168. Traumi infantili

In mattinata ho finalmente finito le digitalizzazioni di cui avevo parlato.
Stamattina è toccato all’album di foto, con copertina di Paperino, che contiene le istantanee dei miei primi due anni di vita. Tutte o quasi.

Se ci penso, mi rendo conto che quello è stato a lungo l’unico vero album tenuto in casa, quello che spesso veniva mostrato (sì, rompendo le palle) a parenti e amici e, con mia somma vergogna, anche alla mia prima ragazza quando venne a casa.

Onestamente, però, avevo rimosso non solo certe foto, ma anche certi racconti che le circondavano e che mi sono tornati alla mente mentre le rivedevo.

Qualche esempio?

Sembra che io ridessi. Ridessi sempre. Ridessi troppo. Così, mentre eravamo al mare in Calabria, un tizio (un fotografo più o meno professionista) disse ai miei che voleva fotografarmi.

Però ridevo troppo, per cui voleva fotografarmi mentre piangevo.

E i miei, senza batter ciglio, acconsentirono. E ogni volta che ne parlavano, raccontavano con una sorta di divertito orgoglio relativa alla cosa.

Cioè: questi (sì, “questi”, i miei) avevano ritenuto normale e divertente far piangere il figlio per scattargli delle foto.

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Oh, ma poi venivo consolato a dovere. La mia gioia era intingere con stile i crackers nell’acqua di mare. Perché a me non piacevano semplicemente “salati in superficie”.

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Inoltre, sembra ritenessero molto divertente scattarmi foto mentre nudo, sul letto, mi tiravo quel che sarebbe diventato un caro amico con l’età adulta. E no, quella foto non ve la pubblico.

Ma, sempre per fare foto con quel tocco di simpatia, perché non porre tuo figlio col culo in un’enorme anfora? D’altronde si vede la faccia per niente tesa del pargolo, no?

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Iniziai a ritenere che avere a che fare con la gente non fosse esattamente un vantaggio. Fu così che iniziò il mio periodo ribelle. Divenni un Easy Rider, di quelli che con lo sguardo ti comunicano che loro sì, sanno dove andare, sanno cosa fare, sanno perché e sanno quando. Basta che possa arrivarci un triciclo.

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Decisi anche che avrei dovuto imparare a volare, per poter fuggire da nuovi soprusi nel modo più efficiente e veloce possibile. Qui un raro documento che mostra la suite rudimentale che avevo studiato e la posizione pre-lancio.

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Ma a volte mi toccava essere invischiato in strani riti che prevedevano di indossare vestiari atipici. Ne scelsi uno adatto alla mia indole. Cercai di mischiarmi alle persone, tirar loro coriendolo come fossero bombe a mano, ma lo sguardo di reazione alla loro presenza parlava chiaro. “Chi sono questi? E perché esistono?”

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Questo è solo un piccolo esempio, ma vi serva da monito.

Non infilate vostro figlio in un’anfora. Non fatelo piangere per una fottuta foto. Non fategli mangiare crackers all’acqua di mare.

Ne potrebbe venir fuori uno come me. Non vi conviene, lo sapete.

 

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

4 commenti

  1. Ho riso come una deficiente!

  2. Ehi, da ieri hai una nuova lettrice. Ti ho linkato. Mi piace tanto leggerti 🙂

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