Attese e affidabilità

Se c’è una cosa che faccio veramente fatica ad affrontare, sono le attese.

In questi ultimi anni troppi eventi mi hanno messo nella condizione di dover aspettare: alcuni, addirittura, sono ancora in ballo da otto mesi dopo le attese precedenti e non è ben chiaro se e quando si sbloccheranno.

Uno potrebbe pensare che, essendo stato costretto a doverne subire tante, ormai dovrei essere in grado di gestirle, ma la verità è ben diversa.

Odio aspettare.

Ma non per l’attesa in sé, quella, di suo, sarebbe gestibile.

Odio aspettare perché non ho garanzie sull’affidabilità altrui e questo mi fa impazzire.

Se io prendo un impegno – sia esso di mandare una mail, un messaggio, dare una risposta, dare un aggiornamento – cerco in ogni modo di rispettarlo e, in caso di problemi nel farlo, avviso comunque la persona in attesa perché mi sono preso la responsabilità di darle una risposta.

Se dico “domani ti scrivo” lo faccio. Se dico “entro questa data ti faccio sapere” lo faccio.

Qualcuno potrebbe chiamarla pignoleria, io lo chiamo rispetto per le esigenze e il tempo altrui, oltre che per la parola che do.

Ecco, il problema è che troppi non fanno così e, se mi trovo a dovermi affidare, non ho la certezza che certi impegni verranno rispettati.

Vale per i clienti.

Vale per i fornitori.

Vale per gli avvocati.

Vale per il gattile da cui sto aspettando notizie.

Non so quante volte mi sia capitato di aspettare e, una volta superata l’attesa tollerabile, chiamare o sollecitare per sentirmi dire “Ah, sì, scusa, dovevo aggiornarti”.

Ecco perché sclero, perché se mi affido, poi spesso mi trovo a pentirmi di averlo fatto.

Mi piacerebbe tanto aspettare con fiducia, sedermi sul divano e dire “nessun problema, tanto so per certo che si farà/faranno vivi”: il 90% delle volte non avviene e io, alla fine, devo fare sforzo doppio o triplo, senza contare che a quel punto il tempo per agire – se necessario – si riduce.

“Rilassati”.

Già.

Io mi rilasserei, se il mondo fosse affidabile.

Fanculo.

Me ne vado

Meno di 24 ore.
Poi me ne andrò.
Via da un anno che si è preso tanto, più volte senza preavviso e dove più poteva far male.
Via da un silenzio che ancora sovrasta.
Verso un luogo che è come casa da pochi anni, sperando che sia la casa della guarigione.
Voltando le spalle al dolore, alla mancanza, ai sensi di colpa, al vuoto, alle recriminazioni, a chi va lasciato indietro.
Verso mesi tanto pieni di incognite da far paura, come se non avessi la prova che le incognite ci sono sempre, che ne siamo coscienti o meno.
Ma, certe volte, l’incoscienza è un dono. Un lusso.
Meno di 24 ore, poi me ne andrò.
Non per molto, forse non sarà sufficiente, ma sarà qualcosa.
Meno di 24 ore per iniziare altrove, per staccare da ciò che è stato, per dire basta e poi dire ricominciamo.
Me ne vado e per la prima volta non avrò da pensare a chi lascerò in questa casa, perché rimarranno solo mura e oggetti. Niente di più. Perché, per ora, non c’è niente di più.
Meno di 24 ore.
Me ne vado.
Per cercare di guarire.
Per cercare di sorridere.
Per provare a ricominciare.
Nonostante il dolore, nonostante il vuoto, nonostante le paure, nonostante i nonostante.
Meno di 24 ore.

Ci si vede di là.

Credo.

Ciò che eri.

Non riesco a comprendere come sia trascorsa già una settimana. Eppure, se ci penso, sembra ancora più lontano. Lontano e vicino, come ogni dannata volta il cui il dolore diventa insopportabile.
Ti ho pensato non so quante volte, piccolo mio: ho cercato di distrarmi e grazie anche a tante persone che mi vogliono bene ci sono riuscito più di quanto potessi sperare, ma poi si torna a casa, c’è il silenzio, c’è il vuoto e il dolore torna, sia esso violento come quella maledetta notte di una settimana fa, o diffuso come oggi.
Sabato ero al gattile, non quello da dove sei arrivato tu, ma cambia poco. C’erano tanti mici lì da troppo e vedendoli ho avuto la conferma che arriverà il momento in cui uno o più di loro verranno a casa con me. Non so se si tratterà di settimane o mesi, ma succederà. Perché tu, nel mio cuore, non perderai mai il tuo posto ma in questa casa ho bisogno di vita e di dare amore e di sentire calore.
Ma proprio tu, che accogliesti prima Zen e poi Poldo, so che capiresti.

Arriverà il momento.

Così come arriverà presto il tatuaggio per te. Ho già scelto, devo solo prenotarlo. Devi stare con me, anche così.

Ti ho pensato, piccolo mio, e ogni giorno ho scritto ogni momento, ogni istante che mi sono tornati alla mente e che non voglio vadano mai persi. Ho deciso di scriverli qui e, quando me ne verranno in mente altri, li aggiungerò. Sarà il tuo post, il tuo segnaposto qui oltre che nel mio cuore. Perché niente, di ciò che sei stato, potrà essere veramente descritto, ma niente di ciò che posso scrivere deve andare perso. Né ora né mai.

Non importa se chi passerà da questo post non leggerà che poche righe, probabilmente farei lo stesso. Mi importa che qui ci sia tu. Non le spiegherò. Non serve a te e non serve a me. Le lascio qui, così. Per noi.

Ti voglio bene, Stitch.

Spero solo tu sapessi quanto.

  • Il calorifero. Quanto adoravi spalmartici. Quanto.
  • L’amore per l’odore del cloro. Le serate che trascorrevi ad annusarmi e leccarmi quando andavo a nuotare.
  • La zampa sul viso per tenermi vicino a te. A volte eri invadente, ma era come mi stringessi la mano, come volessi dirmi che eravamo tu e io, insieme.
  • Le poppate sul braccio, fino a farmi male e a sbavare.
  • Il tuo russare. Quanto ti ho preso in giro per questo.
  • Le fusa rumorose come un trattore.
  • Il tuo giocare con la canna e il topo.
  • Le posizioni imbarazzanti che assumevi quando dormivi o quando ti lavavi
  • Le miagolate di rimprovero quando tornavo a casa
  • Le miagolate per la pappa la mattina
  • Il tuo essere  schizzinoso con certe pappe e guardarmi come a dire “questo te lo mangi tu”
  • I morsi che mi davi. D’affetto, ma ogni volta mi facevi male.
  • Il tuo rapporto con le gattaiole. Prima non ti fidavi, poi hai capito come usarle e ti piaceva farti un giro sul balcone anche d’inverno, anche per pochi secondi.
  • Il tuo amore per il balcone. Prendere il sole in primavera, stare all’aria aperta, magari sdraiato sullo zerbino.
  • L’odio per la macchina. Non ti è mai piaciuto andare in giro. Mai.
  • Quando non eri solo. Prima con Zen, poi anche Poldo, poi di nuovo solo Zen. Non hai mai fatto storie quando sono arrivati a casa, non hai mai battuto ciglio, li hai sempre tenuti vicini a te. E anche per questo ti adoravo. Come adoro le foto in cui dormite ammucchiati.
  • Ricordi quanto amavi l’acquario i primi tempi? Era come fosse una televisione per te. Oltre a un terreno di caccia che non ti stancava mai. Ricordo di averti visto abbracciato agli spigoli nella speranza di prendere un pesce.
  • E un giorno cadesti nell’acquario. Ti piaceva dormirci sopra: i neon erano caldi, era una goduria. Ma quel giorno il coperchio era aperto, lo stavo pulendo, te ne sei accorto troppo tardi. Impiegai un’ora ad asciugarti col phon.
  • Non amasti andare a Bologna, soprattutto per il viaggio e i disagi di dover essere isolato da Pucca. E quel separé per te era solo un piccolo ostacolo da spostare per andare in esplorazione, con nostra gioia estrema. Ma Rooney, lui non batteva ciglio e vi trovammo, tu, lui e Zen a dormire sul letto. Insieme.
  • La tenerezza di quel ritorno a casa mezzo sedato per non farti spaventare troppo. 
  • 7.2 kg. Il tuo peso per anni. Li sentivo tutti quando ti sdraiavi addosso. Voglio sentirli ancora.
  • Gigio. Come diamine facevano a chiamarti Gigio? Abbiamo rimediato subito, no?
  • Il 14 gennaio 2006. Il primo giorno che ti vidi. Il 21 gennaio arrivasti a casa tua. Casa tua. 
  • Le prime notti e per un bel po’ la tua passione, di notte, era venire a leccare i capelli mentre dormivo. Tenero, sì. Ma quanti accidenti ti tirai. 
  • Quando avevi da ridire, miagolavi guardando dritto negli occhi. Che tutto il tuo dissenso fosse evidente.
  • Ti piaceva giocare comodo. Sdraidato per terra o anche in luoghi improvvisati, come su un ripiano della libreria in corridoio.
  • Anni di grattatoi per poi scoprire che il tuo preferito era di cartone. Quanto te lo godevi.
  • Quando volevi qualcosa, ti mettevi a fare balletti assurdi. Ho perso il conto della quantità di testate che hai dato contro gli spigoli per metterti in mostra.
  • E in bagno, dopo mangiato, venivi a farti fare qualche coccola, magari strusciandoti in mezzo alle gambe.
  • Oppure rimanevi di guardia, ad aspettare che finissi quel che stavo facendo e poi precedermi fuori.
  • E tempo fa amavi anche saltare sul cesto della biancheria. Coccole durante la seduta. Era il tuo ideale di ottimizzare i tempi.
  • La poltrona per te era uno dei tuoi posti, tanto da lamentarti se mi ci mettevo io. O saltarmi in braccio, così ci stavamo entrambi.
  • Quanto amavi la cassapanca? Era perfetta per spalmarti vicino al calorifero. O anche solo per pisolare.
  • Ho perso il conto di quante volte ho lavorato con te sulla scrivania. A volte ti bastava sdraiarti, altre volevi attenzione e mette la testa sulla tastiera o sul mouse. Fingevo che mi dessi fastidio. Mi manca.
  • E quando non sapevi come metterti, certe volte finivi sul monitor e lo spostavi. Eri delicato, tu.
  • Poi hai iniziato a non fidarti più di saltare. Mi miagolavi da terra per farti mettere sulla scrivania, così ti ho regalato la scaletta per essere autonomo e hai iniziato subito a usarla.
  • Quanto amavi dormire abbracciato a me. Se poi diventavo fastidioso ti bastava stare appoggiato alle mie gambe. L’importante era stare vicini.
  • Anche quando leggevo. Mi mettevo a letto e tu arrivavi, ti piazzavi a fianco e se ci scappava qualche coccola non disdegnavi.
  • Sul divano invece non c’era tanto spazio per stare a fianco (anche se a volte ci riuscivi): lì decidevi direttamente di sdraiarti su di me. Con tutti i tuoi 7 kg.
  • Ricordi quando ero in sedia a rotelle? La mia gamba stesa e tu che avevi dedotto fosse una posizione perfetta per farti da cuccia. 
  • Quando ancora non c’era Zen volevi attenzioni, soprattutto perché eravamo fuori tutto il giorno. Ricordo la quantità di agguati che facevi a Manu. Chissà perché mai a me. Ogni tanto, dall’altra stanza, sentivo un urlo. Avevi colpito di nuovo.
  • Ricordi quanto lei fosse impedita a prenderti in braccio all’inizio? Poi imparò, ma all’inizio era impacciatissima e il tuo sguardo quando ti sollevava era impagabile.
  • Tu non ti sdraiavi, soprattutto gli ultimi anni. Tu a un certo punto smettevi di contrastare la gravità e ti lasciavi andare a peso morto.
  • Quando Miss Sauron veniva a casa tu eri contento, potevi avere doppie coccole. Però il cuscino lo volevi per te e lo facevi notare non schiodandoti praticamente mai.
  • Però ti piaceva starle in braccio, farti coccolare, poppare anche su di lei.
  • E quando eri indeciso ti spostavi tra uno e l’altro e una volta ti piazzasti di traverso su entrambi.
  • Era imbarazzante la tua passione per le pacche sul sedere. Perdevi ogni controllo e dignità.
  • Ma se volevo farti coccole gradevoli, dietro le orecchie, sul fianco e sotto il mento erano i posti perfetti. La pancia no, quella era per Zen.
  • Quante volte sei venuto a strofinare il tuo muso contro il mio viso. Era l’affetto supremo, assieme alla zampa sul viso.
  • Il tuo pelo profumava come un maglione di lana. Sempre.
  • Se mi dormivi addosso, spesso cercavi contatto con la fronte. A volte ben appoggiata a me, a volte sotto il mio fianco, altre sotto il bracccio.
  • E anche sotto il collo. Ti piaceva piazzarti lì.
  • Quando decidevi di dovermi precedere, soprattutto perché puntavi a essere nutrito, rischiavi sempre di farmi inciampare.
  • La mattina la routine era definita. Io mi alzavo e tu, qualunque ora fosse, ti aspettavi di avere la pappa umida. Mi precedevi in corridoio, miagolavi e se non arrivavo tornavi indietro a cercarmi e a sollecitarmi alzando il volume.
  • Quanto amavi piumone e coperta pelosa, tutto ciò che che ti facesse dormire al caldo, me incluso.
  • E quante volte ti sei infilato sotto le coperte, d’inverno. Tornavo a casa e trovavo il bozzo. Ti scoprivo e te ne andavi scocciato.
  • Qualche volta uscivi prima che tornassi. La prova? Il letto sfatto al mio ritorno.
  • Quante volte ti sei addormentato con la lingua di fuori. Ricordi? E ogni tanto te la toccavo per fartela tirare dentro.
  • Certi giorni la tua attività maggiore era passare dalla sedia alla cassapanca e viceversa. Così per cambiare posizione.
  • E quando eri piccolo adoravi sdraiarti sullo schienale del divano o anche metterti a guardare fuori dal davanzale della finestra. Il mondo ti incuriosiva.
  • Però, per quanto amassi il balcone, se da giovane venivi portato fuori in braccio, ti attaccavi alla soglia della porta come se qualcuno volesse buttarti di sotto.
  • La fontanella. Amavi bere dalla fontanella, soprattutto da dove usciva l’acqua.
  • Quando uscivo ti salutavo. Sempre. E ti dicevo quando sarei tornato. E che ti volevo bene.
  • Per te i nuovi acquisti erano spesso scusa per farti le unghie. Tipo sul mio primo ebook reader. E sul quaderno che mi regalò Marco per gli appunti del romanzo. La pelle o la similpelle erano la tua passione.
  • E due settimane fa ti innamorasti del saccio di iuta del regalo di Simona. Te lo lasciammo e non ci fu giorno in cui non ti ci sdraiasti sopra. Ora dormi dentro di lui. Non volevo togliertelo. Non potevo togliertelo.
  • Ma anche borse e sacchetti di qualunque tipo andavano bene. E scatole, ovviamente. Scatole.
  • Il tuo contegno era messo alla prova quando ti sedevi in corridoio, appoggiato al muro, completamente svaccato. O quando ti ci appoggiavi sdraiato pancia all’aria.
  • Quando volevi essere seguito o attirare l’attenzione ti muovevi come uno squalo, ondeggiando nonostante la massa.
  • Adoravo stringerti la testa per coccolarti. E baciarti la testa e la guancia.
  • Quanto amavi girare negli armadi. Una volta rimanesti chiuso dentro tutto il giorno. Lo passasti dormendo e ne uscisti senza batter ciglio.
  • Ormai la routine era definita. La mattina, appena sveglio, la scatoletta. La sera, prima di andare a letto, i treats. Sempre.
  • Quando la sera mi alzavo dal divano sapevi che era ora di chiedere i tuoi treats, ti alzavi da dov’eri e ti spostavi in cucina.
  • Non eri più agile come una volta. Non ti fidavi di saltare sul letto e sul divano, così ti attaccavi con le zampe anteriori e poi ti issavi arrampicandoti. Non era la cosa più elegante da vedere, ma funzionava.
  • Vero, la mattina eri quasi sempre sulla scrivania, ma il pomeriggio erano della poltrona o della cassapanca. Al massimo proprio letto o cuccia. Ogni ora aveva il suo luogo.
  • Ti ricordi il giochino da cui potevi tirare fuori i croccantini? Erano gli stessi nella ciotola, ma a volte ti piaceva andarli a tirare fuori da lì. Uno per uno, infilando la zampa.
  • A volte ti facevi viziare ancora di più e ti facevi coccolare mentre mangiavi. Cibo e carezze o spazzola, non potevi chiedere di più.
  • E qualche volta ti bastavano le coccole, ma comunque vicino alle ciotole. Sdraiato in mezzo. Anche quando non mangiavi più facevi così.
  • C’erano sere che tornavo e ti sentivo miagolare da dietro la porta, altre che te ne stavi a dormire e dovevo venirti a cercare. In quei casi mi accoglievi con uno sguardo assonnato e mezzo infastidito.
  • Quanto piaceva a te e Zen correre dietro il laser. E tu saltavi anche per cercare di acchiapparlo.
  • Non era il caso di lasciare scarpe in giro. A volte decidevi di fartici le unghie.
  • Ricordi quando ti chiamavo per ripulire il piatto dove avevo mangiato la ricotta o del formaggio fresco? Quanto ti piaceva.
  • E se non era la zampa in faccia o il morso, a volte era leccarmi la mano o la guancia il tuo modo di dirmi che mi volevi bene.
  • Eri testardo. Se decidevi che volevi metterti in un punto, camminavi su qualunque cosa e su chiunque per arrivarci.
  • La tenerezza che mi facevi quando dormivi e ti agitavi nel sonno. A volte ti svegliavo se mi sembrava avessi un incubo e per un istante ti guardavi intorno insicuro di dove ti trovassi.
  • C’erano volte in cui ti molestavo, prendendoti in braccio o coccolandoti in modo che non gradivi. Poi ti mettevo giù e tu, dopo qualche passo, ti giravi e mi lanciavi un’occhiataccia. Era il tuo sguardo da vaffanculo.
  • Sei sempre stato pulitissimo, a volte anche in modo assurdo e le pose che assumevi per lavarti erano imbarazzanti.
  • Per non dire di quando ti ripulivi perché eri stato toccato controvoglia.
  • Odiavi ti tagliassi le unghie. Non ti facevo male, ma ti dava fastidio comunque.
  • Arrivava qualcuno e tu, se lo conoscevi, iniziavi a girare intorno, soprattutto se era la tua cat-sitter. Magari ci poteva scappare uno stuzzichino, o almeno così pensavi.
  • Le nuove webcam che avevo messo per guardarti erano motorizzate. A volte le sentivi muoversi e guardavi perplesso nella loro direzione.
  • Quante zampate mi hai dato mentre dormivo perché volevi mi svegliassi per darti da mangiare o per abbracciarti.
  • E poi, se resistevo, a volte ti arrendevi e tornavi a metterti a letto.
  • E qualche volta, sdraiati a fianco, ti tenevo la zampa. Così.
  • Che poi, è vero, hai imparato a usare le gattaiole, ma il passaggio era sempre un po’ goffo, con la pancia che si schiacciava contro.
  • Quanto ti piaceva lasciare il tuo odore su borse e valigie. Che fosse chiaro a chi appartenevano. 
  • A volte ti piacevano i percorsi lunghi. Come quando per andare sulla sedia partivi dal letto, andavi sul comodino, ti infilavi su un ripiano della libreria e finalmente arrivavi a destinazione. O come quando mi circumnavigavi nel letto per andare da un lato all’altro del cuscino.
  • La tua macchietta sul muso, che scendeva solo da un lato. E le vibrisse lunghissime.
  • Ci sono gatti che quasi non guardano l’erba gatta. Tu eri tossico. Ma tossico vero. 
  • Eri così espressivo. Il tuo sguardo attento quando volevi mangiare o puntavi una possibile preda, quello curioso di qualche novità, quello pensieroso mentre stavi sdraiato e non dormivi.
  • Odiavi l’asse da stiro. Stasera devo stirare e tu non sei qui a lasciare la stanza vedendola arrivare.
  • A volte mi precedevi in cucina, eri sicuro che stessi arrivando, ma se non giungevo abbastanza in fretta tornavi indietro e mi sollecitavi a non battere la fiacca.
  • Dopo mangiato tornavi a letto, che era ancora sfatto, così dovevo rifarlo con te sopra, tirando le coperte sotto il tuo peso.
  • E i dispetti in bagno? Quando tiravi giù gli asciugamani perché ti annoiavi? E anche se ti dicevo a distanza di non farlo, miagolavi e proseguivi.
  • Ricordi come distruggesti i primi asciugamani belli comprati da Manu? L’avevo avvisata, non fece più l’errore.
  • A volte decidevi di ingropparti Zen. Così, tanto per.
  • Amavi i nuovi anfratti. Un giretto esplorativo era una piccola gioia per te.
  • Sapevi miagolare in due o tre tonalità contemporaneamente e non ti facevi problemi a dimostrarlo se eri indispettito da qualcosa.
  • C’erano mattine in cui la sveglia suonava prima del previsto e tu non te l’aspettavi e dormivi profondamente. Ma era una breve defaillance, appena sveglio scendevi dal letto pronto a esortare la scatoletta.
  • Mi capitava di uscire di casa e scordare qualcosa. Rientravo pochi istanti dopo essere uscito e tu, da dov’eri sdraiato, mi guardavi come fossi scemo.
  • Amavi giocare tenendo stretti gli oggetti tra le zampe, mordendoli e avvolgendoli.
  • E quando usavo la canna per farti giocare, la tua passione erano gli agguati dietro l’angolo. Appena la preda spariva tu partivi.
  • Ricordi due settimane fa? Ti facemmo conoscere R2D2. Non sembravi convintissimo. Ti fidavi poco.
  • Tanti anni fa mettemmo un piccolo giardino zen in sala. Durò pochissimo. La mattina dopo l’avevi trasformato in una spiaggia tropicale.
  • Per te, volermi bene, era anche tenere la testa più vicina possibile al mio viso.
  • A volte a letto o sul divano battevo un paio di volte la mani in un punto: tu sapevi che volevo mi raggiungessi e arrivavi, sempre che ne avessi voglia, ma era più sì che no.
  • Avevi uno o due canini spezzati.
  • Amavi tonno e verdurine, ma i piselli ti stavano antipatici e li lasciavi nel piatto. Solo loro.
  • Imparammo presto che le porte chiuse sarebbero state un ricordo. Bastò quella sera in cui imparasti a saltare e tirare giù la maniglia per aprirla ed entrare in camera da letto.
  • Eri buono come pochi. Mai aggressivo, mai un morso cattivo, mai un graffio. Ma odiavi prendere medicine e farti medicare e, in quei casi, i tuoi sette chili li facevi sentire tutti. 
  • A volte ti addormentavi col muso tra le zampe. Così.
  • C’erano momenti in cui ti prendevo in braccio e a te non andava o magari ti stringevo troppo forte e tu facevi piccoli versi che facevano sembrare borbottassi. Lo ammetto, alcune volte ti prendevo in braccio solo per sentirti borbottare. Eri adorabile.
  • Capitava mi alzassi di notte. Tu, mezzo addormentato, alzavi un po’ la testa per vedere se valesse la pena seguirmi, nel caso fossi andato in cucina. Quando vedevi che non era così, preferivi rimanere al calduccio del letto.
  • C’erano notti in cui volevi starmi ancora più vicino e per te, vicino, voleva dire essere dove avevo la faccia. Ogni volta che mi voltavo dall’altro lato, tu mi giravi intorno e ti posizionavi davanti a me. E così per un’ora o due, finché non eravamo entrambi addormentati.

Ecco. E mentre scrivevo altre ne sono venute in mente e le ho aggiunte. E sarà così ancora, ne sono certo. Perché nonostante siano tante, sono una minima parte di ciò che eri.

Ma eri anche questo e non voglio dimenticarlo mai.

Mi manchi più di quanto sappia dire.

Questo è per te, piccolo mio.

 

 
 

Non sono capace

Non so se ne sono capace, sai?
Per Zen, per certi versi, mi ero preparato, in qualche modo assolutamente non sufficiente.
Per Rooney il dolore era tanto, ma per forza di cose diverso.
Ma con te.
Come riassumi dodici anni di vita in un post di merda come questo?

Come fai a spiegare, a mettere nero su bianco tutto ciò che sei stato? E come fai anche a trasmettere lo schifo che fa dover parlare al passato. Tu dovevi essere qui, oggi. Magari avrei dovuto curarti, medicarti, preoccuparmi che mangiassi, ma dovevi essere qui. Invece mi hai lasciato solo. E il senso di colpa che provo per com’è andata ieri sera è qualcosa con cui dovrò fare i conti a lungo.

Dodici anni. Non ho avuto storie, nella mia vita, così lunghe. Tu sei stato il mio compagno di vita. C’è stato sempre un prima e un dopo qualcosa. Prima e dopo una nuova storia, prima e dopo un matrimonio, prima e dopo una separazione, prima e dopo Zen, prima e dopo Rooney. Ma tu ci sei sempre stato, in questi dodici anni. Ora c’è un prima e dopo di te e io non sono sicuro di saperlo gestire.

Domenica ero convinto avessi mal di denti, illuso me. E ora non ci sei più. Sei su quel maledetto balcone in attesa che ti porti a dormire con Zen. Insieme di nuovo. Almeno questo. Ma intanto mi avete lasciato solo.

Dodici anni. Quasi dodici. Era il 14 gennaio 2006 il giorno in cui ti vidi la prima volta. Enpa di Monza. Avevamo deciso che era il momento di avere un gatto e non doveva essere troppo giovane. Ci mostrarono te, che eri stato con una volontaria fino a quel momento. Ricordo che la prima cosa che vidi fu il tuo culo, poi i tuoi occhi stralunati, che in dodici anni ho imparato a conoscere così bene. Ti avevano chiamato col nome indegno di Gigio, che ti cambiammo subito.

Eri Stitch e lo sei sempre stato.

Il 21 entrasti in casa e da quel giorno iniziarono le quantità di foto, iniziò la vita che tu portasti con te.

Sembra così lontano, tante cose sono cambiate qui, ma solo tu eri sempre lì con me.

Ricordo ai tempi gli agguati che facevi alle gambe di Manu per attirare l’attenzione.

Ricordo la prima settimana, in cui ogni notte mi leccavi la testa.

Ricordo il tuo tuffo nell’acquario, quando pensavi di scaldarti sul coperchio, ma il coperchio non c’era.

Ricordo quando ti venivi a mettere in braccio mentre ero in sedia a rotelle, perché per te era una posizione perfetta per riposare.

Ricordo i giochi distrutti, quelli ignorati, le infezioni all’occhio. E le strisce di cui eri protagonista. E l’uccellino che sapemmo mai chi aveva ucciso, se tu o Zen.

E il tuo essere tanto bonaccione da accogliere Zen e Poldo senza battere ciglio.

E le pose assurde mentre dormivi e le scatole in cui dormivi. E l’infilarti sotto le coperte per il freddo.

E il cedere alla forza di gravità quando volevi sdraiarti.

E il tuo fare le fusa che ti faceva sembrare un trattore, oppure il modo in cui russavi quando dormivi.

Come cazzo li riassumo dodici anni in poche righe di merda, Stitch?

Come metto in un post tutto ciò che sei stato?

Ogni scelta in questa casa o nella mia vita è stata fatta anche in funzione tua. 

“Prendo il treno domani, così oggi sto con Stitch”.

“Non esco stasera, sono uscito anche ieri, non voglio lasciarlo solo troppe sere”

“Se metto quel mobile, lui poi non riesce a salire sulla scrivania, non voglio fargli questo torto, gli piace troppo”.

“Stasera, quando torno, vedrai le miagolate di lamentela perché sono stato troppo fuori”.

La scaletta. Non saltavi più, per cui la scaletta. Hai imparato subito a usarla. Era perfetta.

Per le gattaiole hai impiegato di più, prima dovevano sembrarti delle ghigliottine, poi hai iniziato a godertele. Anche qualche giorno fa, giusto per pochi minuti. Stavo scrivendo “ora” invece di “poi”. Ma non c’è più ora. Ora non ci sei più. Ora ho le gattaiole ma non te.

“Non voglio lasciarlo solo”, ma adesso tu hai lasciato solo me e io, senza di te, non so più bene come si vive.

Ci ho provato, tesoro. Eri terrorizzato e io non ti ho protetto. Ti ho detto che sarebbe passato. Sbagliavo. Scusami.

Scusami.

Scusa se ci sono stati giorni in cui non ti ho coccolato abbastanza o ti ho urlato o mi sono lamentato delle zampate in faccia o delle miagolate per la pappa.

Scusa se non ti ho spazzolato quanto avrei dovuto o se ti prendevo in giro per il peso.

Scusa se a volte ti ho fatto scendere di dosso.

Scusa se a volte mi arrabbiavo per i piccoli morsi che davi. Lo so, lo facevi perché mi volevi bene. È che mi facevi male. Ma ora come faccio?

Scusa se sapendo che potevi essere malato ho iniziato a temere di dover vivere lo stesso incubo di Zen. Questo incubo è anche peggiore, piccolo mio. Anche peggiore.

Scusami.

Io non lo so come potrò non sentire più il profumo del tuo pelo. Era tuo, unico.

Non so come sarà non vedere che mi guardi in faccia miagolando per la pappa.

Non so come sarà non sentirti più poppare sul mio braccio con foga. L’hai fatto due mattine fa, cazzo. Due mattine fa.

Non so come sarà non vederti più dare testate contro gli spigoli nei tuoi balletti acchiappa coccole.

Non so come sarà non averti addosso sul divano, col tuo peso spalmato e la zampa su un occhio.

Non so come sarà dormire senza che mi svegli per le coccole o il cibo o perché hai vomitato una palla di pelo in corridoio.

Non so come sarà non averti a strusciarti mentre sono in bagno.

O le coccole muso contro muso.

Ogni istante che passa c’è un nuovo qualcosa che non ci sarà più, che va via con te. E se mi girerà ne scriverò ancora, aggiungendole quando mi vengono in mente perché è giusto così.

Non so come sarà lavorare senza te che decidi che vuoi le coccole e mi copri la tastiera. Che mi sposti i monitor andandoci addosso. Mi hai anche fatto saltare la wifi, un giorno, così.

Balle.

Lo so, invece.

Farà schifo.

Perché senza di te non può che fare schifo.

Io non riesco a dirti addio. Non ce la faccio. Passo dalla rassegnazione alle lacrime in pochi minuti.

Stamattina ho messo via alcune tue cose, perché vederle mi fa male.

Solo che tolte le tue cose rimane il vuoto, perché qui dentro, senza di te, c’è il vuoto.

In me c’è il vuoto, ora.

Sopravviverò, lo so.

Ma io non volevo sopravvivere, io volevo vivere ancora un po’ con te.

Volevo te ne andassi nel sonno, di vecchiaia, non così.

Non così.

E invece niente. 

“Almeno ho Stitch”.

Non più.

Sono solo ora. Non ci sei più.

Il mio compagno di vita non c’è più.

Devo accettarlo, finite le lacrime.

Ma non so se ne sono capace.

Avrei bisogno ci fossi tu a consolarmi, come hai fatto quando non c’era più Zen.

Addio, piccolo mio.

Grazie di avermi amato più di quanto io probabilmente abbia mai dimostrato a te.

Grazie di avermi dato questi dodici anni di vita.

Avevo ragione, non sono capace di raccontare ciò che sei stato. E posso mettere anche il doppio delle foto, ma non ti renderò giustizia. Scusami, anche di questo.

Addio, Stitch.

Saluta Zen, Rooney, Lupo, Lucky e gli altri. Ma tu, piccolo, tu sei stato il mio gatto. Il mio gatto. Per dodici anni.

Addio, tesoro mio.

Neanche questo post riesco a chiudere. Non è abbastanza, non sembra abbastanza. Non lo sarà mai.

Mi manchi.

Mi manchi.