194. Il furto più grave

Penso che questo post possa essere considerato una replica di qualcosa che scrissi anni fa. Ma dato che mi è tornato in mente, voglio ribadire il concetto: al massimo qualcuno mi accuserà di essere ripetitivo o io mi autoaccuserò di plagio.

Pazienza, accusa più, accusa meno.

Le parole sono state tutte usate. Sono difficili da dire, sono state sprecate nelle pubblicità degli shampoo, negli annunci, nelle liste di ingredienti. Vuote, splendide parole. Come puoi amare una cera per pavimenti? O un pannolino? Come posso usare per te la stessa parola che è stata usata per un'imbottitura? Sto esplodendo d'amore e non posso usare le parole.

Non è chissà quale film, quello da cui è presa questa citazione: si tratta di Roxanne, sorta di leggera rivisitazione del mio adorato Cyrano e quello trascritto qui sopra è parte del discorso della finestra.

Quanto ha ragione.

Lasciamo perdere per un istante l'aspetto romantico, non è quello che mi interessa, o non del tutto almeno.

Quello che mi interessa è che mi sento sempre più defraudato.

Quando qualcuno ha in mano un bene prezioso e lo spreca posso pensare che, appunto, sia triste un tale spreco, che sia ingiusto, che sia amaro. Rimane un pensiero personale e, finché non vengo toccato, tale resta.

Ma se questo bene prezioso sono le parole, allora mi incazzo; le parole sono state prese, masticate, utilizzate, riciclate e svuotate di ogni loro significato, trasformate in piccole bandiere da sventolare per gioco, un po' per caso e un po' con premeditazione.

E gli effetti di questo crimine ricadono su tutti.

Tutti.

Hanno trasformato un “come stai?” in una domanda di rito che non si aspetta nessun tipo di risposta.

Hanno fatto sì che dire “ti scrivo” o “ti chiamo” non lascino la certezza che accadrà ma forse ancora più dubbi che se non fosse stato detto niente.

Hanno fatto reso “ti voglio bene” una frase che si dice prima ancora di chiedersi il nome.

Per non parlare di tutti i “ti amo” svenduti per un euro o poco meno.

Dicono le cose tanto per fare, tanto per riempire quel silenzio che rappresenterebbe meglio la pienezza di cuori e animi: potrebbero dire “il libro è sul tavolo” e avrebbe lo stesso identico significato del loro “ti voglio bene”/”come stai” o qualunque altra frase sia.

Ci sono poche frasi che trovo più terribili, nel linguaggio comune, di “ma sì, è tanto per dire”.

“Tanto per dire”.

Come se le parole fossero risciacquatura di piatti.

E il risultato è che chi quelle parole le vive sul serio, chi le pronuncia dando loro il significato originale, chi riesce a sentirne tra le labbra il peso di ogni singola sillaba, le vede disperse nell'oceano delle altre, nel rumore di fondo che fanno “gli altri” quando aprono la bocca.

E, peggio ancora, chi a quelle parola dà significato continua a pensare che se gli vengono dette abbiano effettivamente lo stesso significato, perché chi alle parole dà senso trova inconcepibile che si possa non darlo.

Mi si potrebbe obiettare “beh, ma la maggior parte fa così, prendine atto e adattati”; sapete una cosa? No.

Non ne ho intenzione.

Non voglio avere a che fare con un mondo in cui le parole non hanno significato.

Non me ne faccio niente di interazioni rumorose.

Non le voglio.

Tenetevele.

Strozzatevici.

A costo di avere a che fare con solo una persona, due, tre o quelle che siano.

Non mi interessa.

E se volete rapportarvi con me e con chiunque sia come me, fatemi un favore: pensate mille volte a quello che state per dire e ditelo solo se lo sentite, altrimenti fate silenzio. Meglio ancora, girate al largo. State con chi parla la vostra vuota lingua.

E se e quando vi sentirete dire qualcosa del genere da qualcuno che le parole le pesa (e lo riconoscete, sarà quello che le dirà scandendole, che ne pronuncerà ogni sillaba con rispetto) rendetevi conto che vi sta regalando qualcosa di prezioso.

Non le vostre parole.

Le loro.

E le loro racchiudono sentimenti.

Cuore.

Anima.

Regolatevi di conseguenza o sparite.

E ridateci le parole.

Per favore.

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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