340. Non è una parolaccia

È da un po’ che gira in rete un video (che trovate in fondo al post) in cui, in pochi minuti, si spiega meravigliosamente cosa sia l’empatia.

La parola “empatia” è spesso abusata, utilizzata a sproposito, un po’ come tutte le parole che possono superficialmente sembrare semplici e che solo chi è davvero interessato capisce che non lo sono: amore, “voler bene”, cose così.

Empatia è una di quelle parole. Essere empatico è difficile e la cosa particolare è che lo è sia per chi riesce ad esserlo, che per chi non ci riesce.
Chi è naturalmente empatico è anche particolarmente vulnerabile, perché “empatizzare” vuol dire avere i propri sentimenti, le proprie sensazioni in risonanza con un’altra persona: questo rende facile essere feriti ed è esattamente ciò che ci dà il potere di far sentire il nostro calore all’altra persona.
Ma chi lo è in modo forte e istintivo finisce quasi per vivere le emozioni delle altre persone e fidatevi quando vi dico che non è semplice.
Non lo è in modo attivo, lo è ancora meno in modo passivo, quando tu, che vivi l’empatia, avresti bisogno dell’empatia altrui.
E in questi casi, chi non è naturalmente empatico e cerca la via breve per sembrarlo  riesce a fare solo una cosa: danni; perché la tendenza in questi casi è di usare frasi fatte, vuote o addirittura di trovare lati positivi (più o meno azzeccati) in un momento in cui la persona che soffre non è e non può essere ricettiva.
Gli “almeno” (impliciti o espliciti) di cui parla il filmato, insomma.

No, empatizzare non è questo.
Empatizzare è scendere in quel pozzo (sì, è rischioso, l’ho detto) e far vedere alla persona che soffre che noi siamo lì.
No, non stiamo male come lei, ma siamo lì.
E non abbiamo belle parole da dire, ma siamo lì.

“Raramente una risposta può migliorare le cose. Quello che migliora le cose è il legame.”

In questi giorni ho avuto persone che mi hanno scritto “non ho nulla di intelligente da dire, ma ti penso e ti abbraccio”: erano quasi imbarazzate nello scriverlo, quasi come si sentissero in colpa di non avere una parola in qualche modo speciale che potesse alleviare il dolore di colpo.
Eppure era proprio la mancanza di quella parola speciale a rendere il loro gesto tanto importante, perché quella parola non esiste.
Il “ti penso” sì.
Il “ti abbraccio” sì.
Il “non sei solo” sì.
Esserci sì.

Il legame, quello che in quel momento hanno creato per qualche istante.

Quello sì.

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Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

2 commenti

  1. Sono sensazioni che magari durano solo un attimo, ma quell’attimo è importante sia per chi lo dona che per chi lo riceve.
    Facciamo tutti i fenomeni, ma quando di tratta di trovare parole intelligenti da dire, in una situazione che è più grande di noi, quelle svaniscono, perché l’empatia è fatta anche di capire che quella situazione noi l’abbiamo già vissuta, ma il nostro viverla o sentirla è diverso dal vivere e sentire di chi in quel momento la sta vivendo.
    Stamattina sono ingarbugliata, l’immaginare il tuo dolore, il tuo sconforto mi mette in ansia, besos

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