Ristampa N. 6: Subway

Ricordo bene il giorno in cui mi venne l’idea per questo racconto. Era l’agosto del 2009 e mi trovano a New York. Quel giorno andammo a Coney Island e, tornando a Manhattan, mi persi a osservare il vagone della metropolitana e le porte che lo collegavano a quello davanti.
Tutto qui.
Il resto, le immagini, le idee, presero vita da sole o quasi, con la seconda comparsa del Morfeo già citato nel racconto precedente.
È uno di quelli a cui sono più legato, dico la verità.
Di nuovo, come scrissi quasi otto anni fa, trattatemelo bene.

SUBWAY

Notte. 
O forse solo buio. 
Qualcosa si muove. 
O è lui a muoversi? 
Confusione. 
Rumore. 
Come di… un treno? Una metropolitana? 
Che ci fa in una metropolitana? Si chiede. 
Come ci è arrivato? 
Dove sta andando? 
Sente freddo, anche se è vestito: è come se il calore fosse sparito dal mondo per concentrarsi in un punto lontano; non è il freddo che sente sempre quando è nei soliti vagoni condizionati, è qualcosa di diverso, come se il mondo intero fosse freddo, come se il calore non esistesse. 
Si guarda intorno: il vagone è vuoto, almeno così sembra, la luce è a malapena sufficiente per intuirlo; si costringe a percorrerlo: la sola idea lo innervosisce e non sa perché, ma sente che deve proseguire. 
Mentre cammina guarda fuori dai finestrini: non riesce a distinguere niente, ma non è per il buio, anzi, fuori c’è più luce che all’interno; il problema è che proprio non si vede nulla al di fuori: non riesce a trovare un paragone adeguato, un po’ gli sembra di vedere una foto sfocata, un po’ una di quelle riprese artistiche in cui tutto è accelerato di decine di volte. 
Ma quel che gli dà ancora più fastidio è l’impressione che, quando non guarda, sia tutto perfettamente a fuoco, come in uno stupido nascondino a cui lui non aveva intenzione di giocare. 
Cerca di concentrarsi sul vagone in cui si trova, cammina piano, un passo alla volta, come dovesse sondare il terreno, come potesse sprofondare da un momento all’altro e di nuovo si chiede il perché: è in un vagone della metropolitana, un vagone vuoto, il massimo che potrebbe capitargli è barcollare in curva. 
Eppure procede un passo alla volta, sondando il terreno. 
Arriva alla porta di separazione. 
Guarda fuori. 
Nella penombra gli sembra ci sia qualcuno nell’altro vagone. 
Vuole parlarci. 
E’ assurdo, lui non ha mai attaccato discorso con nessuno in metropolitana, ma vuole parlarci. 
Deve parlarci. 
Pensa di aspettare che il treno fermi alla prima stazione, poi si rende conto che è tanto tempo che viaggia e non si è ancora fermato. 
Dovrebbe preoccuparsi, inquietarsi, viverla come una stranezza, ma ne prende semplicemente atto. 
Come fosse un’informazione su un questionario. 
Come stesse mettendo una spunta ad una domanda di poco conto: “Ha viaggiato recentemente su una metropolitana che non fermava mai? Spunti solo sì o no” 
“Sì.” 
E prosegue. 
Sulla porta c’è scritto a chiare lettere “non aprire per la vostra sicurezza”. 
Apre. 
L’aria fredda sembra uscire dal vagone, come assorbita dall’esterno. 
Esce sul tramezzo. 
Qui fa caldo. 
Troppo caldo. 
Suda. 
E non respira. 
Non per il caldo, ma perché non c’è aria. 
I polmoni ci provano, ma non ottengono nulla. 
E fa caldo. 
Troppo caldo. 
Dannatamente caldo. 
“Per la vostra sicurezza” diceva il cartello, ora capisce cosa intendeva. 
Si butta sulla porta dell’altro vagone… un cartello dice “vi avevamo avvertiti”. 
Di nuovo ne prende atto e cerca di trattenere una risposta adeguata con la poca aria che gli rimane in corpo. 
Prega chissà chi che la porta non sia bloccata. 
Non lo è. 
La apre di scatto, entra buttandosi dentro e se la chiude alle spalle. 
Di nuovo freddo. 
Di nuovo aria. 
Di nuovo respira. 
Rimane fermo non sa neanche lui quanto cercando di riprendersi. 
Poi si volta. 
Aveva ragione, c’era qualcuno seduto, lo vede di spalle. 
Anzi, li vede, sono in due, seduti accanto quasi senza sfiorarsi, come si conoscessero ma tenessero le distanze: gli sembra abbiano qualcosa di familiare. 
Li supera. 
Si gira. 
Si gela sul posto: il freddo dell’ambiente non è equiparabile a ciò che ora sente scorrergli nelle vene. 
Conosce bene la prima persona, sono stati insieme per anni fino a qualche mese prima, quando hanno scoperto di essere ormai solo amici. 
Si vogliono ancora bene, ne è convinto, ma non stanno più insieme. 
Ma non è lei che lo spaventa. 
E’ l’altra persona a terrorizzarlo. 
L’uomo. 
Perché l’altra persona è lui, senza dubbio. 
Non può certo dire che sia come guardarsi ad uno specchio, perché l’immagine non è ribaltata e poi la persona davanti a lui è se stesso ma al contempo non lo è: qualche chilo in più, qualche capello in meno, uno sguardo più vecchio e più… rassegnato, sì, rassegnato è la parola giusta. 
E ora che guarda meglio anche lei sembra diversa: una pettinatura mai avuta, uno sguardo stanco, forse triste, qualche ruga in più. 
Non bastassero le stranezze si accorge che mentre li sta guardando loro non reagiscono, guardano fuori dal finestrino, come lui non esistesse. 
Cerca di parlar loro, di toccarli, di comunicare, ma è come fossero statue di cera… e lo sarebbero se non fosse evidente che sono vivi, che respirano: solo non si muovono, non rispondono, non reagiscono. 
Guardano fuori e basta. 
Ormai è convinto di stare impazzendo: sta vedendo un se stesso vagamente diverso e una ex un po’ invecchiata seduti accanto senza toccarsi che guardano fuori dal finestrino di una metropolitana in penombra che sembra non fermarsi mai… e la cosa che dovrebbe inquietarlo di più è che tutto gli pare normale, come se ne stesse soltanto prendendo atto, come non ci fosse nessuna stranezza. 
Non è follia questa? 
Non sto impazzendo? Si chiede. 
Quasi distrattamente segue i loro sguardi, convinto di vedere lo stesso panorama sfocato di prima. 
Ovviamente sbaglia. 
Quel che vede sono immagini in sequenza, come film a cui siano stati tolti interi fotogrammi e si muovano pertanto a scatti. 
Osserva incuriosito smettendo di chiedersi come sia possibile vedere un film in un finestrino. 
Alcune scene gli sono familiari: vede la prima volta che ha incontrato lei, il loro scontro su un marciapiede, i libri di lei che volano via, lui che la aiuta a raccoglierli, un tassista che ne investe uno e riceve gli insulti di lui, gli sguardi che si incrociano, un caffè, una cena, la camera di lei… 
Ricorda tutto, con nostalgia e un po’ di tristezza, senza chiedersi da dove vengano quelle immagini e continuando a guardare. Le scene proseguono fino a una scena recente, ancora un po’ dolorosa. 
Pochi mesi fa. 
Stanno parlando. 
La loro ultima discussione. 
Lei scoppia a piangere, ricorda bene il dolore nel vederla così. 
Lui la abbraccia un’ultima volta prima di andarsene. 
Ecco… sta per uscire ma… non se ne va? 
Com’è possibile? Lui se n’è andato, è così che è finita, ha pensato sarebbe stato meglio, non voleva rimanere lì solo perché lei stava piangendo. 
Cosa succede? Come diamine è possibile? Guarda di nuovo i due, che non si sono mossi. 
Prova a parlare ma è inutile, non lo vedono, non lo sentono, lui non esiste per loro. 
Le immagini scorrono veloci, quasi da lasciarlo senza fiato, riesce a vedere solo alcuni spezzoni: un matrimonio, una sala parto, momenti felici, lacrime di gioia, lacrime di rabbia, discussioni, litigi e poi silenzi, astio, frustrazione e ancora silenzi… non riesce a distinguere i dettagli, anche se vorrebbe, lo “schermo” è sempre più veloce, troppo, troppo, troppo, fino a che deve distogliere lo sguardo. 
Alza la testa, sempre più frastornato. 
Non cerca più di parlare loro, sa che non risponderanno. 
In sé, quasi inconsciamente, pensa di aver fatto bene a uscire dalla porta quel giorno. 
Poi si volta e vede che anche i posti accanto sono occupati. 
Stavolta c’è solo una persona. 
C’è solo lui. 
Di nuovo lui, stavolta molto più vecchio: si riconosce a malapena ma sa di essere lui. 
Un vestito rotto, uno sguardo velato, la barba lunga e disordinata. 
Anche questo doppione guarda fuori e lui non può fare a meno di seguirne lo sguardo. 
Di nuovo immagini, stavolta quasi tutte sconosciute, tranne la prima: qui lui esce da quella stanza. 
Poi però sparisce del tutto. Niente contatti. Niente amicizia. Niente. 
E invece di stare coi suoi amici, invece di passare più tempo con il suo quasi fratello e con la 
sua amica più cara, si butta in mezzo a sconosciuti per dimenticare, per stordirsi. 
Si vede uscire con donne diverse, a volte più a lungo, altre per una notte sola: sembra non trovare mai ciò che cerca e continua a cercare, ma invecchia sempre più e più invecchia, più rimane solo; gli amici non lo cercano più, neanche i più cari, delusi e amareggiati, amori veri non ce ne sono, rimangono solo i ricordi ed i rimpianti. 
Di nuovo le immagini sono più veloci, di nuovo scorrono tanto da far male, di nuovo alza lo sguardo e osserva il sé anziano con un po’ di tristezza e pietà . 
Ricorda bene di aver rischiato di comportarsi così poco tempo prima e ora sente un brivido di paura. 
“Perché li hai allontanati, stupido vecchio? Di cosa avevi paura?”. 
Ma il vecchio non sente. 
E lui volta le spalle. 
Un’altra fila di poltrone, un altro sé, stavolta con la sua amica più cara, quella che ha sempre definito “anima gemella” nel senso letterale e non romantico del termine. 
Sono abbracciati stretti, hanno entrambi i capelli un po’ ingrigiti, ma sa che sono loro. 
Ormai automaticamente guarda fuori dal finestrino e vede sé stesso uscire da quella famosa stanza, ma stavolta non allontana i suoi amici, non allontana la sua amica; eccoli in giro a far compere insieme, come hanno sempre fatto: sono sorridenti, allegri, uniti… forse più del solito, non sa perché ma ha quest’impressione. 
Poi a un certo punto, mentre lei si sta provando una maglia, si gira e lo guarda. 
Si guardano da vicino, come hanno fatto tante volte, ma questa volta non distolgono lo sguardo nonostante il battito cresca: ovviamente lui non può sentirlo dall’esterno, ma lo percepisce e sa bene quante volte l’ha sentito. 
Di solito a questo punto sorridono, sparano una cazzata e si allontanano. 
Stavolta no. 
Stavolta si avvicinano, lentamente, timidi e un po’ spaventati. 
Si baciano. 
E le immagini scorrono via, come se da lì esplodesse tutto, vede singoli scorci di vita: loro sempre insieme, ridono, piangono, fanno l’amore, litigano e si riappacificano. 
Non vede abiti, non vede anelli, non vede neanche sale parto, ma quando distacca lo sguardo dal finestrino li osserva un’ultima volta. 
Non ci sono ancora anelli alle loro dita, ma quegli sguardi sereni gli fanno invidiare il suo alter ego. 
Farfuglia un qualcosa sull’amicizia, ma non si sente neanche lui, sta ancora invidiando quegli sguardi mentre si volta. 
E di nuovo scorge nuove file di sedili e cammina in mezzo a loro: quasi sempre c’è lui, a volte con la sua migliore amica, a volte da solo, a volte con una delle sue ex. 
Altre volte c’è la sua amica, una sua ex o una donna sconosciuta che piangono, ma lui non c’è. 
In quei casi non ha il coraggio di guardare fuori da quel finestrino. 
Intuisce ciò che potrebbe vedere e ne ha paura. 
Vede file piene di bambini e altre deserte, si vede da solo e amareggiato o vede persone sconosciute al posto suo. 
Inizia a non farcela più: è troppo da assimilare, troppe emozioni, troppi scorci, troppe vite. 
Si ritrova a correre senza neanche accorgersene, non riesce più a sopportare tutti quei visi noti e sconosciuti, quelle immagini familiari ed estranee, vuole solo uscire da questo interminabile vagone: passa accanto a sedili totalmente vuoti che lo spaventano anche più di quelli in cui qualcuno piange, sfiora i suoi genitori seduti vicino a due ragazzi che gli somigliano ma non sono lui. 
Corre, continua a correre, non si guarda più intorno, vuole solo uscire da quel vagone, vuole solo andarsene. 
E urla. 
E colpisce la porta all’altra estremità  del vagone. 
La apre, sperando di uscire da tutto. 
Di nuovo il caldo. 
Di nuovo manca l’aria. 
“Non un altro vagone, per favore, non ce la farei a sopportarlo” 
E urla, senza aria, urla. 
Apre la porta ed entra ancora urlando. 
Silenzio. 
Anzi, non proprio, in sottofondo sente una musica: sembra un brano classico, ma non l’ha mai sentito. 
Si accorge di non aver freddo né caldo. 
Si alza piano, ancora scosso. 
Si guarda intorno col timore di essere ancora in un vagone e di vedere altri doppioni, ma con sollievo scopre di essere altrove. Non si chiede come ci è arrivato, ha smesso di farsi queste domande da quando si è trovato in quella metropolitana. 
Ora è lì e basta. 
In un salone molto ampio, quasi non vede il soffitto né le pareti agli estremi. 
Cammina con circospezione, poi vede in lontananza una figura alta e magra. 
Gli si avvicina. 
Ha la pelle bianchissima e i capelli neri, indossa una giacca nera più simile a un mantello che ad un impermeabile. 
Nonostante le luci, la sua ombra è flebile e sembra più un pro-forma che un’ombra vera. 
Si volta a guardarlo: anche i suoi occhi sono neri. Totalmente neri. 
“C-Chi sei? Dove sono?” 
“Sei a casa mia, nel mio regno.” 
“Mi hai portato tu qui?” 
“Sì, di solito non esaudisco questo tipo di richieste, ma ogni tanto faccio un’eccezione” 
“Richiesta?” 
“Sei stato tu a chiedere di uscire da lì, non ricordi? E dato che ti ho sentito io stesso urlare e che qui tutto mi appartiene ho deciso di accontentarti per questa volta” 
“Mi stai dicendo che quella assurda metropolitana è opera tua?” 
“No” 
“Ma se hai detto che questo è il tuo regno…” 
“Questo è il mio regno, è vero, ma nel mio regno io lascio che siano altri a costruire. Io veglio, organizzo, a volte distruggo, qualche volta creo, ma sono altri a costruire più frequentemente nel regno del sogno” 
“Sogno? Era solo un sogno? Almeno non sono pazzo, però… o almeno credo… Tutto questo spavento solo un sogno? Quelle immagini non erano reali?” 
“Non lo erano ancora. Forse non lo saranno mai. Forse sì. Tu hai creato quelle immagini, tu sai cosa significano. Speranze, timori, fantasie, ricordi. Sono tutti in te e tu li hai portati qui.” 
“Allora perché ne ho avuto paura?” 
“Perché hai visto te stesso, hai visto le tue paure divenire realtà .” 
“Ma non solo paure, una delle cose che ho visto mi ha fatto invidia” 
“Era una speranza. Magari inconscia, ma tanto viva da venir fuori qui dentro.” 
“Una speranza… solo una speranza… niente scorci di futuro, eh?” 
“Nel mio regno si materializzano paure e speranze, è mio fratello che guarda in ciò che sarà … ma non sarebbe la prima volta che quel che si crea qui compare anche nel libro di mio fratello, sta solo a te scegliere la strada.” 
“Tuo fratello?” 
“Destino” 
“Ma come faccio? Dimmelo tu! Come?” 
“Ti ho già  risposto, non posso dirti niente di più: tua è la creazione di tutto questo, tue le risposte, tue le scelte. Ripensa a ciò che hai visto e scegli” 
“Ma…” 
“Niente ma, ora ho altri impegni più urgenti a cui badare, mi devi lasciare” 
“Dimmi solo se ti rivedrò ancora” 
“Probabilmente no, ma io ti rivedrò certamente. Addio” 
Apre gli occhi con una strana sensazione. 
Guarda la sveglia: sono le 10 di sabato, ha dormito dieci ore, era parecchio che non gli capitava. 
E’ sicuro di aver sognato, non ricorda che cosa, ma non è stato certo un sogno tranquillo a giudicare da come sono attorcigliate le lenzuola. 
Si alza, si fa una doccia, poi quasi senza pensarci prende il telefono e compone un numero familiare. 
“Ciao, sono io. Sì, mi sono appena svegliato. Tardi? Ma sono solo le 10, non iniziare a rompere, eh? Senti, piuttosto, mi chiedevo… ti va di andare a far compere oggi? Ahhhh, ecco, non dubitavo, so che sei sempre pronta. Ci vediamo alle 2 allora? Ok, passo a prenderti io… No, non andiamo in metrò. Non lo so, ma oggi la metropolitana proprio non mi va.” 
 

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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