Inquieto

Inquieto.
Inquieto perché per le ultime risposte potrebbero volerci ancora mesi o, più semplicemente, sa’l cazzo.
Che è vero che ormai non dovrebbe essere un problema, ma comunque gira il cazzo.
Inquieto perché io nei recinti che altri vorrebbero per me non ho intenzione di entrare. Neanche se dorati. Neanche se in buona fede. Non ci sono recinti in buona fede. Mai.
Inquieto perché non mi si dà per scontato. Mai. Non si dà per scontata che la mia risposta sia quella che vorrebbe il proprietario del recinto. Non si dà per scontato che io voglia ciò che altri vogliono. 
Inquieto perché stasera pure il regolacapelli ha deciso di rompere le palle e quindi ho i capelli tagliati davanti e non dietro. E sì, ridete pure, riderei anch’io non mi girassero le palle.

E stasera va così.

Appuntamento

Ieri sono andato ad assistere a una conferenza al Planetario di Milano.
Per chi non lo sapesse, questo gioiello è una delle attrazioni più belle eppure meno famose di Milano: un luogo dove si può fondere il sogno di un cielo stellato al desiderio di ampliare le proprie conoscenze senza mai poter dire di averne avuto abbastanza. Conosco, sinceramente, pochi luoghi più magici ed evocativi, anche se può sembrare un’affermazione piuttosto forte.

Comunque sia, ieri ero a questa conferenza dedicata integralmente alla scoperta fatta il 17 agosto di quest’anno, quando in tutto il mondo e in varie forme è stato possibile osservare lo scontro di due stelle di neutroni e la conseguente emissione di energia sotto varie forme.

Ora, non è mia intenzione riassumervi quanto detto ieri sera, ma qualcosa la devo dire.

Partiamo dal concetto delle onde gravitazionali: sono state rilevate solo nel 2016 e hanno rappresentato la conferma di ciò che fino a quel momento era stata solo una teoria; radicata, certo, ma teoria ancora da dimostrare (perché la scienza funziona così: va dimostrata).

Ciò che le onde gravitazionali, con la loro esistenza, hanno portato con sé è stata una consapevolezza maggiore della struttura stessa dello spaziotempo, così come già Einstein aveva ipotizzato: sto usando forse dei paroloni, ma è per far capire quanto questa notizia sia stata importante.

Eppure, il 17 agosto, è successo qualcosa di ancora più sconvolgente.

Quel giorno sono state rilevate prima delle improvvise emissioni di raggi Gamma e, quasi in contemporanea, una sequenza di onde gravitazionali provenienti dalla stessa area di cielo, seguite ancora da un riscontro legato a onde radio e, infine, a osservazioni ottiche.
Nel giro di poche ore, sostanzialmente, è stato osservato lo stesso evento sotto svariati punti di vista. Non solo, l’utilizzo delle onde gravitazionali ha permesso di identificare l’area di cielo da osservare e ha permesso quindi di guidare gli altri strumenti nella giusta direzione.

In un unico giorno la scienza è riuscita a fare qualcosa che mai era accaduto prima attraverso sforzi internazionali coordinati e precisi.

Tutto questo sarebbe affascinante di per sé, ma c’è qualcosa che me lo fa ritenere concettualmente incredibile.

Lo scontro tra quelle due stelle, durato un tempo oggettivamente breve, è avvenuto a oltre cento milioni di anni luce da noi.

Ripeto: 100.000.000 di anni luce.

Questo significa che quell’evento è avvenuto cento milioni di anni fa.

Pensateci.

Cento. Milioni. Di. Anni. Fa.

Cento milioni di anni fa è successo qualcosa di così dirompente da raggiungere distanze del genere e noi, modesti esseri all’altro capo dell’universo, convinti di essere importanti nella nostra oggettiva inutilità, eravamo lì ad ascoltare e osservare nel momento giusto, nel luogo giusto, spinti esclusivamente dalla nostra curiosità e dalla sete di sapere.

Io sono certo che nelle galassie esistano altre civiltà: alcune più avanzate, altre meno. Anche solo statisticamente ne sono sicuro.

Ma noi non sappiamo se qualcun’altra civiltà fosse in ascolto nel momento giusto. Non possiamo saperlo e non lo sapremo mai.

Sappiamo che c’eravamo noi.

Lì.

Con occhi e orecchie tesi nel vuoto.

A un appuntamento fissato quando sul nostro pianeta erano in giro i dinosauri.

Puntuali.

Ditemi se non è meraviglioso il solo pensiero.

Ritorno con qualche consiglio

Ogni anno il ritorno da Lucca è traumatico. Dopo giorni di svago, camminate, buon cibo, belle persone, acquisti smodati e cosplay più o meno fantasiosi tornare alla vita di tutti i giorni, soprattutto in un lunedì piovoso che più lunedì non si può, è veramente dura.

Devo dire che, come perfetto seguito di Samhain, questi giorni lucchesi mi hanno anche permesso di scoprire o confermare impressioni e idee che già avevo, un po’ per “sedimentazione” e un po’ per riconferma: ho avuto conferma che c’è gente che davvero ha la faccia come il culo anche oltre ogni previsione (ed è convinta anche che non si veda) e ho avuto modo di riscontrare quanto le parole significhino poco e i gesti tantissimo, una constatazione sicuramente banale ma le cui implicazioni sono sempre più importanti e ramificate di quanto si voglia pensare e credere; il risultato finale è che si prende atto dei fatti, si lascia che la delusione e l’amarezza decantino e poi si manda serenamente a fare in culo a cuor leggero.

Ma il post di oggi vuole essere, in realtà, di positività e potrei, ovviamente, mettermi di nuovo a elencare i tanti momenti da ricordare: non lo farò perché sarebbe un elenco simile agli altri anni e significativo forse solo per me, motivo per cui farò qualcosa di diverso. Ringrazierò e consiglierò.

I ringraziamenti vanno a quelle persone che, con la loro semplice presenza, per minuti, ore o giorni hanno contribuito al sorriso e al divertimento. Per cui grazie ad Alida e Luca, senza i quali non sarebbe mai lo stesso, a Gabriele, che vediamo sempre troppo poco, a Gianluca e Cristiana per lo sbattimento, per le chiacchiere, per la compagnia e per le tante cazzate sparate, a Francesco per le chiacchiere e la merenda insieme, ad Arianna perché è sempre bello passare dal virtuale al reale, ad Andrea per i brevi ma piacevoli saluti.

E poi passiamo ai consigli che, almeno in parte, si legano ai ringraziamenti.

Essendo Lucca, infatti, ormai una seconda casa, ci sono dei punti fermi da quali non ci schiodiamo: si tratta di luoghi dove andare per sentirsi a casa via da casa, per le coccole morali o materiali (leggi cibo) che ti donano.

Anzitutto, per forza di cose, la Locanda San Ginese: Alida e Luca sono due delle persone più accoglienti, buone, disponibili e gentili che si possano immaginare. Sono amici prima ancora di essere i nostri albergatori preferiti e stare in locanda vuol dire davvero donarsi una casa in cui bisogna solo desiderare essere coccolati. Non potremmo immaginare luogo migliore dove svegliarci al mattino prima di una giornata di comics e tornare la sera dopo chilometri e chilometri di camminate. Sono casa e sono famiglia. Tanto basta.

Poi il Caffè Ninci. Per me Gabriele è sempre stato un amico virtuale, prima ancora di iniziare a conoscere Lucca. Poi ho scoperto che il suo Caffè è uno dei bar storici in pieno centro. E dopo ancora ho scoperto che il suo caffè è eccellente e la torta di riso (che mangio solo lì) è strepitosa. Quindi abbiamo: una bella persona, prodotti di qualità e una posizione fantastica sia durante i Comics che in qualunque altro momento. Di preciso di cos’altro si dovrebbe aver bisogno?

E infine gli Orti di Via Elisa. Di posti dove mangiare bene Lucca è piena, sarei stupido a negarlo. Eppure gli Orti sono uno di quei locali dove vieni accolto a braccia aperte, dove mangi bene, dove ti senti coccolato e dove, durante i comics, sorridi per lo spirito di gioco che pervade il luogo. Non è un caso se noi da anni prenotiamo pranzi e cene da loro, per l’occasione: sappiamo che in questo modo avremo la certezza di mangiare bene e riposarci, creandoci una piccola oasi di stacco dalla stanchezza della giornata fumettistica. Si mangia bene. Si sta bene. Di nuovo, c’è poco da chiedere di più.

Sia chiaro: nessuno dei tre citati sa minimamente che sto per scrivere di loro qui sopra: non si tratta di un post “marchetta” come molti. Si tratta solo di un modo per ringraziare chi sa completare le nostre giornate in quello che è uno dei momenti preferiti dell’anno.

Grazie, davvero. E a chi dovesse passare da Lucca: beh, ora avete qualche dritta in più.

Samhain (2017)

Prima di scrivere questo post sono andato a riguardare quelli degli ultimi due anni.
Due anni fa non sapevo ancora che anno mi si sarebbe presentato davanti. Avevo idea che sarebbe stato complicato, non immaginavo quanto. Avevo speranze “normali”, sogni, desideri, rimpianti. Quasi tutto passato in secondo piano da ciò che è arrivato e dal bisogno di sopravvivere.
Un anno fa lo scrivevo appena tornato da Lucca e oggi lo scrivo un giorno prima di partire, come facce simili ma diverse della stessa medaglia, speculari in ciò che mostrano e in ciò che nascondono. Lo scrivevo dopo quell’anno terribile che mi aveva fatto vivere nel terrore ma anche nel dolore e che mi aveva salvato grazie alla speranza di chi aveva voluto esserci. L’anno scorso scrivevo che mi apprestavo a (voler) rinascere.

Oggi.

Oggi posso dire che l’anno appena trascorso è stato un incubatore e, col senno di poi, non poteva essere altrimenti: non puoi attraversare momenti tanto duri e non risultarne segnato al punto da dover mutare, da dover inglobare le esperienze fatte per diventare qualcosa di diverso. Di più completo, forse. Più te stesso, se vogliamo.

Eppure ci vuole tempo. La pelle morta impiega periodi lunghi a staccarsi e cadere e non sempre si sa per certo quali parti siano morte e quali vive.

Potrei parlare di un anno in cui, come quasi sempre, ci sono state delusioni, ma se voglio essere sincero non è esattamente così: ci sono state conferme; conferme a pensieri che possono essere più o meno latenti, che si possono ignorare più o meno coscientemente. Sono delusioni, se vogliamo, intese come “mancanza di contraddizione quando si sperava invece di sbagliarsi”. Ma va bene così, è giusto così, è necessario così.

È stato un anno in cui c’è stato dolore improvviso, imprevisto, ingiusto, come solo i veri dolori sanno essere. Inconcepibile quando arriva, sovrastante mentre lo vivi, incancellabile dopo che gli sei sopravvissuto.

È stato anno di allontanamenti più o meno espliciti, di nuovi avvicinamenti e riavvicinamenti e la conseguente conferma che non sempre il tempo e la distanza possono davvero dividere, così come non sempre la vicinanza tiene uniti. L’anno in cui è stato bello vedere confermato che le sensazioni a distanza, se nate tra persone sincere, si confermano dal vivo. L’anno in cui conoscenze quasi casuali si sono tramutate in amicizie in crescita, tra cene, film, passeggiate e cazzate sparate a raffica.

È stato l’anno, di nuovo, di Gaiman, di tre viaggi a Londra, del Comicon vissuto da un nuovo punto di vista, delle foto con David Tennant ed Andrew Scott.

L’anno dell’inizio della collaborazione con SerialFreaks e il mio mettermi così alla prova con un pubblico nuovo.

L’anno di Berlino e delle bande di passerotti.

Ma, soprattutto, è stato l’anno in cui ho cominciato a ridiscutere il mio modo di essere. Non per gli altri, ma per me stesso. Per vivere meglio.

Ho iniziato a imparare a lasciare andare, a capire che certe situazioni o persone o dinamiche, semplicemente, possono smettere di essere adatte a noi e l’unica è accettarlo e andare avanti.

Ho iniziato a fare i conti con la mia difficoltà nella solitudine forzata (che quella scelta ormai la so vivere bene).

Ho iniziato (e pensare che ci lavoro solo da trent’anni) a prendere atto che quando sei il solo a cercare una o più persone, evidentemente quelle persone non hanno quel gran desiderio di vederti o sentirti.

Ho iniziato a dire “sai che c’è? Ma vaffanculo”. 

Ho iniziato a non scaricare più la posta del lavoro sul cellulare.

Ho iniziato a capire che se voglio stare bene, allora devo evitare il troppo veleno che ho accettato da sempre, da me in primis.

Non è facile, certe abitudini e certi comportamenti sono troppo radicati per sparire da un giorno all’altro, ma ci sto lavorando.

Soprattutto ho compreso quali sono le mie priorità anche in ambito lavorativo: una presa di coscienza di cui potevo avere sospetti da tempo, ma che una volta raggiunta permette una leggerezza d’animo imprevista anche in caso di scelte difficile.

Samhain cade in questi giorni perché rappresenta l’andare a dormire del mondo prima della notte invernale, per poi accogliere la rinascita primaverile: ecco, questo è un anno in cui questa simbologia sembra perfettamente azzeccata.

Non sono cambiato. Sto cambiando. E sono curioso di vedere cosa sarò domani.

Non voglio fare auspici: il 2016 mi ha insegnato quanto possano venire stravolti.

So qualcosa che arriverà.

Arriverà Lucca a brevissimo.

Arriverà un matrimonio speciale (per gli sposi ma anche per me) poco dopo.

Arriverà la reunion di Saranno Famosi ai primi di dicembre (e se sarò costretto ad andare da solo, amen).

Arriverà Londrà a Capodanno.

Arriveranno nuovi articoli su SerialFreaks, nuovi post sul blog, nuove pagine del romanzo.

Arriveranno nuove sfide lavorative, ovunque esse siano.

Arriveranno, suppongo, film, spettacoli teatrali, concerti, pizze, cene.

Arriveranno, ne sono certo, delusioni ma anche gioie a sorpresa.

Arriveranno baci, abbracci, lacrime e sorrisi.

Arriverà, forse, la parola fine definitiva che da tempo si attende.

Arriverà un anno di vita, con tutta la banalità che questa frase comporta e tutta la meraviglia che questo concetto rappresenta.

Buona rinascita.

Buon Samhain.

Piccola lezioncina di vita

Partiamo da un presupposto: gli auricolari lightning apple fanno l’effetto del confetto Falqui.
Non solo, l’adattatore con cui si possono usare gli altri modelli funziona, sì, ma la qualità audio soprattutto in uscita non è esattamente gradevole: il risultato è che si è praticamente costretti ad acquistare lightning originali o, in alternativa, a usarne di wireless con conseguente consumo di batteria.

Quando dico che fanno defecare (si era capito, no?) intendo che quelli arrivatimi con cellulare si sono spezzati internamente dopo un movimento che altri avevano sempre retto benissimo e quelli che ho comprato per sostituirli hanno smesso di funzionare da un lato dopo 15 giorni di utilizzo.

Bene, vado nel negozio dove li ho presi per sostituirli (salvo scoprire che non ne hanno, non sanno quando arriveranno e che pertanto domani mi toccherà andare all’Apple Store) e, mentre attendo che arrivi chi si occupa dei cambi, mi trovo a parlare con un dipendente.

– Eh sì, effettivamente sono un po’ fragili.
– Eh
– Ma senti, ma perché non pensi di prenderti gli Air Buds?

Lo guardo come se stesse scherzando. Non stava scherzando.
– Perché per me sono già assurdamente cari questi che costano 35 euro e sono costretto a prendere, gli Air Buds costano 180 euro! Per auricolari che potrei perdere in qualunque momento. Forse sono un po’ cari, no?
Mi guarda come se gli avessi detto che la madre che ha sempre amato è in realtà una macellatrice di gattini e cerca di tamponare.

– Vero, sì, sono un po’ cari. Però la cosa bella è che se ne perdi uno paghi solo quello!

Lo guardo.
È giovane.
Mi fa quasi tenerezza.
Però il mondo è difficile ed è giusto che impari.

Lo riguardo.

– ESTIGRANDISSIMICAZZI, sono sempre 90 euro per un auricolare senza fili!

Sipario.

PS: grazie, non necessito prese di posizione pro o contro Apple. Conosco benissimo entrambi i punti di vista. Mi sento comunque legittimato a sottolineare le cose che non vanno bene. Saluti e baci.