149. Quattro chiacchiere col Capitano.

Penso sia la prima volta dall’inizio della sfida di un post al giorno che mi trovo quasi a “portarmi avanti”, pubblicando il nuovo post poche ore dopo il precedente.

Ma l’eccezione è necessaria, dato che voglio imprimere nero su bianco le impressioni di questa serata prima che sfumino.

La serata in questione è stato l’incontro con Samantha Cristoforetti alla Milanesiana, presso il teatro Strehler, un incontro che, non appena ne ho scoperto l’esistenza, non avrei perso se non per casi di estremo impedimento.

Uscito di casa alle 18.15, lo Strehler è a meno di mezz’ora da casa mia, ero convinto di avere un adeguato margine per mettermi in attesa e che, anzi, mi sarei trovato da solo per un po’, dato che la serata sarebbe iniziata alle 21.

Mi sbagliavo e anche alla grande.

Al mio arrivo c’erano non meno di cinquanta persone già pronte in coda e, nelle due ore seguenti, la gente è aumentata a tal punto da fare il giro del quartiere.

Alla fine non tutti sono riusciti ad entrare e questo è il primo elemento di distinzione della serata.

Milano ha accolto Samantha con affetto e ammirazione, alla faccia di certe pseudo soubrette di cui ho già parlato qui sopra.

La serata è consistita in una lectio magistralis tenuta da Samantha in cui ha raccontato un po’ della sua esperienza sulla stazione spaziale seguita da un’intervista di Beppe Servergnini e da una chiusura cantata da Franco Battiato.

Lilli Gruber, annunciata anche sulle brochure, non è pervenuta. Non che la cosa importi molto.

Ma superati i dettagli di poco conto parliamo di lei.

Quello che trasmette Samantha Cristoforetti è un insieme di autorevolezza, umiltà, intelligenza e un tocco di nerdismo che la rendono un esempio che mi piacerebbe portare in ogni classe di ogni scuola italiana e non.

Ha iniziato la sua lezione chiarendo di non ritenersi né una celebrità, né una supereroina, né altro, ma solo un bravo ingegnere e pilota che ha fatto un percorso che l’ha portata dov’è ora.

Una persona che fa il suo lavoro, lo fa con costanza e serietà, ma solo ed esclusivamente questo.

E, di nuovo, a confronto di tante persone che gonfiano il proprio ego di nulla è davvero una boccata di ossigeno.

Così com’è ossigeno sentirla raccontare dei momenti sulla stazione, della routine a bordo, degli esperimenti, della convivenza col resto dell’equipaggio.

La Cristoforetti è un personaggio positivo, propositivo, che guarda costantemente avanti: quando le è stato chiesto se la celebrità le sarebbe mancata ha risposto che lei vede ogni cambiamento come un’opportunità per qualcosa di nuovo e, in questo caso, l’essere meno in vista come l’opportunità di pensare un po’ di più alla sua vita privata, almeno per qualche tempo.

Due sono stati forse i momenti che ho sentito come più significativi.

Il primo si legava al fatto che la Terra spesso venisse definita fragile. La risposta di Samantha è stata perfetta e vera nella sua semplicità: no, la Terra non è fragile. La Terra, vista dallo spazio, dà l’idea di qualcosa di resistente e robusto pronto a scrollare le spalle. E anche nel caso di una catastrofe ecologica la Terra rimarrebbe lì e, pian piano, si ricostruirebbe. Noi spariremmo. Noi siamo quelli fragili.

E il secondo punto, in qualche modo, può ricollegarsi al primo. Severgnini domandava della convivenza sulla stazione e faceva un parallelo con la situazione tra i popoli che ben conosciamo. Anche qui Samantha è stata sicuramente laconica, ma il concetto che ha espresso (e che mi ha ricordato la teoria del Gene Egoista di Dawkings) è quanto di più reale mi possa venire in mente.

Sulla stazione, dice Samantha, non è che ci si aiuti “perché si è buoni”. Ci si aiuta perché tu oggi hai bisogno del mio aiuto e domani io avrò bisogno del tuo e perché se io non ti aiuto il tuo non lavorare bene porterà problemi anche a me. E questa, dice, sarebbe una delle prime cose da far imparare alle nuove generazioni. Un altruismo non fine a se stesso, aggiungo io, ma motivato se vogliamo proprio dall’egoismo che, di solito, causa tanti danni. D’altronde anche Heinlein lo diceva: “non fare appello al lato buono di un uomo. Potrebbe non averlo. Fai appello al suo interesse.”.

E tante cose ancora potrei citare, ma quelle che più colpiscono sono la luce nei suoi occhi quando parlava della missione di 200 giorni, l’entusiasmo quando raccontava della luce che si riflette sui pannelli solari e il fatto che non abbia mai parlato al passato al riguardo. Non ha mai detto “noi dormivamo in questi spazi” ma “noi dormiamo in questi spazi”. Sospetto che un’esperienza del genere, quando ti entra dentro, non ti lascia più.

E ancora da apprezzare il fatto che le uniche domane a cui non ha risposto sono state quelle che esulavano dal suo compito, soprattutto con qualche tentativo di sfociare in politica.

Deliziosi, infine, gli aneddoti: dal dramma della carta di credito bloccata due giorni prima del decollo (sì, sembra che gli astronauti riescano a fare acquisti su Amazon. Giuro) alla canzone di Celentano partita alla chiusura del portello del razzo e non su richiesta di Astrosamantha. Sembra che questi astronauti sappiano pure divertirsi, tu pensa.

Samantha fa il suo lavoro. Eccelle nel suo lavoro. Ed era sul palco grazie al suo lavoro. Non ha interesse a diventare una tuttologa e di questo, sentitamente, la ringrazio.

Una serata di conferma, quindi, in cui tutto ciò che già pensavo si è visto verificato e, forse, moltiplicato.

Samantha Cristoforetti è una persona che ha costruito. Da ammirare, rispettare e imitare. Non tutti andremo nello spazio, ma di sicuro possiamo provare a eccellere in quel che facciamo giorno per giorno.

A lei un solo augurio: di poter tornare lassù appena le sarà possibile, come lei stessa ha sperato stasera.

E noi, un po’, viaggeremo con lei.

PS: una sola critica all’organizzazione. Una serata come quella di stasera, che ha richiamato centinaia di persone, avrebbe avuto forse bisogno di qualche attenzione in più. La coda si è formata in modo autonomo ed è finita per girare letteralmente intorno a un isolato, con persone volenterose che in qualche modo l’hanno “direzionata” e nessuno del teatro si è preoccupato di verificare che il tutto fosse ordinato e senza problemi. Si è visto del personale solo al momento di far entrare alcuni accrediti stampa. Ecco, questo sarebbe stato da migliorare. Solo questo

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Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

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