Di necessità e volontà

Un amico di cui so bene i casini e i pensieri mi scrive un messaggio.

Si scusa, perché avrebbe voglia di uscire per una pizza, ma quello che sta gestendo è talmente grande da non lasciargli respiro.

Non aveva bisogno di scrivermelo: lo sapevo benissimo e, ovviamente, gliel’ho detto.

Ma lo conosco abbastanza bene da sapere che non poteva non farlo.

E lui mi conosce abbastanza bene da sapere che non serviva.

Ed è per questo che l’averlo fatto l’ha reso ancora più prezioso: perché non era necessario.

Era voluto.

Spesso sta tutto lì.

Cosa celebri oggi?
Imparare a tenere ciò che fa bene e far fluire il resto in base al momento e al tempo. Non è facile. Sto imparando. Giusto così.

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Piccole fragilità

Chi ha un animale in casa, soprattutto cani e gatti, riconoscerà quello di cui sto parlando.

L’avere un pet rende, tipicamente, estremamente protettivi nei suoi confronti: ne riconosciamo la dipendenza da noi, la fragilità, il bisogno che hanno delle nostre attenzioni (sì, anche i gatti).

Casi eccessivi a parte, siamo in grado di riconoscerne l’umore, di sapere se sono contenti, se sono spaventati, se non stanno bene e via dicendo: sono sotto la nostra protezione; quando Zen era malato, il suo benessere era fondamentale per me e il prendermi cura di lui, delle sue esigenze, era diventato parte principale di ogni giornata. I ritmi erano dettati dal cercare di nutrirlo a intervalli regolari, dal dargli il cortisone agli orari stabiliti, dall’organizzare in casa in modo che non potesse farsi male e che quando, regolarmente, avrebbe vomitato potesse sporcare il meno possibile.

Zen era sempre stato uno dei gatti più indipendenti che io abbia mai conosciuto, eppure in quei giorni sapeva che mi prendevo cura di lui e lo accettava di buon grado (o suo malgrado), stringendomi giorno per giorno il cuore.

Una sensazione di tenerezza simile ma, per fortuna, più allegra ce l’ho a volte quando Stitch dorme sul divano, sulla scrivania o sul letto vicino a me.

Spesso non capita nulla, al massimo russa, ma ci sono volte in cui inizia a sognare e agitarsi nel sonno, anche in modo piuttosto acceso.

Alcune di queste volte mi capita di svegliarlo delicatamente e di vedere, nel momento del risveglio, la sua confusione, il non capire cosa fosse sogno e cosa no, e l’accettare con piacere le coccole che gli spettano.

Ecco, quel momento di spaesamanto mi ricorda la sua fragilità e, in piccola parte, riesce sempre un po’ a commuovermi.

Ma, lo so, chi ha animali può capire. Gli altri forse.

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Una linea col passato

Stasera sono riuscito a essere presente alla conferenza di apertura di una piccola mostra dedicata alla Linea di Osvaldo Cavandoli all’interno dei Brera Design Days in occasione, tra l’altro, della prossima iscrizione dell’autore milanese nel Famedio del Cimitero Monumentale.

Per chi come me da bambino rimaneva ammirato a guardare quello strano omino che smadonnava (letteralmente) sullo schermo, questa celebrazione è più che dovuta e quando, in conferenza, ti trovi davanti persone come Bruno Bozzetto, Maurizio Nichetti e Fusaro Yusaki, non puoi che ritenerti fortunato e passare un’ora e mezza in ammirato silenzio.

Prima della conferenza vera e proprio è stato trasmesso un documentario su Cavandoli, sul suo lavoro, sulla nascita della Linea, documentario che necessariamente ha mostrato spezzoni del disegno animato, con un unico risultato: risate.

Risate spontanee, vive, pulite, dal sapore di una volta.

E quello che colpisce è proprio che, nonostante l’età e la semplicità apparente di un cartone come questo, la sua capacità di divertire non si esaurisce e si trasmette a chi la guarda oggi esattamente come a chi la guardava venti, trenta, quarant’anni fa, incluso quel bambino che si faceva venire gli occhi storti seduto per terra su una moquette verde scura.

E, di nuovo, vedere personaggio come quelli citati salire su quel palco fa riflettere.

Perché Bozzetto, enorme, lo conoscono gli appassionati.
Nichetti, ormai, idem.
Fusaro Yusaki, lo ammetto, era sconosciuta di nome anche a me, finché non hanno detto che lei era dietro gli spot di plastilina che secoli fa pubblicizzavano, ad esempio, il Fernet Branca: spot che hanno trasmesso brevemente e che mi hanno trasmesso un brivido d’emozione al ricordo. Difficile spiegare la sensazione, ma l’idea che davanti a me ci fosse la persona che con le sue mani ha creato ognuno di quei fotogrammi tridimensionali mi ha colpito più di quanto avrei pensato.

E quindi così ci si trova seduti in un pubblico ad ascoltare Bozzetto che racconta di quanto un radiatore di una cinquecento sporco il vestito di Cavandoli prima di una premiazione e di come lui scrollò le spalle e ci andò comunque.

O Yusaki che racconta, in un italiano stentato ma adorabile, di Cavandoli che amava mangiare giapponese, ma non sapendo usare le bacchette, se ne era costruito un paio a molla.

O Nichetti che spiega come, non avendo speranze di farsi assumere decenni fa da Bozzetto come attore, finì per riciclarsi come sceneggiatore.

E sullo schermo passano vecchi disegni animati,vecchi spot (più vecchi anche di me) e se ne intuisce sì l’ingenuità, ma anche una dose di talento, di inventiva, di leggerezza che sempre più raramente si incontrano oggi.

Sia chiaro, io non sono un nostalgico: per molti aspetti non tornerei mai indietro (sebbene il presente e il futuro mi spaventino non poco), però c’è qualcosa nell’ammirare il lavoro di certi artisti che mi fa pensare che stiamo perdendo. Mi capita di rifletterci guardando spezzoni della tv di una volta, mi è capitato di pensarci stasera davanti a tre talenti eppure tanto sconosciuti a molti.

Qualcosa la stiamo perdendo, non c’è dubbio. Spero sempre che venga sostituita da qualcosa di altrettanto importante e bello, ma a volte, in certi momenti, faccio più fatica a crederci.

Cosa celebri oggi?
La fortuna di essere cresciuto con certe immagini, certe risate, certe ingenuità.

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Qua e là.

Finito di lavorare.
Cyclette.
Doccia.
Barba e capelli.
Cena.
Divano.
Un episodio di Philip K. Dick’s Electric Dreams.
Bello.
Un mese a Lucca.
Non vedo l’ora, forse più del solito.
Stitch in cuccia, sperando che stanotte mi lasci dormire.
Ho bisogno di dormire.
E avrei bisogno di uscire, dopo due giorni in casa, ma stasera ormai non se ne parla.
E avrei bisogno che questa pelle sotto la morta si formasse più velocemente.
Tre mesi a Londra. Sì, di nuovo. Per fortuna.
E intanto c’è il comicon a NYC e io no.
E un po’ hai le palle piene.
E vedi alcune cose che ti verrebbe da urlarne la pateticità, ma poi alla fine scrolli le spalle, che non ne vale la pena.
E vorresti ordinare qualche nuovo dinosauro, ma per ora aspetti, che novembre è in arrivo e novembre è l’inferno per chi lavora in proprio.
E oggi hai pubblicato il terzo articolo su SerialFreaks e sei contento e soddisfatto e questo sa di buono.
E ti chiedi che senso abbia questo post, ma sicuramente ne ha, da qualche parte, qua e là.

Cosa celebri oggi?
Conoscenza e consapevolezza. Che spesso ti fanno vuoto intorno, ma rimangono un dono fondamentale.

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26 volumi dopo

Qualche giorno fa ho letto l’ultimo volume di una lunghissima raccolta pubblicata da Panini, Complete Peanuts, che raccoglie tutte le strisce e le tavole domenicali del capolavoro di Charles Schultz.

Quando scrivo “lunghissima” non lo faccio a sproposito, considerando che il volume in questione era il numero 26 e che la cadenza è stata (così come per gli originali americani) semestrale, il che significa tredici anni di uscite.

Ricordo bene il giorno in cui questa collezione fu annunciata: mi trovavo a Cartoomics a Milano, era il 2004 ed ero insieme a qualche forumista mentre ci veniva detto in una conferenza che sarebbe stata pubblicata questa serie di 25 volumi (il 26esimo è stato aggiunto in corso d’opera) semestrali: i pensieri furono molti, dall’intimorimento dovuto a una serie così lunga all’emozione di poterli avere tutti.

Io, personalmente, ricordo i miei pensieri volgere indietro nel tempo, a quand’ero bambino e un mio compagno di giochi aveva tanti libri dei Penauts, nell’edizione che allora andava per la maggiore: li collezionava e io, lo ammetto, lo invidiavo parecchio, ma non mi misi mai a collezionarli a mia volta per non so quale motivo di preciso. Così, quando furono annunciati, il pensiero fu che finalmente avrei potuto collezionarli io in una versione molto più bella di quella del mio amico di allora.

E così siamo qui, tredici anni dopo, con la mia collezione che fa bella mostra nella nuova libreria montata nel week-end, a segnare la fine di un’epoca, a coprire quelle due o tre vite che ho cambiato nel frattempo e a ricordarmi che non è mai troppo tardi per leggere certi capolavori.

Tredici anni: è stato un bel viaggio, Sparky. 

Grazie di cuore.

Cosa celebri oggi?
L’avere avuto la possibilità di completare un viaggio tanto speciale e unico. E l’aver avuto la costanza per portarlo a termine.

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