Serve

Finché ci sarà disparità di trattamento sociale ed economico.

Finché ci sarà chi afferma che il ruolo naturale è in casa.

Finché se non si riproduce è sbagliata.

Finché ci saranno stupri di serie a e di serie b.

Finché il femminicidio sarà “una scusa”.

Finché ci sarà chi userà “troia” come termine dispregiativo.

Finché ci saranno bambole gonfiabili su un palco.

Finché ci saranno gruppi che inneggiano allo stupro.

Finché ci saranno esseri che si sentono minacciati da film con personaggi femminili principali e forti.

Finché ci sarà chi si sente in diritto di valutare la moralità di una donna.

Finché si sentirà dire “chissà com’era vestita”, “eh, però anche lei, poteva stare attenta”.

Finché ci saranno caramelle al limone.

Finché ci saranno donne più maschiliste di certi uomini.

Finché ci sarà qualcuno che considererà una donna sua proprietà.

Finché esisteranno violenze e soprusi in qualunque parte del mondo solo per motivi cromosomici.

Finché sarà necessario spiegare perché serve.

Finché immagini scattate a distanza di decenni hanno ancora la stessa valenza.

Fino a quel giorno, Serve.

Serve eccome.

Oggi, domani, dopodomani.

Serve.

Non basta, ma serve.

E poi arrivò Carol

Il film di Captain Marvel ha vissuto uno strano percorso legato all’hype, a partire dall’annuncio fino ad arrivare agli ultimi giorni.

Quando ne fu data notizia, il clamore maggiore fu dovuto al fatto che Carol Danvers ha raggiunto il gotha dei personaggi marvel soltanto negli ultimi anni/decenni fumettistici: possono sembrare molti, ma se consideriamo che buona parte dei personaggi portati sullo schermo sono in giro dagli anni ’60, possiamo comprendere quanto in realtà sia significativo: giusto per i Guardiani della Galassia era accaduto qualcosa di simile e, infatti, l’hype arrivò solo dopo i primi trailer dando loro lo spazio enorme che meritavano.

Nel caso di Carol la questione era, però, ancora più delicata, considerando l’ovvio aspetto del sesso del personaggio, che rende il suo film il primo Marvel con protagonista assoluta una supereroina. E non solo una supereroina qualunque, stiamo parlando di qualcuno con poteri superiori a quelli di ogni eroe finora comparso nel Marvel Cinematic Universe. Non c’è bisogno di sottolineare l’importanza simbolica della scelta di portarla sullo schermo, anche e soprattutto dopo il successo di quel Wonder Woman della Distinta Concorrenza il cui pregio maggiore stava nel perfetto casting della protagonista.

Nonostante Carol non sia sempre stata Capitan Marvel e, anzi, il suo ruolo originario sia stato di spalla femminile del Capitan Marvel originale, a livello fumettistico il suo personaggio non è mai stato troppo comodo negli stereotipi femminili dell’epoca, covando in sé le promesse di ciò che sarebbe poi potuta diventare. Negli anni è stata Miss Marvel, è sparita dalla circolazione (mentre una nuova Capitan Marvel, Monica Rambeau – ricordate questo nome quando andate a vedere il film, veniva creata sulla pagine dell’Uomo Ragno per non perdere i diritti sul nome), ha perso memoria e poteri per mano di Rogue degli X-Men, ha conquistato un potere ancora superiore diventando un essere di nome Binary, è tornata sulla Terra con l’identità di Warbird (e alcuni problemi di alcolismo) ed è infine assurta al titolo che la attendeva da troppo tempo, con un costume finalmente adatto al ruolo e al personaggio.

Insomma, come troppe volte accade, anche fumettisticamente il personaggio più potente, in quanto donna, ha dovuto faticare parecchio di più delle sue controparti prima di vedere riconosciuti i propri meriti.

E arriviamo quindi al film. Capitan Marvel arriva nel momento più delicato per il MCU. La fase 3 si sta concludendo, siamo tutti a pezzi dopo Infinity War e, soprattutto, sappiamo bene che i nomi che abbiamo amato fino a qui raggiungeranno il capolinea con Endgame. Il compito di Capitan Marvel, quindi, era molteplice: inserire Carol nella continuity dell’MCU, spiegarne l’assenza durante i film precedenti e dare il pubblico un nuovo personaggio da amare che non fosse una scopiazzatura dei predecessori e introducesse novità e freschezza per la fase 4. Il tutto mettendo insieme un film che fosse all’altezza dei precedenti e che preparasse adeguatamente a Endgame. Un po’ quello che già ha fatto Black Panther, per capirci.

Ci è riuscito? In breve, assolutamente sì.

Per quanto sia ben lontano dall’essere un film perfetto e presenti alcuni difetti di ritmo soprattutto nella parte iniziale, questi si fanno perdonare facilmente. Anzitutto perché Brie Larson è Carol Danvers così come Robert Downey Jr. è Tony Stark o Chris Evans è Capitan America, ma soprattutto perché c’era bisogno di un personaggio del genere. È vero, avevamo già avuto la Vedova Nera come bad-ass e Scarlet come personaggio estremamente potente, ma si tratta di comprimari che – pur ben delineati – ancora devono ricevere il proprio spazio (e lo avranno, dato che la prima avrà un film e la seconda una serie tv). Carol, inoltre, è qualcosa di diverso ancora: non è una spia addestrata per essere tale come Natasha e non è una giovane cresciuta nella sofferenza come Wanda. È una donna forte, sana, cresciuta in un modo ostile al suo sesso e col carattere adeguato per non rimanere mai a terra, che sa abbracciare il suo potenziale in modo spontaneo e travolgente.

Un personaggio, insomma, che giusto sfigati maschilisti possono non apprezzare, gli stessi che hanno iniziato a proporre il boicottaggio del film prima ancora che uscisse perché colpevole di minacciare le loro tremolanti sicurezze (un po’ come accadde con Rei in Star Wars).

Ma, dicevo, il film sa farsi perdonare creando una retrocontinuiy quasi perfetta, riportandoci Fury in una chiave nuova (che può piacere o meno, ma che io ho apprezzato parecchio) e fungendo da anello perfetto nell’attesa di Endgame, sotto vari punti di vista, nessuno dei quali svelerò qui.

Questo è un altro pregio di ciò che gravità intorno al film: non se ne sa realmente quasi nulla, perché i trailer hanno coperto sì e no la prima mezz’ora dei 120 minuti che lo compongono. Una scelta ideale che ha permesso a chiunque era in sala di godersi le non poche sorprese narrative. E poi c’è Goose. E Goose da solo dovrebbe bastarvi.

Ribadisco, non è un film perfetto: è un film di genere che va a inserirsi in una saga composta da altri 20 titoli, ma lo fa trovando una propria identità e regalandoci un personaggio che (non è uno spoiler, si sa da sempre) sarà meraviglioso poter rivedere in Endgame e vederlo interagire con chi ci ha condotto fin qui, prendendone in mano le consegne.

Qui sopra parlavo di Wonder Woman. Quando uscì il film Warner rimasi estremamente tiepido: per quanto fossi felice che ci fosse finalmente un film di supereroi con un personaggio femminile protagonista e forte, trovai il film in sé piuttosto mediocre. Mi sembrava ci si stesse accontentando nonostante, ripeto, l’importanza simbolica che aveva e che era giusto avesse.

Capitan Marvel va oltre e ci regala quello che dev’essere un film del genere. Non raggiunge l’innovazione di un Black Panther, ma ci ricorda perché la Marvel è ciò che è.

C’è un nuovo Capitano. Ed è una Meraviglia.

Ciao, piccola

E anche tu ci hai lasciato. A modo tuo, da gatta testarda fino all’ultimo, con lo stile che hai sempre avuto. Ma te ne sei andata.

Sedici anni. Un’età notevole per un gatto, ma sempre pochi, troppo pochi. Sedici anni che la tua mamma ha vissuto con te. Poco meno di sei per me, ma per me sei stata mia tanto quanto. Non ci siamo amati subito. O meglio, tu hai deciso che avrei dovuto sudare per entrare nelle tue grazie.

Il primo giorno che ti ho vista ti sei presa un pezzettino di me come ricordo e da allora ogni tanto decidevi di fare un richiamino. Una delle cose che racconto più spesso è di quando stavo lavorando al mio portatile, tu saltasti sul tavolo, mi guardasti e soffiasti come un cobra.

Eppure sapevo di essere un privilegiato, anche allora. Era il tuo filtro, perché tu non concedevi le tue attenzioni di sicuro a chiunque. Infine hai deciso che ero degno. Degno di venirti a sdraiare sulle mie gambe appena mi mettevo sul divano. Degno di nutrirti quando avevi fame. Di sopportarmi (a malapena) quando ero a letto al tuo posto.

E io ho imparato ad amarti. Come fossi stata mia da sempre. Come se ti avessi avuto da cucciola. Quando Stitch se n’è andato tu sei stata la mia consolazione prima di ogni altra cosa. Il tuo venirmi in braccio è stato il calore di cui avevo bisogno. Anche quando sono arrivati loro tre, che anche oggi non lo fanno. Ora non ho più nessuno che mi venga in braccio.

Non ho più occhi azzurri da ammirare.

Scrivo e piango. Così come ho pianto tante volte in questi giorni, sapendo che mancava poco. Te ne sei andata alla stessa ora di Rooney. Te ne sei andata stanotte in un giorno così particolare.

Probabilmente non significa un cazzo, magari significa tutto, non lo so. So solo che per quanto lo sapessimo, per quanto fossimo preparati, per quanto tu abbia scelto il modo migliore (se esiste) per salutarci, non fa meno male. Eravamo preparati, ma non pronti. Mai pronti. Non si è pronti a salutare una parte del tuo cuore.

Io so solo che ora non troveremo più Pippo in giro, portato a spasso da te a farti compagnia. So solo che non ci sarà più da capire cosa vuoi mangiare un giorno piuttosto che l’altro. So solo che non ti avrò più in braccio, scocciata se mi sposto o se le gambe non sono messe bene per stare comoda. So solo che non ti vedrò giocare dietro un filo come se fossi una cucciola. Che non avremo più le tue testate che dicono “ti voglio tanto bene”. Che non sarai sul tavolo mentre facciamo colazione. Che non verrai a cercare da bere nei nostri bicchieri. Che non entrerò più in casa trovandoti sul tappeto a rotolarti, pronta a fare un agguato o a farti coccolare a seconda di come ti gira. Che non farai più il tuo giro sullo zerbino a farti le unghie quando torniamo a casa. Che non mi verrai più a cercare quando andrò via. Che non ti sdraierai più sui libri della tua mamma.

E fa schifo.

Fa schifo e basta.

Ti chiamavo piccola pazza psicopatica assassina. Ma eri la nostra piccola pazza psicopatica assassina. La verità era che tu, il tuo amore, lo davi a pochi e conquistarlo è stato uno dei doni più grandi per me.

Ti abbiamo sempre ritenuto la più piccola e fragile e invece ti sei dimostrata la più forte e testarda.

Ti ho voluto bene, Pucca. Più di quanto pensassi possibile. E la tua mamma ti ha adorato, così come tu hai adorato lei.

Non ti dico che ora potrai giocare con Rooney, Stitch e Zen, perché non saresti tu. Ti immagino arrivare da loro, guardarli con sdegno, tirare una soffiata e poi trovarti un posto comodo e caldo dove dormire, in attesa della prossima pappa. Che rifiuterai finché non ti verrà dato quello che desideri oggi. Spero il servizio sia buono, dove sei.

Ciao, piccola.

Grazie.

Grazie di tutto.

E scusami se non sono capace di scrivere tutto ciò che sei stata. Non sono bravo abbastanza. Non per descriverti. Non per spiegare quanto ci hai dato.

Ciao, piccola.

Ti vogliamo bene.

Ieri e oggi

Giro di boa. Si dice di quando si arriva a metà di un qualcosa e ci si appresta a tornare.

Molte volte si sa che un certo momento o evento sono il fatidico giro, certe volte no. Lo si scopre dopo. O semplicemente non si pensa che quello un giorno, a posteriori, lo si vedrà come tale.

Tipo il 18 settembre del 1996. Quella notte sapevo soltanto che la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Sapevo solo quanto male faceva. Quasi nient’altro.

Non pensavo, quel giorno, che quello era stato l’ultimo giorno della mia vita in cui mia madre era presente e che da quel momento ci sarebbero stati solo giorni senza. Prima e dopo. C’è sempre un prima e un dopo.

Il fatto è che per molti e nel sentire comune (tanto comune che non ci si pensa, a dire il vero) il prima dura sempre più del dopo. Chi perde un genitore, a meno che avvenga quando si è giovani, avrà comunque potenzialmente vissuto una maggior parte della sua esistenza avendolo in vita che altrimenti. Non ci si pensa, ribadisco, ma è così. Per molti. Non per tutti, lo so, ma per molti.

Ecco, io da oggi non sono più in quei molti. Oggi e da oggi avrò vissuto più giorni senza mia madre nella mia vita che avendola. Da oggi, per definizione, la mia normalità non è più l’averla avuta, ma il non averla.

Per definizione.

So che può sembrare strano fare questo calcolo, ma per me no. Per me che ricordo date, ricorrenze, eventi, è la normalità, per quanto assurda possa sembrare.

E una parte di me ne ha bisogno, per non permettermi comunque di dimenticare. Perché si può ripetersi in eterno che non dimenticheremo nulla, ma non è vero. Certo, tutto può rimanere latente in noi, ma i ricordi più vecchi? Quelli si affievoliscono. Diventano le loro ombre. Fotogrammi di film senza i momenti prima e quelli dopo. Istanti non collocabili nel tempo.

A volte mi sforzo ancora di ricordare la sua voce. Mi sembra di riuscirci. Ancora. E il profumo, quello sì, ma io e gli odori ben leghiamo.

Ma da oggi tutto è più lontano.

Fino a ieri ero un uomo che da ragazzo ha perso la madre.

Oggi sono un uomo che una volta ha avuto una madre.

Sottigliezze, diranno molti.

Seghe mentali.

Per me, semplicemente, la mia vita.

Alita

La storia degli adattamenti live action di prodotto giapponesi, siano essi manga o anime, non è certo costellata di soli successi, soprattutto se il film di destinazione nasce in occidente per un pubblico non sempre avvezzo al tipo di storie e narrativa del materiale originale o, forse è più corretto dire, da parte di produttori che non sempre sono in grado di comprendere i punti di forza di tale materiale e riproporli in un nuovo formato.

Uno degli ultimi casi è ovviamente Ghost in the shell, ma si potrebbero citare diversi altri esempi di film tratti da manga o anime desiderati e mai prodotti o, se venuti alla luce, ben lontani dall’originale e quindi destinati a perire nel limbo di quello che non doveva essere prodotto.

Alita, di suo, ha poi avuto una storia produttiva lunga e travagliata. Per oltre 15 anni James Cameron aveva in qualche modo lavorato alla creazione del film, ma tutti conosciamo Cameron e tra quelli e i vari seguiti di Avatar che ormai sembra attendere solo lui, Alita era sempre passato in secondo piano, fin quando il regista si è deciso a passare il compito a Rodriguez, rimanendo come produttore e come co-creatore della sceneggiatura.

Per questo motivo e per i flop pregressi di cui facevo cenno, per lungo tempo l’hype legato al film non era montato molto, pur con trailer che stimolavano la curiosità quanto meno relativamente al comparto tecnico (e i tanti, troppi commenti relativi agli occhi di Alita).

Ora il film è fuori da due settimane e se dovessi valutare le reazioni in termini di attesa dalla sala in cui mi trovavo (Imax di un venerdì sera, con molti più posti vuoti e che occupati), mi verrebbe da affermare che il marketing non ha sfondato a sufficienza.

Ed è un peccato.

È un peccato, perché Alita è sotto tutti i punti di vista un film godibile, visivamente impressionante e non del tutto banale, che fa trascorrere poco più di due ore appassionandosi a un personaggio interamente ricostruito in CGI, emozionandosi in alcuni momenti ed entusiasmandosi in altri.

Una precisazione d’obbligo, prima di procedere, è che io non ho mai letto il manga originale. Io e i manga abbiamo un rapporto travagliato (sicuramente a causa mia) e quel particolare ramo del mio nerdismo non è mai stato molto sviluppato. Pertanto mi sono recato al cinema non con l’intenzione di confrontare il film con la sua ispirazione, bensì col desiderio di farmi raccontare una storia e vedere se ne sarei uscito soddisfatto.

Così è stato. Certo, il film ha una scrittura non sempre fluida che, per le necessità di costruire un mondo, spesso è costretta a cedere a qualche spiegazione di troppo: un difetto che si fa perdonare sia per la resa dei momenti in cui avviene che perché difficilmente succede a lunga distanza da momenti di azione pura. Non sempre il ritmo è ottimizzato: ci sono volte in cui sembra di perdersi in attese un po’ troppo lunghe e che forse avrebbero giovato per un po’ più di editing, ma non si giunge mai alla noia o all’insofferenza (tranne per la tizia che avevo seduto accanto, ma lei aveva già deciso che si sarebbe annoiata e l’aveva prontamente comunicato al suo fortunatissimo compagno).

La trama mette parecchia carne al fuoco, con linee narrative personali che si intrecciano in più punti, ma riesce comunque a non ingarbugliare troppo il tutto e a non confondere eccessivamente l’utente: non siamo, comunque, davanti a scelte narrative innovative (fatte salve forse due o tre scene) e il fatto che Cameron sia un narratore di vecchia scuola si sente pesantemente in quanto meno una scena e in alcune caratterizzazioni che cozzano un po’ con il personaggio.

Ho elencato questi difetti per primi per spiegare dove ci sono le falle più evidenti e, nonostante queste, il film riesce a divertire. I meriti principali sono indubbiamente due. Anzitutto la protagonista. Difficilmente mi è capitato di vedere un personaggio in CGI ibrida così ben realizzato e vivo. A un certo punto le viene detto che è “la persona più umana mai incontrata” e in quel momento lo spettatore non può che concordare. Merito va sicuramente all’ottima interpretazione di Rosa Salazar, che riesce a rendere in modo credibile i vari momenti di diversa fisicità del personaggio, ma che soprattutto ne trasmette le emozioni e gli stati d’animo attraverso le espressioni del viso: Alita, pur così aliena, è più viva di quanto si potesse immaginare e sospettare.

L’altro aspetto è indubbiamente quello tecnico/visivo. Già con Avatar Cameron si era divertito a mettere in pista il massimo che la tecnologia poteva concedere ai tempi e in Alita – complice anche un budget elevatissimo – si replica pesantemente: il mondo in cui si muovono i personaggi, ispirato da tante fonti tra cui Blade Runner e Metropolis, è reale, riconoscibile, diverso eppure familiare. Le scene di lotta sono un piacere per gli occhi, così come quelle legate al nuovo sport inventato per l’occasione. Alita è uno di quei film che andrebbe visto al cinema, possibilmente in Imax 3D, per godere appieno di tutto ciò che ha da offrire (detto da uno che ha visto buona parte degli ultimi film marvel in 2D).

Il cast, che sfoggia oltre a Salazar anche il sempre gradito Christoph Walts ma anche un’algida Jennifer Connelly, non sempre ottiene lo spazio necessario: la Connelly in particolare è quasi una meteora costretta in secondo piano dalle necessità narrative e dai tanti antagonisti presenti, ma il film dura due ore e passa e già così c’è dentro veramente tanto. Certo, magari una battuta o due all’infermiera della clinica potevano darla, per dire.

Alita non è un film che cambierà la cinematografia mondiale (e nessuno si aspettava che lo fosse), né un messaggero di chissà quale nuova verità. È, però, un ben film di intrattenimento e avventura, visivamente splendido, con una protagonista che si appropria violentemente della scena e momenti di azione che sono un piacere per gli occhi.

Ah, anche con un potenziale villain per i seguiti il cui interprete è stato tenuto nascosto fino all’ultimo. Già, perché è evidente che questo film rispecchi il desiderio di iniziare un franchise. Non so se il riscontro di pubblico lo renderà possibile e se il futuro colosso Disney/Fox avrà interesse a farlo.

Quel che so è che io, almeno un secondo film, lo guarderei molto volentieri.