio, le scoperte, le intuizioni, i segni su una scienza mai così importante e mai tanto sottovalutata e sminuita.

Hawking, in 70 e passa anni di vita, ci ha mostrato cosa si può fare sfruttando al massimo le proprie capacità e affrontando ostacoli immani.

Hawking ci ha mostrato cosa significa davvero vivere e questo, questo c’è ancora, soprattutto oggi.

Grazie, Professore.

Intelligence is the ability to adapt to change. 

However difficult life may seem, there is always something you can do and succeed at.

My expectations were reduced to zero when I was 21. Everything since then has been a bonus

My advice to other disabled people would be, concentrate on things your disability doesn’t prevent you doing well, and don’t regret the things it interferes with. Don’t be disabled in spirit as well as physically.

People won’t have time for you if you are always angry or complaining. 

Senza capo né coda

A parte l’ovvia mia latitanza da questi lidi, già spiegata e su cui non sto a soffermarmi ulteriormente, queste settimane stanno portando con sé vari momenti di riflessione, prese di coscienza, constatazione di cambiamenti.

Qualche settimana fa sono stato a teatro a vedere lo splendido spettacolo di un’attrice e autrice che, incidentalmente, è stata mia compagna di classe per due anni delle superiori e con cui mi sono ritrovato qualche anno fa attraverso Facebook. Ho avuto modo di scoprire il percorso – o almeno una parte del percorso – che ha seguito in questi anni e mi sono ritrovato colpito e ammirato dalla donna e dall’artista che è diventata.

Ho visto una persona mia coetanea che ha fatto una strada impressionante ed ha seguito la sua vocazione fino a risultati ammirabili ed è una cosa che, nei decenni, ho ammirato di non so quante persone, ma che ovviamente di colpisce di più quando ti sfiora così da vicino.

Io, percorsi del genere, penso di non averne mai fatti, se escludiamo il mio lavoro. Mi sono appassionato a decine di cose, me ne sono immerso, le ho fatte sufficientemente mie, ma poi, prima di poter anche considerare di passare a livelli più importanti, sono andato altrove. La motivazione è sempre stata – almeno ufficialmente – la mia quantità di passioni e interessi e sono convinto che ci sia molto di vero, ma la sensazione di qualcosa che manca mi rimane.

Il romanzo è quello su cui più lo sto sentendo ed è l’unica, al momento, su cui mi sto rifiutando di cedere, per quanto con tempi lunghissimi. Voglio finirlo. Lo voglio con tutto me stesso. Lo voglio anche in quei – tanti – giorni in cui non ho voglia di scrivere mezza parola perché ho passato troppo tempo al pc. Lo voglio perché è nato come sogno, come sfida, come obiettivo e lui deve venire alla luce, non importa la fine che farà poi. E quindi ogni giorno che passo senza scrivere è una frustrazione sotto pelle, nonostante sia una scelta cosciente, perché sento il tempo che passa e guardo chi certi percorsi li ha fatti da decenni e mi dico che sono in ritardo anche per essere in ritardo.

Confronti stupidi e inutili, me ne rendo conto, ma la pulce rimane.

Il tempo. Il tempo che passa è un pensiero che, ultimamente, mi opprime. Cresciamo con l’idea che ci sia sempre tempo per qualunque cosa, anche per ricominciare e io so quante volte ho preso al balzo l’occasione per farlo (altra cosa che di certo ha influenzato quello che già dicevo). E, ribadisco, io sono convinto che valga sempre la pena rimettersi in discussione se si pensa sia opportuno. Quello che però mi opprime è il pensiero che il tempo potenziale davanti a me e le opportunità che con esso arrivano diminuiscono per forza di cose. Che la libertà che potevo avere – potenzialmente, perché la pratica è ben altra cosa e le mie condizioni ai tempi le conosco bene – dieci, venti o trent’anni fa non è la libertà che avrò oggi o domani. Un pensiero senza scopo, ma che mi soffoca più del dovuto.

Amo fare mille cose. Amo leggere e lo sto facendo troppo poco. Amo scrivere e non lo faccio mai abbastanza. Amo collaborare con SerialFreaks e, per fortuna, è una delle cose che riesco a fare con regolarità. Amo guardare serie e film, ma non c’è mai sufficientemente tempo per tutto. Amavo il modellismo (pur, di nuovo, non avendo mai imparato a farlo bene), ma non metto mano a nulla da anni.

Io sono così, lo so, e focalizzarmi solo su una cosa finirebbe probabilmente per soffocarmi. Ma anche il non portare a termine o alimentare a sufficienza tutto non è il massimo. Quindi? Sa’l cazzo, come dicono per le persone di cultura.

E poi i cambiamenti.

Lasciamo perdere gli aspetti interpersonali, gente che va o viene, perché alla fine quelli ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Penso ad altro.

Venerdì, dopo il lavoro, e ieri sono stato a due fiere, Tempo di libri e Cartoomics. Tempo di libri è, sostanzialmente, la Fiera del libro di Milano e Cartoomics è la più grande fiera fumettistica della mia città. 
Ho sfruttato un biglietto gratuito per Tempo di libri e l’ho girata velocemente, di sera, curiosando tra gli stand e non partecipando ad alcun incontro, mentre Cartoomics l’ho visitata un po’ di più, seguendo un paio di panel e girando tra i padiglioni.

Il risultato? Per buona parte del tempo mi sono annoiato. Ma non per colpa delle fiere, sia chiaro, per colpa mia o, meglio, per colpa del mio passato. Semplicemente ne ho visitate tante, troppe e, soprattutto, ho visitato quelle più emozionanti (almeno in Italia). Una volta che vivi immerso in Lucca Comics, qualunque altra fiera perde fascino e se non ha sue particolarità importanti da proporti finisce per essere fine a se stessa. Tanti gadget, sì, ma il 70/80% di quei gadget si trova in ogni fiera, magari dalle stesse persone. Magliette, belle, sì, ma vedi sopra. E le mostre: se sei stato a una convention di Star Wars con oggetti originali, vedere in mostra repliche è divertente, ma sempre meno. Hai voglia di qualcosa di più. I panel, essendo qualcosa di sempre diverso, sono un discorso a parte, così come gli incontri con gli autori: sono quelli che, spesso, fanno la differenza. Quelli o le esperienze particolari (tipo quella di Stranger Things a Lucca).

Per Tempo di libri il discorso è stato simile: ho visitato la fiera del libro per anni e questa non è particolarmente diversa (come, invece, è un Festival della Letteratura di Mantova, per dire). Ovviamente, se si partecipa a un po’ di incontri, si finisce per personalizzarla e arricchirsi, ma girarla solo tra gli stand equivale a girovagare per un enorme libreria in cui diventa quasi complicato orientarsi. E, occhio, è molto divertente farlo, ma quando hai oltre duecento libri in coda di lettura, anche quella diventa un’attività non esattamente utile.

Quindi noia, di nuovo per cambiamento mio.

Il che non significa che non ci proverò ancora, ma è un dato di fatto che qualcosa è cambiato.

Ho bisogno di più sapore, di qualcosa di più stimolante, di qualcosa di più mio, sia nelle fiere che in ciò che faccio.

Poi ci sono giorno come questo, in cui riesci a scrivere tre pagine e mezza del romanzo, questo posto e, a seguire, un articolo per SerialFreaks e ti sembra di essere incredibilmente produttivo.

Ma la domanda è: per quanto?

E, forse, dovrei imparare a smettere di farmela.

Ma non so, forse è solo che arriva la primavera e io ho sete di vita.

Forse.

E, a margine, sto diventando un maestro nello scrivere post senza capo né coda.

Magari è questo il mio vero talento.

 

E ora?

Alcune premesse sono d’obbligo.
Anzitutto: non faccio quasi mai post politici; ho, ovviamente, le mie idee, ma non penso di avere il background adeguato per fare analisi approfondite e dettagliate. Non è il mio lavoro e penso, stranamente, che ognuno debba fare ciò che gli compete. Però osservo, guardo e deduco: ci saranno volte in cui ci prendo, altre in cui sbaglio, ma tant’è.

Oggi però ho bisogno di mettere nero su bianco un po’ di considerazioni, sia per riorganizzare i pensieri che, lo ammetto, per rileggermi tra due, sei o dodici mesi e capire se avevo ragione. Spero di no, onestamente, ma questo è un altro discorso.

Tutto ciò che verrà letto da questo punto in poi parte da una base precisa e incontestabile: trovo il risultato di queste elezioni abominevole. Non si discute su questo. Chiunque non sia d’accordo può tranquillamente smettere di leggere qui, sopravviveremo entrambi. Gli altri potrebbero non essere comunque d’accordo coi miei ragionamenti.

Premesse terminate.

Partiamo da un presupposto, che è il pensiero che da stamattina e, anzi, da ieri sera più rimbalza nella mia testa. Oggi ha vinto l’Italia.

Semplice così.

Ha vinto l’Italia, perché il risultato di queste elezioni è specchio preciso del nostro paese (e di buona parte di questo mondo, ma non voglio allargarmi in questo discorso).

L’Italia è un paese di destra, di populisti, di gente che vota di pancia. È un paese dove la colpa è sempre di qualcun altro, dove autodefinirsi onesti è sufficiente ad esserlo e a coprire la totale incapacità, dove l’ignoranza è un valore da sbandierare perché è facile.

L’Italia è questo. Un paese di gente che non vuole migliorare, ma vuole star meglio di qualcun altro: non importa chi. Un paese di individui che stanno bene se sanno di avere qualcosa che altri non hanno: sia esso da mangiare, il matrimonio, la cittadinanza, il diritto di voto. Basta avere di più e, sopratutto, basta non aver dovuto sbattersi per ottenerlo.

 

Un paese in cui vince chi promette che si avrà di più senza fare nessun sacrificio e, anzi, basterà sfogarsi sul capro espiatorio di turno per stare meglio. In cui non importa essere primi, basta non essere ultimi, così da avere qualcuno da odiare. E se qualcuno che prima ci odiava ora ci coccola, gli si dà retta perché adesso possiamo odiare insieme qualcun altro. Più debole. Sempre più debole.

Questa è l’Italia. Rassegnatevi. Rassegnamoci.

Io sono uno di quelli che ha sempre parlato, più o meno esplicitamente, di voto utile. Ho sempre trovato inconcepibile la separazione costante a sinistra quando lo spauracchio a destra era tanto forte e ho sempre trovato ingenui o, certe volte, irritanti i duri e puri di sinistra che si autoproclamavano liberi da colpa nel caso di una sconfitta del partito che, in soldoni, ritenevano li avesse traditi.

Sarei stato probabilmente il primo, oggi, a dire qualcosa contro di loro, se i numeri fossero stati diversi. Ma i numeri parlano chiaro e, semplicemente, la sinistra non esiste. Forse non è mai esistita, forse non esiste più, non lo so. Sommate i voti ottenuti da tutti i partiti a sinistri e non raggiungerete la metà di quelli ricevuti dagli altri due poli. Neanche la metà. Questo non è frazionamento, questa è la dimostrazione che non c’è elettorato da quel lato. 

Per cinque anni abbiamo sentito ripetere che il PD ormai era come la destra. Non è mai stato vero, sia chiaro, ma è stato vero qualcos’altro: il PD ha provato a recuperare elettori che stavano in quell’area. Ci ha provato. Che abbia fatto bene o male non è punto su cui voglia soffermarmi qui, ma di certo ci ha provato e, per un breve periodo, ci è anche riuscito. Poi altri hanno capito e hanno iniziato a parlare una lingua molto più diretta agli stessi elettori, molto più loro e questi hanno fatto la scelta più prevedibile in assoluto: sono andati dove si sentivano a casa. Nella vera destra e/o nel vero populismo. Chi pensava che il PD fosse come la destra, vedrà ora le differenze, ma la consolazione è ben magra se non nulla.

Il PD ha perso perché non ci sono elettori con le sue priorità e, se per questo, non ci sono elettori con le priorità di sinistra. Non ci sono persone a cui importi dell’uguaglianza, dei diritti civili, degli immigrati, della protezione dei più deboli. Attenzione: non sto dicendo che avrebbero dovuto votare tutti PD, sto dicendo che se ci fossero stati, sarebbero per lo meno andati a confluire sui partiti minori che, a sinistra, erano pronti a fungere da elemento di contrasto e protesta. Così non è stato.

La sinistra ha perso perché non c’è mai stata un’offerta tanto varia e appetibile tra populismo e destra. Ha perso perché ora chi avrebbe votato loro perché non rappresentato altrove è andato dove si sentiva rappresentato. Questo è.

Di errori, il PD, ne ha fatti una marea, incluso il pensare di aver acquisito un certo elettorato e di potergli dimostrare il proprio valore semplicemente dicendo “guardate che è così, non come dite voi”. Se già una volta non funzionava, ora – con la soggettivizzazione della verità – è come parlare a una platea mentre questi sono al ristorante a mangiare. 

Ma possibile non si vedesse? Io non sono nei corridoi e non posso parlare di ciò che non so, ma posso parlare di ciò che vedo ogni giorno. Oggi stesso più persone, sui social, si sono stupite di quanto il loro giro di persone fosse diverso dai risultati del paese. C’è chi ha parlato di omertà, chi semplicemente sottolineava la cosa. Il problema è proprio lì: noi, da tempo ormai, abbiamo cominciato a costruirci bolle di sicurezza di gente che ci assomiglia. Sui social e nella vita privata. Solo l’ambiente lavorativo o familiare può, in molti casi, fungere da specchio reale, ma la nostra cerchia privata è specchio delle nostre scelte e affinità. Il risultato? Ci convinciamo che il mondo lì fuori somigli a noi molto più di quanto non faccia in realtà. Ma il mondo è quello di chi non vediamo mentre ci ripetiamo che “meglio non vedere certo schifo se no mi faccio venire il sangue amaro”. Non sto accusando, sono il primo a farlo, perché si tratta di un meccanismo di autodifesa normale e naturale. Ma il risultato è questo: lo scoprire un paese molto distante da ciò che siamo noi.

Io penso che, in grande, il PD e la sinistra tutta abbiano fatto lo stesso errore. Impegnati a darsi pacche sulle spalle nella propria cerchia hanno perso di vista il fatto che da fuori erano visti come qualcosa di indesiderato e indesiderabile. Si sarebbe potuto evitare questo risultato? Onestamente non credo. Io credo che questa piega fosse in accumulo da tanti anni e fosse solo in attesa di esplodere. Sta succedendo in tutto il mondo e solo pochi paesi stanno resistendo in qualche modo. Noi, che certe pieghe le sappiamo ben coltivare, abbiamo mostrato di nuovo chi siamo.

E penso anche che chi abbia votato il populismo per “mandare un messaggio” (qualcuno c’è, l’ho visto ieri e oggi) abbia sottovalutato le conseguenze su tutti di un messaggio del genere. Perché i messaggi sono avvertimenti: se spari un colpo in aria è un messaggio, ma se spari a qualcuno dicendo che vuoi mandare un messaggio, nel frattempo quel qualcuno muore. Il messaggio è arrivato, ma non c’è nessuno a riceverlo. E quel qualcuno non è il PD, sia chiaro. 

E ora? Where do we go from here?

Onestamente non lo so e ne sono terrorizzato. Io sono un uomo fortunato: appartengo a una buona nicchia di privilegi. Potrei stare seduto in disparte e fregarmene, almeno finché qualcosa non mi viene a toccare personalmente. Il 70% degli italiani fa così, perché non dovrei farlo io? Perché io non sono così. Io sono parte del 30% e continuerò ad esserlo.

Ma supponiamo di stare a guadare da fuori, di poter non farsi toccare. Uno potrebbe dire “beh, ora che provino, chi li ha votati capirà”. E invece no. Perché chi li ha votati a Roma, per dire, sembra li abbia rivotati oggi. E sappiamo come sta Roma, lo sappiamo bene. Ma la formula del “dare la colpa agli altri” funziona bene, così come quella del negare l’evidenza tacciando di menzogna. Mentire dicendo agli altri che mentono. Ha funzionato bene e ora funzionerà ancora meglio.

Se – com’è ormai probabile – il primo partito andrà al governo avrà i propri fan a supportare ogni menzogna, ogni falsità, ogni mascherata, perché i duri e puri non sbaglieranno mai. E quando tutto crollerà, la colpa sarà di altri. Poi, ovviamente, spero di sbagliare. Spero si rivelino bravissimi e illuminatissimi. Ma credo si definiranno bravissimi e illuminatissimi e gli basterà così.

E chi pensa che non potrebbero esserci accordi tra loro e lega, per dire, secondo pecca ancora di ottimismo e autoconvinzione: pensare che in nome degli elettori non facciano qualcosa significa credere che ancora non siano convinti di poter governare il proprio elettorato. Il loro elettorato pende dalle loro labbra e questo è un dato di cui tenere conto.

Una volta si sarebbe detto “se sbaglieranno, pagheranno poi”. Questo, però, funzionava quando si votava e non si professava una fede. È il passato. È il momento di capirlo.

E se invece dovesse partire un governo di centro destra? Beh. Salvini premier e tutto ciò che ne consegue. Serve dire altro? Con l’aggiunta che, così, i 5S potranno accusare di essere stati defraudati e puntare ad avere ancora più voti in futuro.

C’è una soluzione, quindi? 

Non lo so. Voglio sperarlo, ma non lo so. Penso, però, che se una strada ci debba essere, questa debba passare dall’essere davvero diversi. Dalla cultura. Dalla diffusione della verità e della realtà. Dalla condivisione dell’importanza dei diritti civili, della responsabilità personale, della tolleranza, del sostegno ai deboli, del “prima l’umanità” invece di “prima noi”. Tutte cose impopolari, ma le cose popolari sono quelle che hanno vinto oggi e le dicono meglio quelli che le sentono proprie.

Ci vorranno anni. Decenni, forse. E non so se servirà.

Ma, onestamente, non vedo altre strade.

E intanto, oggi, ho il pensiero orribile è che uscendo per strada, ogni 10 persone, 4 o 5 hanno votato l’odio e 2 o 3 il populismo.

Oggi ho solo paura.