Sarà

Ci sono quei giorni un po’ così.

Che già parti stanco da tempo e finisce per dormire meno di quattro ore.

Colpa prima tua, poi del caldo, poi dell’aria condizionata che ti secca la bocca (pure questo), poi dei gatti che sentendo il corridoio più fresco decidono di usarlo come pista per i 100 metri.

E quindi ti svegli, stanco, accaldato, assonnato e nervoso.

E poi scopri che, potenzialmente, alcune dinamiche lavorative potrebbero cambiare. Ridursi. Che non è drammatico, ma comunque significa non poter del tutto rilassarsi. Mai.

E sai bene che potrebbero non essere effettive, che hai passato di molto peggio, che hai già tirato fuori il meglio in situazioni più critiche, ma resta il fatto che ti rompe. Sarà la stanchezza, sarà il sonno, sarà il caldo, ma ti rompe.

Che poi ti lamenti sempre di non avere tempo ed, eventualmente, sarebbe esattamente il tempo che ti serve, quindi per certi versi ti farebbe anche comodo, ma comunque ti rompe.

Perché avessi almeno sbloccato quell’ombra ferma lì da un anno potresti fregartene.

Perché non importa quanto bene ti vadano le cose, il ricordo di quando andavano male non aspetta altro per farsi vivo.

Perché giorni come questo sono quelli in cui ricordi che la libertà che tanto ami ha un prezzo e tu, quel prezzo, lo paghi così.

E pur trattandosi solo di ipotesi ventilate, comunque ti rode.

Poi, nel caso la gestirai, ma ora ti girano e basta.

Sarà la stanchezza.

 

Nulla

Sono giorni, anzi, settimane che mi chiedo se valga la pena fare questo post, ma già chiederselo è un errore oggi, in questo preciso momento storico.

Nel giro di pochi giorni siamo stati testimoni di notizie che, lette su un libro o mostrate in un film o serie tv, ci avrebbero portato a dire “possibile non se ne siano accorti? Che non abbiamo compreso cosa stava accadendo?”.

Ecco, questa è la domanda che continuo a farmi: possibile che non ce ne stiamo accorgendo?

Non parlo di tutti, ovviamente.

Parlo di coloro che “facciamoli provare”. Parlo di chi ha sottovalutato il potere delle forze politiche ora al governo, soprattutto di chi, col solo 17%, sta di fatto decidendo le sorti del restante 83%.

Abbiamo assistito al gioco di potere sulla pelle di 630 persone.

Abbiamo assistito all’intimidazione di giornalisti, alla schedatura di manifestanti, al divieto di manifestazione con cartelli contro il governo.

Questo non è cambiamento naturale, non si tratta di normale alternanza tra destra e sinistra, non si tratta di democrazia. È qualcosa che torna dalle fogne dov’era stato scacciato poco più di settant’anni fa e, come tale, si porta dietro il proprio seguito di sporcizia.

Di codardi che minacciano di morte chi difende i diritti degli omosessuali, in primis, come accade da settimane a membri dei Sentinelli di Milano e com’è accaduto ieri a Cathy La Torre.

Perché nel momento in cui si sdogana l’odio, nell’istante in cui si passa il messaggio che tutto vale, che discriminare è legittimo, che il diverso va schiacciato e/o scacciato, questo è il risultato: le iene tornano allo scoperto e minacciano tutti. Tutti. Anche coloro che ora potrebbero sentirsi al sicuro, perché nel momento in cui qualcosa del genere diventa la norma è solo questione di tempo prima che se ne diventi vittime.

Non è “se”, è “quando” e anche non fosse così sarebbe comunque abominevole.

Io non voglio credere che la maggioranza degli italiani stia assistendo a tutto questo e pensi sia giusto: lo temo. Lo temo davvero, ma non voglio crederlo, perché se lo credessi finirei per pensare che non c’è più speranza e io, alla speranza, rinuncerò solo da morto.

Ma ciò non toglie che se non facciamo qualcosa, il futuro sarò oscuro, che se non combattiamo ora, la storia si ripeterà, perché non serve essere in maggioranza assoluta per essere pericolosi, se la maggioranza rimane impassibile.

Non sto facendo iperboli, non sto esagerando, è sotto gli occhi di tutti, basta voler vedere.

Il problema è il come.

Mettiamoci in testa che ridere dell’ignoranza di chi ha votato non è servito (anzi) e non servirà (anzi al quadrato).

Mettiamoci in testa che salire su un piedistallo alimenterà solo coloro che quel piedistallo lo odiano da sempre.

Mettiamoci in testa che se non condividiamo bellezza, cultura e tolleranza non usciremo mai da questa situazione, perché a odiare loro sono molto più bravi. Molto.

Questo non significa non denunciare. Bisogna denunciare, bisogna tenere alta la guardia, bisogna ricordare che tutto ciò è sbagliato, ma bisogna anche dare l’esempio del bello. Celebrare la vita. Accogliere.

Aiutare chi soffre ed è discriminato.

Celebrare e combattere per uguali diritti per tutti.

Non pensare mai che una cosa non ci tocchi.

Non ridicolizzare, ma rendersi conto del pericolo effettivo che esiste.

E non lo sto dicendo da un piedistallo, perché è una cosa che devo imparare io stesso.

Non è facile.

Non è neanche sicuro.

Ma dobbiamo provarci, perché io non voglio, tra venti o trent’anni, ammettendo di essere ancora vivo, dover rispondere alla domanda “cosa stavate facendo mentre succedeva” con “nulla”.

Questa è l’unica certezza che ho.

Novità, dicevamo

Circa quattro mesi fa, su SerialFreaks, ho cominciato a occuparmi di Counterpart,una serie veramente molto bella con protagonista J.K. Simmons. Scrivendone ogni settimana e condividendo gli articoli sui social ho iniziato a interagire con Sara Serraiocco, brava attrice italiana che interpreta un ruolo importante nella serie; non si trattava di chissà quali interazioni, sia chiaro: io pubblicavo la recensione, lei ricondivideva e ringraziava, ma comunque era già un qualcosa che faceva piacere.

Una volta finita la prima stagione, complice anche un paio di messaggi di “chiusura” con lei, un piccolo pensiero si è insinuato, prima come ipotesi remota e poi come qualcosa di sempre più credibile: perché non chiederle un’intervista?

Era un pensiero strano per vari motivi, in primis il fatto che io non avevo mai intervistato nessuno e l’idea stessa era una sfida non da poco. In aggiunta, avrebbe potuto tranquillamente rifiutarsi: non mi sarei affatto stupito né l’avrei ritenuto fuori luogo. Eppure cos’avevo da perdere? Se avesse detto no, mi sarei trovato nella stessa situazione precedente, se avesse accettato sarebbe stata una possibilità notevole per me e per l’intero sito.

Mi sono consultato coi ragazzi della redazione davanti a una cena giapponese e, come prevedibile, l’idea piaceva a tutti.

Ma, di nuovo, dentro di me la consideravo un’ipotesi del tipo “ok, dai, prima o poi se capita ci provo”.

Poi, poco più di una settimana fa, è scattato il pensiero. Perché “prima o poi”? Cosa avrei dovuto attendere, a parte la reticenza naturale nel disturbare qualcuno che, di me, conosceva soltanto il nome e le parole di una recensione? Così ho preso il cellulare e ho mandato il messaggio: ho chiesto, educatamente, se fosse disponibile a fare un’intervista con me.

Risultato? Questo lunedì, a fine giornata, ho trascorso poco meno di un’ora a parlare con lei via skype, a farle le domande che mi ero preparato durante la settimana, a scoprire di avere davanti una persona simpatica, disponibile, piacevole e che aveva una gran voglia di raccontare il suo lavoro.

Il risultato lo trovate qui: http://www.serialfreaks.it/counterpart/dietro-baldwin-intervista-esclusiva-con-sara-serraiocco/

Io posso dire solo quanto mi emoziona esserci riuscito e quanto sia felice dei commenti ricevuti da chi mi conosce e da Sara stessa. E, lo ammetto, rileggendola sono – una volta tanto – fiero di me.

Fiero perché l’articolo mi piace, fiero perché l’ho ottenuto con le mie forze, fiero perché l’ho fatto agendo come spesso mi riprometto ma non sempre riesco a fare.

Mi è piaciuto, mi sono divertito (nonostante la perdita del video registrato, che mi aveva fatto tremare, ma risolta grazie all’audio), mi sono sfidato e mi è venuta di nuove sfide del genere.

Lo scrivo qui non per vantarmi (bugia, dai, un po’ me ne vanto eccome) ma soprattutto per ricordarmi che sì, vale la pena rischiare, provare, cambiare. Si rischia di fallire, ovviamente, ma si rischia anche di ottenere qualcosa di bello.

Tipo un’intervista.

Qualche novità qua e là

Lo so, lo so, sto scrivendo pochissimo, almeno qui sopra ed è anche una premessa che faccio ogni volta. Facciamocene una ragione, per ora è così.

Un po’ perché a volte il tempo per scrivere è dedicato alle recensioni su SerialFreaks e quelle, necessariamente, hanno la priorità, un po’ perché quando nel week-end ho tempo cerco comunque di fare qualcosa per il romanzo (procede, eh? lentissimamente, ma incredibilmente procede) e un po’ perché non voglio scrivere qui tanto per farlo, penso si senta quando succede: voglio farlo perché ho qualcosa da raccontare, da celebrare, di cui sfogarmi o su cui riflettere.

Certo, ci sarebbe la situazione politica, in questi giorni, ma onestamente è tanto avvilente che non saprei scrivere nulla se non “che schifo”.

E poi, qui sopra, la politica è entrata solo per motivi ben precisi e mi sta bene così.

Per cui perché sono qui, oggi?

Perché alcune novità ci sono e mi piace condividerle.

Anzitutto, qui sotto trovate un podcast dove, per un’oretta, potrete sentirmi sproloquiare insieme a chi mi ha invitato e ad altri ospiti sul tema “Reboot di serie tv”. L’episodio è andato in diretta su Radio Stonata e devo dire che mi sono estremamente divertito. Se siete curiosi, cliccate.

Poi, lunedì intervisterò per la prima volta una persona del mondo dello spettacolo. Sono felice e onorato di poterlo fare, anche perché sarà la mia prima intervista, la prima intervista pubblicata da SerialFreaks e perché è nata sostanzialmente grazie ad alcune recensioni che ho scritto nei mesi passati.

Non dirò ora di chi si tratta, ma di certo condividerò qui sopra il link appena la pubblicheremo.

Chi mi conosce sa quanto adori le sfide e i cambiamenti costruttivi e queste due novità saltate fuori praticamente nell’arco di una settimana hanno un sapore di cui avevo bisogno da tempo. 

Non so cosa ne verrà fuori: magari saranno esperienze una tantum e magari no, ma il semplice fatto di viverle è qualcosa che mi rende molto felice.

Radio (almeno una volta). Intervista (almeno una volta). Romanzo (almeno finirlo, pubblicarlo sarebbe poi un vero sogno).

Sì, è un maggio stimolante ed è giusto condividerlo qui.

4 (e 5)

Poco più di cinque mesi fa, cinque mesi e due giorni, Stitch se n’è andato e il trauma di quel giorno mi ha segnato anche più di quanto avrei potuto prevedere (e non era poco).

La cosa che, nel giro di un paio di settimane, fu chiara era che la sua presenza non era solo una questione di affetto, ma era elemento centrale della mia stabilità quotidiana. Pochi giorni e avevo cominciato a perdere orari, a essere meno attento al mio benessere in casa, a essere meno concentrato e organizzato: semplicemente, prendersi cura di qualcuno comporta per forza di cose – se si è equilibrati – anche il prendersi cura di noi stessi.

Per questo, tornato da Londra, andai da Mondo Gatto, il gattile principale di Milano, e, nel giro di un paio di settimane, tre nuovi ospiti erano in giro per casa. Non in sostituzione, perché non esiste sostituzione, ma in integrazione, a riempimento di spazi che non potevano né dovevano rimanere vuoti.

Oggi sono esattamente quattro mesi da quando Sissi, Sasha e Sheppard sono arrivati a casa.

Quattro mesi di scoperta reciproca, di danni, di sterilizzazioni, di ricerca del cibo giusto, di qualche (fugace) paura per la loro salute.

Quattro mesi in cui le due pesti sono cresciute e hanno cominciato a distinguersi nettamente: più grande e rumorosa Sissi, più piccola e acrobata Sash.

Quattro mesi in cui si sono instaurati nuovi riti, tra cui il doverli sempre far giocare dopo cena, pena miagolate ultasoniche.

Quattro mesi in cui Sheppard è passato dall’essere un gatto sottopeso che aveva paura del mondo all’essere un gattone che ripulisce ogni traccia di cibo, che periodicamente rompe le scatole a Sasha e gioca con Sissi, che si lascia accarezzare e che non soffia neanche per sbaglio.

Quattro mesi in cui il cartongesso del corridoio si è riempito di unghiate fino a un metro e settanta di altezza. E non è stato Sheppard.

Quattro mesi in cui il istinto protettivo si è sviluppato oltre ogni immaginazione, in parte come reazione a ciò che è successo a Stitch, in parte perché salvare due piccole con la madre uccisa dai cani e un gatto adulto che aveva solo bisogno di una famiglia alimenta per forza di cose il proprio senso di responsabilità.

Quattro mesi di famiglia.

E se, senza dubbio, io ho salvato loro, è altrettanto certo che loro sono riusciti a salvare me quando più ne avevo bisogno.