73. Il sale della terra

Non conoscevo Sebastião Salgado.
Non conoscevo le sue opere, la sua storia, ciò che ha fatto.
Per questo motivo, inizialmente, quando avevo sentito parlare di “Il sale della terra”, documentario di Wim Wenders sulla sua vita, non mi ero particolarmente scomposto e l’avevo lasciato passare al cinema senza preoccuparmi di andare a vederlo.

Poi ho ascoltato pareri di persone di cui mi fido, letto commenti, recensioni e la curiosità è montata: complice il cinema all’aperto dell’Anteo ho approfittato e recuperato.

E mi sono fatto travolgere.

Salgado, di origini brasiliane, dopo aver studiato controvoglia economia ed essere stato costretto all’esilio dalla dittatura militare, scopre con la moglie una passione per la fotografia, per il racconto per immagini.

Inizia a sperimentare foto di vari generi fino a scoprire la propria strada, raccontando l’essere umano, il suo lavoro, le tragedie dei popoli, le migrazioni in preda alla disperazione, le carestie, le guerre civili.

Il film di Wenders ci mostra tutto questo. Ci racconta come Salgado sia diventato Salgado e lo fa nell’unico modo possibile: affiancando la voce del protagonista alle sue immagini.

Immagini sempre e solo in bianco e nero, immagini spesso difficili, crude, a volte disperate e a volte cariche dell’energia di chi sia aggrappa alla vita, che non permettono allo spettatore di voltarsi dall’altra parte.
La forza che si legge negli sguardi dei vivi fotografati, il brivido nella rappresentazione di bambini e adulti morti per inedia o malattia, la dignità di un bambino di otto anni senza vestiti fotografato col suo cane mentre guarda un orizzonte senza speranza, sono ondate di emozioni che non lasciano indifferenti, soprattutto (di nuovo, come Selma settimana scorsa) nell’attuale periodo storico.

Vedere bambini e adulti morti senza acqua e cibo quando c’è chi pronuncia “stiano a casa loro” fa vergognare di ciò che possiamo diventare come esseri umani.

Salgado non ci sconta nulla, come non ha mai scontato nulla a se stesso.

Ci racconta di chi lotta per un futuro lavorando in miniera, di chi spegne pozzi in Kuwait, di chi vive e di chi muore.

Fino al Rwanda, alla guerra civile, a morti ammassati con le ruspe, a cadaveri sparsi nelle chiese e nelle scuole.

Lì Salgado cede.
Una parte di sé, dice esplicitamente, muore.
Non può più raccontare l’essere umano, perché la malvagità dell’essere umano l’ha avvelenato e fatto morire dentro.

Salgado torna in Brasile, a curare la fazenda del padre malato, ormai decaduta a causa della siccità.
E lì la moglie ha un’idea: perché non riforestarla? Perché non ripiantare la Mata Atlantica?
Ci vogliono anni, ma ciò che era morto torna alla vita e ciò che era la fazenda di Salgado diventa l’Instituto Terra, ora Parco Nazionale con milioni di alberi, animali (inclusi i giaguari) tornati a viverci e vita dove prima c’era ormai solo morte.

Ed è grazie a questi alberi che Salgado capisce quale dev’essere la sua nuova direzione: non più fotografare la morte ma la vita, non più mostrare gli orrori della specie umane, ma le meraviglie del regno animale e di quelle popolazioni umane rimaste come ai tempi primordiali.

Ed è così che nasce Genesi, il suo ultimo lavoro che ha richiesto oltre 7 anni in giro per il mondo a scoprire la natura, la vita, la terra.

Quella terra di cui gli esseri umani dovrebbero essere il sale del titolo.

Un film meraviglioso nella sua capacità di farci soffrire per ciò che siamo e sperare per ciò che potremmo essere, nel mostrarci la speranza dopo la disperazione: l’occhio di Salgado, così capace di non nascondere il dolore e la piccolezza dell’essere umano, diventa altrettanto abile nel regalarci la grandezza del nostro pianeta.

Possiamo ancora salvarci, ci dice Salgado.
Possiamo farcela, ci mostra Salgado.
E a me, per un istante, piace pensarlo.

Questa tartaruga era già adulta ai tempi di Darwin. Magari l’ha anche incontrato. Come possiamo non ammirare la saggezza nelle rughe del suo corpo?

Questi germogli hanno pochi giorni ma diventeranno alberi che vivranno quattrocento anni. E guardandoli hai l’impressione di capire, finalmente, il concetto di eternità.”

About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

4 commenti

  1. La trasformazione che ha fatto con la sua fattoria in Brasile è incredibile. I visionari sono solo persone che hanno il coraggio di inseguire fino in fondo i loro sogni e che semplicemente possono cambiare il mondo. Le sue foto mi commuovono…

  2. Non lo conosco…….queste foto le ho già viste da qualche parte…forse su una rivista….mah …..comunque sono uno spettacolo!!!

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