L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Nella mia sfida di lettura per quest’anno c’era già un Murakami pronto ad attendermi, ma quando in libreria ho trovato il suo ultimo romanzo, non ho potuto trattenermi dal comprarlo immediatamente ma anche e soprattutto dal fargli scalare la coda della sfida e leggerlo prima di ogni altro.
La felicità.
Questo strano obiettivo che spesso rincorriamo, non avendo ben chiaro dove cercarlo e non essendo ben certi di saperlo riconoscere.
Cos’è la felicità?
Sentirsi appagati?
Avere degli amici sinceri?
L’amore della donna che amiamo?
Tutto questo?
O forse niente di tutto questo?
Per Tazaki Tzukuru, fino all’età di vent’anni, la felicità era il rapporto di amicizia/simbiosi con quattro ragazzi della sua città: il loro legame era perfetto, unico, armonico, completo.
Ognuno di loro era una sorta di archetipo che forniva un elemento fondamentale al gruppo (un po’ come le squadre, guarda caso sempre di cinque elementi, dei vari telefilm giapponesi con cui sono cresciuto io e molti di voi).
Si sentiva felice, ma anche fortunato, perché convinto di non meritarsi di stare in mezzo a quelle persone speciali.
Poi qualcosa si ruppe.
Tzukuru venne scacciato, letteralmente.
La caduta del paradiso.
La disperazione.
La voglia di farla finita.
Ma è quando perdiamo tutto ciò che pensiamo di volere, quando la disperazione ci fa pensare che sarebbe molto più facile farla finita, che la nostra vera natura si fa avanti.
E se vogliamo, se davvero lo vogliamo, rinasciamo.
Più completi, più forti.
Più noi.
Una rinascita che, però, può lasciare enormi cicatrici, anche se nascoste nel profondo dell’anima, cicatrici che Tsukuru dovrà prima o poi affrontare.

Un romanzo agli antipodi di 1Q84 per quanto riguarda le dimensioni fisiche ma soprattutto l’ambito d’azione della vicenda.
Pochi personaggi, pochissima oniricità, ma un livello di introspezione che è andato a toccare corde per me fondamentali.
Il dolore del perdere qualcosa di importante, la mancanza di stima in se stessi, il subire decisioni ingiuste.
Ma anche la forza di rialzarsi, il crescere come persona proprio a causa del dolore, il vedere, col tempo, di essere diventati qualcosa di molto più prezioso e completo di ciò che invidiavamo.
L’importanza di diventare ciò che neanche noi sappiamo di poter essere, o forse lo sappiamo ma temiamo di illuderci.
Giorni, mesi, anni, anche decenni di pellegrinaggio dell’anima, ma alla fine, se non si molla, c’è la rinascita.
O, forse, la prima nascita, quella vera, quella dell’anima.

 

 

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Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

2 commenti

  1. Caro Sergio,
    aspettavo con ansia la tua recensione a questo Murakami e, mannaggia a te, ancora una volta ho assolutamente voglia di prendermelo e leggerlo. Perché da come parli sembra quasi perfetto per questo periodo, un Murakami di quelli più intensi e assoluti.
    Cercherò di inserirlo presto nella mia wish list letteraria pensata per il periodo irlandese, sento che devo assolutamente leggermelo!

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