Tempi e luoghi

Oggi, per una serie di combinazioni, mi sono trovato in una piazza e in una via in cui non camminavo da, a occhio e croce, circa vent’anni.
In quella piazza si trova una fermata della metropolitana che per circa un anno e mezzo, quando avevo diciotto/diciannove anni, frequentavo regolarmente, perché nelle via di cui sopra viveva la mia ragazza di allora (e la mia prima ragazza in assoluto, per dirla tutta).

È stata una sensazione strana.
Ho camminato lungo il marciapiede vedendo il cancello e il balcone a piano terra esattamente com’erano allora, quando in quel cancello entravo con regolarità, quando nel soggiorno che dà su quel balcone mi sono seduto non so quante volte, quando un capodanno andai a prenderla per poi andare a festeggiare vestiti più eleganti di quanto faccia per buona parte del mio tempo ora.

E così ho pensato a quanti luoghi nella nostra vita rimangano nostri per un periodo di tempo limitato, indipendentemente da quanto lungo. Chi ha traslocato almeno una volta lo sa sicuramente meglio di me, ma a pensarci bene non mi mancano certo gli esempi.
La casa di mio padre, che ha fatto parte della mia vita per quasi quarant’anni.
Cesenatico, dove ho vissuto anni di ferie estive.
E ovviamente i luoghi legati alle persone con cui sono stato, siano essi case più o meno vicino o anche intere città: a lungo ho conosciuto a memoria i tratti autostradali sulla A1 o sulla A11 e sentito miei luoghi in Piemonte, in Toscana, ma anche semplicemente in Brianza.

Col cambiare delle nostre relazioni sociali ma, più in generale, della nostra vita i luoghi dimostrano di non essere solo degli sfondi, ma dei veri e propri protagonisti, parte integrante di ciò che noi siamo e viviamo in quel particolare momento.
Così, quando e se capita di tornarci, si genera un effetto contrastante: da un lato la nostalgia (o il fastidio, dipende ovviamente dalle situazioni) dei ricordi, dall’altro la sensazione di essere “disallineati”, di non appartenenza.

Mi viene in mente quello strano senso di estraneità che si genera tra due persone che sono state insieme (o molto amiche), si sono allontanate e poi, in qualche modo, si rincontrano: quella sorta di imbarazzo dato dalla consapevolezza che una volta si era estremamente vicini ma ora si è a malapena conoscenti.
Anche qui ci sono le eccezioni: le persone possono riavvicinarsi (ma probabilmente in una forma diversa da quella originale, non migliore o peggiore, semplicemente diversa), i luoghi possono tornare propri (anche se forse non del tutto).

Eppure questo sfasamento mi tocca sempre, quando capita.
Questo sentirsi su una sintonia diversa da ciò che una volta, invece, era perfettamente intonato con noi.

Ricordo un vecchio episodio di Buffy, non ricordo di quale stagione, in cui grazie a un incantesimo veniva ripristinato il “blocco” atto a impedire l’accesso a qualunque vampiro non invitato. Angel (il vampiro con l’anima primo amore della protagonista) era stato invitato tempo prima e, durante quell’episodio, cercando di entrare in casa andò a sbattere contro quel blocco. Non poteva più entrare. Ciò che era familiare ora era di nuovo estraneo. Ciò che era accoglienza ora era indifferenza o rifiuto.

Ecco, in qualche modo è l’immagine che mi viene in mente pensando ai vecchi luoghi non più nostri.

E ai vecchi amici, non più tali.

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Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

2 commenti

  1. “…la sensazione di essere “disallineati”, di non appartenenza.” Questo è esattamente quello che provo quando torno in Bretagna. Non avrei potuto trovare parole più adatte.

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