I cinquantanove giorni

Un romanzo "difficile". E’ questa la prima definizione che mi viene in mente.
Non tanto per la narrazione, deliziosamente scorrevole com’è abitudine di Richard N. Patterson, bensì per l’argomento trattato.
Dopo essersi concentrato sui vari aspetti della politica statunitense dalle primarie in poi, dopo aver scritto legal thriller incentrati su quelle violenze che spesso e volentieri rimangono nascoste per poi esplodere all’improvviso, Patterson ha deciso di parlare di uno degli argomenti più spinosi che possa affrontare uno scrittore americano: la pena di morte.

Il modo in cui ne parla è nel suo solito stile: attento ai particolari, il più fedele possibile alla realtà (con le classiche semplificazioni necessarie in un romanzo) ma, soprattutto, ben attento ad approfondire le convinzioni ed i sentimenti di chi è a favore e chi contrario alla condanna estrema, senza nascondere quale sia comunque il suo punto di vista.
E’ un argomento che forse per noi italiani è meno sentito, ma che in america rappresenta un punto veramente dolente e controverso, così come sono controverse leggi che, anche se si potesse dimostrare l’innocenza di un condannato, non è detto che ne permetterebbero la sospensione dell’esecuzione.
Assurdo ma vero.

Interessante è anche la scelta, in molti punti, di sfruttare la tecnica del Flashback per ripercorrere le vicende che hanno condotto agli ultimi 59 giorni del condannato a morte da cui il libro prende il titolo: scelta interessante perché il rischio di confondere o annoiare il lettore era forte, sfida pienamente vinta dall’autore.

La trama? Teresa Paget, avvocato, si trova ad affrontare l’ultima difesa per un nuovo condannato alla pena di morte con l’accusa di un grave delitto: l’uomo è affetto da una forma di ritardo mentale e non solo l’avvocato Paget si convince che non deve essere giustiziato, ma che sia addirittura innocente di quel crimine.

Consigliato.

 

 

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2 commenti

  1. la pena di morte in effetti è un tema molto spinoso e pesante. Ma la cosa che lascia decisamente abbacinati e anche arrabbiati è il fatto che la maggior parte che finiscono sul “patibolo” sono afro-americani, ispanici, mussulmani e, come in questo caso, ritardati mentali. Non sembra pure a te una specie di “epurazione” stile nazista?

  2. Direi soprattutto che è la triste naturale conseguenza di un sistema legale basato molto più sulla forma che sul merito, almeno in certe determinate fasi dei processi: chi va sul patibolo è, come viene detto nel libro stesso, chi non può permettersi (o non è in grado) di difendersi a dovere…

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