Di scadenze e memorie

Una settimana fa, a quest’ora, eravamo a Londra, in giro in cazzeggio in vista della serata (di cui parlerò in un altro post, magari).

Non so se l’ho mai scritto, ma quando vado in UK ho preso l’abitudine di partire col passaporto, sebbene la carta d’identità sia (per ora?) sufficiente: in tutti gli aeroporti londinesi esistono gli e-gate che, leggendo il passaporto elettronico, permettono di smaltire velocemente le procedure di frontiera e chi ha voglia, sinceramente, di fare coda in aeroporto se può evitarsela?

Orbene, quando ho recuperato il mio passaporto per il viaggio, la data di scadenza mi ha colpito con violenza: 15 giugno 2019. Tra un anno. Il che significa che a oggi quel passaporto ha poco più di nove anni. Impossibile, per uno come me, non prendersi (più di) un attimo per pensare ad allora e a oggi e mi sconvolge rendermi conto di quanto sia cambiato da allora. O, se vogliamo, di quanto poco sia rimasto come allora.

Quel passaporto fu emesso per il mio primo viaggio a New York, con la mia compagna di allora. Questo significa che nove anni fa io non ero ancora mai stato in un paese di lingua anglosassone, non avevo mai iniziato a scoprire il mondo là fuori, non fosse stato per un viaggio sul Mar Rosso e poco altro.

Non ero mai stato a New York. Non ero mai stato a Londra. Non ero neanche mai stato a Parigi e Berlino. Non avevo mai confrontato il mio inglese col mondo reale. Pesavo 20 kg in più. Il mio ginocchio era ancora intero. Non avevo ancora iniziato a lavorare al romanzo, ma ogni tanto nasceva un racconto. Avevo persone che ritenevo amiche che ora sono dissolte nel vento. Alcune ci sono ancora di nome, altre sono state tagliate, altre ancora adesso sono di nuovo presenti. Tra me e i miei fratelli non c’era ancora nulla se non delle parole di estranei. Lavoravo per altri clienti e quasi sempre fuori di casa. C’erano Stitch, Zen e Poldo. Mangiavo carne e pesce. Ero capace di enormi entusiasmi. Non conoscevo ancora persone che, ora, mi sono care. Non avevo ancora mai vissuto Lucca Comics per più di qualche ora. Scrivevo solo sul blog e ancora il mio nome reale e quello virtuale erano ben poco associati. Non ero mai stato al cinema da solo. Accidenti, non avevo mai neanche viaggiato da solo. Non avevo mai celebrato un matrimonio. Il mondo mi sembrava avere casini, ma che potesse risolverli con impegno.

Mi guardo ora e mi guardo allora. Del me di allora è rimasto oggettivamente poco, diventato le fondamenta del me di oggi. Evoluto? Sì, penso di sì, su molte cose, almeno. Felice di come sono andate le cose? Di nuovo, in molti casi sì, ma questi nove anni hanno richiesto tanti di quei pegni che le cicatrici ci sono e si vedono. Nel mio modo di pormi col mondo, meno accogliente e più amaro. Nel mio non aver più voglia di perdere tempo con alcuni tipi di persone, anche se questo significa potare o rischiare la solitudine. Nel mio non sapere più entusiasmarmi ai livelli di allora: che non significa che non godo delle cose che faccio (vedi lo scorso week-end), ma che una parte di me non sembra più capace di raggiungere quei picchi di euforia pura, pulita e genuina. Nel mio essere disilluso e spaventato verso il mondo che mi circonda. Nel mio pensare di più al tempo che rimane.

Eppure sono tante le cose che mi rendono fiero e felice. Il continuare a vivere del lavoro iniziato 19 anni fa. La sfida del romanzo. L’aver deciso di scrivere anche per e con altri. Il viaggiare a Londra, che è ormai diventato il mio rifugio taumaturgico. L’essere diventato vegetariano. L’aver aumentato (perché quella c’è sempre stata, ma si impara sempre meglio e sempre di più) la mia consapevolezza della necessità di più diritti per tante, troppe persone che non ne hanno a sufficienza. Ho imparato ad andare al cinema da solo e a gustarmelo, a decidere di partire per una destinazione per vedere uno spettacolo e tornare il giorno dopo, a camminare in giro per una città non mia con la sola volontà di girovagare. Ho imparato a conoscere meglio ciò che mangio, a sapere che ogni mia scelta dev’essere consapevole: magari non sarà sempre la migliore, ma quanto saprò come e perché l’ho fatta. Sto imparando che i rapporti interpersonali non possono né devono basarsi sui traumi che mi porto dietro dall’adolescenza: che dare troppe possibilità significa svendersi e svendersi è sempre male.

Ho ricevuto attestati di stima in uno dei periodi peggiori della mia vita e sono e sarò sempre singolarmente grato a ognuna delle persone che è stata presente. E ho deciso di ricordarmi chi non lo è stato in alcun modo. Non materiale (ma non era obbligatorio) e non morale. Sto imparando che esserci va bene per le persone che lo meritano, ma per quanta empatia si possa provare, le energie sono limitate e c’è chi quella presenza in futuro la butterà nel cesso.

Ecco, le energie sono limitate. La verità più grande a cui ho dovuto adattarmi. Non c’è tempo, energia, spazio per tutto e tutti. Bisogna scegliere. Bisogna imparare a scegliere. Chi e cosa vale la pena dentro, agli auguri di maggior fortuna (per citare il professore).

Eppure, nell’insieme, penso di essere una persona migliore, per quanto si possa dirlo di se stessi. Più completo, consapevole, con più esperienze. Più me stesso.

Nove anni. Una vita. Ed ho paura, per certi versi, a pensare a nove anni in avanti. Un po’ per il pensiero sul futuro che già citavo, un po’ perché per quanto si ami il cambiamento, ciò che avviene nel tragitto non sempre è piacevole, spesso è traumatico, anche se molte volte necessario.

Per adesso, però, mi fermo un secondo. Guardo ai nove anni da quel passaporto. Guardo dove sono. Mi segno ciò che mi piace, ciò che non mi piace e ciò su cui forse posso intervenire (spoiler: non molto, non sempre, non quanto si vorrebbe). E magari torno a ricordare quel momento, la rigenerazione dell’Undicesimo Dottore, che per puro caso (?) ho riguardato l’altra sera. Quelle parole, da tenere strette e ricordare sempre. Soprattutto ora. Tutti noi.

Cambiamo tutti, se ci pensi bene. Siamo tutti persone diverse nel corso delle nostre vite, e va bene così, è giusto, bisogna continuare a muoversi, finché tieni a mente le persone tutte le persone che sei stato. Non dimenticherò neanche un istante di tutto questo. Neanche un giorno.Lo giuro. Ricorderò sempre quando il Dottore ero io. 

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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