So long, Leonard

Era il 1990 o forse il 1991.

Avevo comprato da poco una doppia musicassetta (sigh) che si chiamava “Love Album” (sì, ero un romanticone) e aveva all’interno un fottio di brani notevoli e piuttosto atipici rispetto a tante raccolte simili.

Soprattutto, nonostante il titolo, non tutte le canzoni al suo interno erano d’amore, a volte semplicemente d’atmosfera (il che poteva anche causare qualche problema se uno avesse voluto dedicare uno di quei pezzi a una ragazza non conoscendone davvero il testo… ma almeno questa l’ho scampata).

Mi ricordo che mi mettevo a letto in camera mia (quello che ora è il mio studio), luci spenti, cuffie nelle orecchie, walkman (sigh 2) e la ascoltavo a ripetizione.

A un certo punto, nel buio, arrivava un pezzo molto strano. Un ritmo quasi sincopato, una voce graffiata, un modo di cantare travolgente e anche un po’ inquietante.
La amai, la ascoltai non so quante volte, pur non essendo affatto in tema con la raccolta.

Quella canzone era “First we take manhattan” e fu così che conobbi Mr. Leonard Cohen.

Ci sono voluti anni perché ne approfondissi la conoscenza, perché ne scoprissi le sfaccettature più affascinanti e complicate, perché sentissi parlare del Chelsea Hotel, di Suzanne e di ogni altra poesia scritta o in musica che abbia composto.

Anni perché scoprissi non solo pezzi classici, ma meraviglie come The letters, o Did I ever love you o, diciamocelo, quasi ogni altro pezzo abbia composto.

Poi, poco più di tre anni fa, quando io e Miss Sauron stavamo insieme da poco, l’occasione: Leonard Cohen a Lucca. Detto fatto.

Fu il primo concerto insieme, con l’emozione del caso, fu il primo (e unico) concerto di Cohen che avrei mai visto e fu, sopratutto, uno dei concerti più lunghi, emozionanti e intensi a cui abbia assistito; l’emozione, l’entusiasmo di essere lì insieme fu una sorta di sigillo e rese lui e quel concerto qualcosa di veramente nostro.

Noi eravamo stanchi, quella sera, lui no. Lui se la godeva come pochi.

Ricordo scherzare più di una volta tra di noi dicendo che ci avrebbe seppelliti tutti.

Non è stato così.

In questo dannato, maledettissimo anno, anche lui ci ha lasciati e l’ha fatto all’improvviso lasciando un vuoto a questo pianeta paragonabile solo a quelli di Bowie e pochi altri.

Ora, quello che resta, sono le emozioni, i ricordi, la gratitudine di averlo visto e ascoltato almeno una volta, il sentirlo per sempre parte di noi.

È poco, pochissimo, non basterà.

Eppure, allo stesso tempo, è di un’enormità difficile da immaginare.

Per questo, nel mio piccolo, lascio qui sotto una mini playlist coi brani in radioblog che già avevo pubblicato negli anni.

E un video da quella Lucca, non mio, ma poco importa.

Grazie, Mr. Cohen. 

So long.

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

2 commenti

  1. Voce particolarissima e originale capace di suscitare emozioni e sensazioni singolari.
    Forse qualcuno direbbe che ogni protagonista del mondo della musica sia unico ma io credo che, invece, ve ne siano alcuni che, pur bravi, siano quasi fungibili e altri che siano insostituibili, come Cohen.
    Una curiosità: “far from any road” (colonna sonora della prima serie di True detective) mi ricorda un po’ la parte finale di “the letters”. Che ne pensi ?

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