Anestesia

A volte, mentre lavoro al romanzo (troppo poco, ma più che nello scorso anno), mi fermo a pensare a come sarà quando avrò finito.
Quando avrò scritto l’ultima parola, cosa proverò? Che sensazione? Trionfo? Entusiasmo? Semplice spossatezza?
Riuscirò a gustare l’emozione di un risultato del genere?
Sono anni. Anni. Sono anni che ci lavoro. Non con assiduità, non quanto dovrei e potrei, ma rimangono comunque anni.
A parte la scuola, non ho mai avuto un progetto tanto lungo da portare a termine e non ho mai vissuto la sua fine.

Che poi lo so, eh? Mettere la parola fine non significherà avere terminato. Ci sarà da fare riletture, editing, riletture, ulteriore editing. Potrebbe non finire mai, volendo. Ma la vera sfida, ora, è giungere alla fine. 
Trovargli un titolo.
Far sì che esista.

Certo, poi sarebbe anche bello vederlo pubblicato in qualche modo, ma già sto sognando con la fine, figuriamoci se penso a qualcosa di ben più grande.

Eppure me lo chiedo, soprattutto in giorni come oggi dove tre pagine hanno fatto fatica a uscire (anche causa vicini scazza cazzo), dove già so che dovrò sbloccare (di nuovo) alcune idee, dove mi rendo conto che finirà per essere ancora più lungo di quanto avevo immaginato.

Me lo chiedo perché, soprattutto in questo periodo, a volte mi domando se sono ancora in grado di provare vero entusiasmo per qualcosa e il primo pensiero che viene è al giorno in cui potrò dire di aver finito: quello riuscirà a farmi sentire l’entusiasmo?

Spero di sì, ovviamente.

Così come spero che non sia necessario arrivare a quello per vivere ancora certi picchi di emozione.

Perché, lo ammetto, certe volte ho l’impressione che l’ultimo anno, gli ultimi due anni, mi abbiano in qualche modo anestetizzato e io, da questa anestesia, avrei voglia di uscire.

E intanto scriviamo.

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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