332. Psicogatto

Psicogatto.
SuperZen.
Gatto di rappresentanza.
Cutolo.

Ne hai avuti tanti di soprannomi in questi anni, tranne il più importante, quello che è stato il tuo nome in questi giorni, quando venivo a cambiare il telo su cui avevi fatto pipì o ti prendevo in braccio per pulirti.
Fratellino.
Perché è questo che sei stato.
Il fratellino minore, un po’ disadattato, coi suoi modi e i suoi tempi per mostrare il suo affetto, ma il cui affetto era e sarebbe sempre stato innegabile.

Non andò esattamente tutto come previsto. Quando ti vidi la prima volta eri uno scricciolo di un mese o poco più e sembravi un gran coccolone. Sembravi.
La tua prima foto in assoluto, presa con un cellulare sfigatissimo, ti vede appoggiato alla mia spalla, aggrappato con le unghie, a casa di mio padre.
Fu amore.
Mi fregasti lì.

S/W Ver: 85.97.C6P

Che non sarebbe stato sempre tutto normale avrei dovuto capirlo pochi giorni prima di portarti a casa, quando per qualche ora tu e tuo fratello spariste: scrissi qui sopra per il magone di non trovarti più ma anche la gioia una volta ritrovato.
Non avevo idea di quanto quel magone sarebbe stato nulla in confronto alle lacrime di ieri e di oggi.
Il 1 dicembre 2006 sei arrivato in questa casa, sei arrivato a casa tua, con Stitch che ti ha preso subito sotto la sua ala e tu che sei entrato di prepotenza nelle strisce che ai tempi pubblicavo qui sopra.
Eri il “nano”, altro soprannome, ai tempi: chi doveva dirlo che col tempo saresti diventato più grosso di Stitch?
0203Vedere quella sabbiera mi fa venire in mente quanto, i primi giorni, sembrava che il tuo intestino fosse una sorta di discarica radioattiva: la frase più frequente era “come può un robo così piccolo generare tanta puzza?”.
Mai capito, ma quello, come le due o tre zecche che ti portasti dietro come ricordo della vita di campagna, si risolsero in fretta.

Avremmo dovuto capire da subito, comunque, che ti saresti dimostrato di carattere… interessante.
Come quando decidesti, a neanche un mese dal tuo arrivo in casa, che sì, l’albero di Natale era un posto perfetto per schiacciare un pisolino.

04O quando ti mettevi in posa con quelle scimmiette che, fortunatamente, ho buttato via poco tempo fa.

05

E nei mesi, negli anni, il tuo carattere è venuto fuori alla grande.
Eri lo psicogatto, quello che non voleva dar confidenza a nessuno, men che meno a noi.
I nostri amici sapevano che esistevi vedendoti in foto, ma ci vollero mesi o anni prima che potessero vederti dal vivo.
Con noi era diverso.
Ci volevi bene, e questo non è mai stato un dubbio.
Ma il tuo volere bene era “vi degno della mia presenza, ma non esagerate con le confidenze se non sotto espressa richiesta”.
Perché sì, sapevi chiedere, quando volevi.
Tipo la mattina, quando avevi addestrato Sweetie a grattarti la pancia appena si alzava.
Le si alzava dal letto, tu miagolavi, ti giravi a pancia all’aria e lei era autorizzata e anche spinta a grattarti. Senza esagerare, ovviamente.
E a letto sì, stavi con noi, stavi con me, ma eri tu a decidere come e dove.
Tipicamente in mezzo alle gambe, così da stare caldo e, ovviamente, fare un bel sacco a chi cercava di dormire.

Mai toccarti se non volevi, quante volte ho visto lo sguardo dell'”oh cazzo” quando qualcuno arrivava in stanza e tu non eri stato abbastanza veloce da nasconderti.

Ma poi aprivo una scatoletta e correvi. Coda dritta, ti strusciavi su ogni angolo possibile, miagolavi con vigore, se ritardavo saltavi anche sulla sedia o sul tavolo.
O, negli ultimi mesi prima che la malattia esplodesse, venivi direttamente a chiamarmi.
Mezzogiorno in punto ed eri ai miei piedi. Non avevo bisogno di un orologio.
Quando proprio eri affamato saltavi anche sulla scrivania, aggirando ogni timore.

Ma d’altronde, che tu fossi un buongustaio si sapeva. Adoravi il mio ragù, no?

06

Però, appunto, sempre a distanza quando non volevi contatti.
Ed eri intelligente, accidenti a te.
Eri tanto intelligente da aver capito, quando ero in sedia a rotelle, che potevi permettermi di avvicinarmi di più, perché tanto non avrei potuto toccarti.
E avevi imparato esattamente la distanza a cui potevi stare. Non un centimetro in più, non uno in meno.
E in questi mesi, quando ti aprivo la bocca come mi aveva insegnato la veterinaria per poterti dare la pastiglia, avevi capito che se invece di cercare di tenerla chiusa la spalancavi e chiudevi a mo’ di tagliola potevi ottenere un risultato migliore nel rendermi l’operazione quanto meno difficile.

Sembravi un duro, poi finivi per dormire vicino, o sulle gambe, o ti addormentavi nei posti più strani.

07 08

Eppure secondo me nascondevi una vita segreta. Eri Superzen, d’altronde, e vegliavi sulla città. O almeno sul cortile.

Ma come faccio a riassumere nove anni di ricordi? Come faccio a scrivere tutto ciò che eri e abbiamo fatto e vissuto?
Dovrei raccontare delle tue missioni a caccia di cibo, quando andavi a prendere i sacchetti di croccantini per aprirli con le unghie.
Dovrei parlare di quando andammo a Bologna e di come non ti piacque viaggiare ma che, comunque, ti facevi accarezzare perché ero lì con te.
Dovrei citare le volte in cui facevi “la pasta” di nascosto, attenti a non farti vedere, perché nessuno doveva scoprirti.
O ricordare quando la tua accoglienza di Poldo fu quanto meno ostile, per poi finire a dormire insieme a lui.
E le volte che, dalla veterinaria, decidevi che io ero il male minore e quindi ti appoggiavi a me.
O ancora la fatica per tenerti fermo per darti una medicina o le volte che la sputavi fregandomi.
Per non dire di quando ti nascondesti da una cat-sitter troppo vivace.
E di come ti piacesse farti le unghie sul bordo della cassapanca? Quel legno così duro era la tua passione, anche se non disdegnavi il grattatoio o il divano. Ti attaccavi, abbassavi il culo, facevi forza col peso. Te la godevi, si vedeva perfettamente. Ora rimangono le tue unghiate sulla cassapanca e sul divano. Ora sono preziose.
E vogliamo dirlo che eri tanto forte che un giorno, che ti volevo prendere in braccio, ti aggrappasti a una sedia e la tirasti dietro con te.
Forte. Fisicamente e caratterialmente.
Un torello, come mi piaceva chiamarti.

Eppure avevi paura del mondo, al di fuori di coloro di cui ti fidavi. Me, Sweetie, Miss Sauron e chi veniva a darti da mangiare (che coi sentimenti non si gioca).
Avevo paura, quando ti portavo fuori nel trasportino. Sapevo che col tuo carattere, con la tua paura, se mai fossi fuggito non ti avrei più trovato. Ma non è andata così. Ti ho sempre tenuto, fino alla fine.

Tra di noi non sempre è stato tutto perfetto. Preferivi il contatto con Sweetie al mio: non che non mi volessi bene, ma non era il mio ruolo. Poi siamo rimasti solo noi. Ci è voluto tempo, forse anche la trasferta a Bologna, ma poi ero io a grattarti la pancia, io a coccolarti, io, una volta, ad averti sentito fare un accenno di fusa.
Un’estate, non ricordo se l’ultima o quella precedente, morivi di caldo.
Ti iniziai a passare il pelo con un panno umido e scopristi che non era male: il contatto in quel caso era autorizzato e gradito.
Eri sulle tue, ma non eri affatto stupido.
Ho un video in cui ti gratto la pancia. Stavi già iniziando a stare male, ma lo tengo stretto. Vorrei avere un video di ogni cosa che facevi.
Dovrò stringermi ai ricordi.

E non vorrei, non dovrei ricordare gli ultimi giorni, perché tu sei stato tanto di più in 9 anni.
Ma il tuo carattere è quello che ti ha portato fino agli ultimi giorni e tu, quello, non l’hai mai perso.
Tanto che il giorno in cui per errore ti abbiamo chiuso in stanza e ci stavamo spaventando perché non ti trovavamo ti abbiamo trovato bello svaccato in mezzo al letto.
Tanto che ogni volta che il tuo fisico ha ceduto, abbiamo trovato insieme un modo per aggirarlo.
Non riuscivi più a saltare sul letto? Ti ci mettevo io la sera e toglievo la mattina. Sento ancora il tuo peso accanto alla gamba, l’ultima sera che hai dormito così. Poi la mattina, scendendo, sei caduto e non ho più voluto rischiare.
E anche se barcollavi venivi in cucina quando sentivi una scatoletta. Piano, ma venivi.
E quando non sei riuscito più a camminare, ero io a portarti la pappa.
O il latte, gli ultimi giorni.
E no, non ti piaceva non riuscire più a usare la sabbiera, ma avevi capito e quando facevi qualcosa miagolavi per farti pulire.
No, non ti piaceva, ma sapevi che c’ero. Sapevi che eravamo insieme.

No, non voglio ricordare solo questi giorni, ma non scorderò mai il fatto che hai lottato e io con te.
Eri in braccio a me, ieri sera.
Ho cercato di proteggerti fino all’ultimo.
Ho cercato.

Ma tu sarai sempre il mio psicogatto, sarai sempre la piccola fogna che divorava anche due ciotole, se Stitch faceva lo schizzinoso, sarai sempre quello che faceva pipì in sabbiera sul bordo tenendo la coda fuori.

Sarai quel cucciolo sulla mia spalla, quel peso tra le mie gambe, quella sfida per darti una pastiglia, quello che si allontanava per non farsi prendere, ma che veniva sulla scrivania a curiosare o chiedere da mangiare.
Sarai quel miagolio da cucciolo che non è mai cambiato, la coda ritta in quasi ogni momento, lo sguardo da “oh cazzo” in caso di sorpresa.

Sei stato il primo gatto che ho avuto che abbia passato l’intera sua vita con me.
Da due mesi a 9 anni e mezzo.
Io spero tanto la tua vita sia stata bella.
Voglio crederci.

Stai certo che la mia, con te dentro, è stata splendida.

Ecco perché oggi c’è tanto vuoto.

Ma le lacrime si asciugheranno, devono asciugarsi.
Le lacrime passano.

Tu no.

Tu mai.

Mio piccolo grande lottatore.

E scusami se questo post non è ciò che meritavi. Probabilmente non so scrivere bene quanto credevo. O non abbastanza per te.

Ciao, Superzen.
Ciao, Psicogatto.

Ciao Fratellino.

Mi manchi.

13 14

 

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

5 commenti

  1. Un paio di righe le voglio aggiungere anche io.

    Zen era il gran figo della casa, un felino che non doveva chiedere, mai – a parte il cibo, ma questi sono altri discorsi -, un attento lettore della domenica mattina negli ultimi anni e un grande conoscitore della Libreria da Scrocco (aka, la tua). Un po’ snob, come solo i migliori sanno essere e sì, anche vagamente psicotico, ma era parte del suo fascino. Gli ho addirittura permesso di morsicarmi una borsa (ok, me ne sono accorta in ritardo, ma conta lo stesso), probabilmente per ringraziarlo di quando mi ha lasciato fotografarlo vicino al mio smalto fuxia sparaflash; d’altronde, con un pelo bello come il suo stavano bene tutti i colori. U.U

    Sono sicura che Zen non ha rimpianto un solo istante della sua vita da Splendido, vicino al suo fratellone. :*

  2. Bello Zen, che ha fatto felice Aries, il quale, se continua a raccontarel e tue prodezze fa felice me e tutti i suoi lettori.
    ciao Psicogatto, mi piace questo nome, molto più di Zen

  3. E niente..
    Io non ti conosco se non per quello che scrivi qui.. ma ho pianto..

Lascia un commento

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.