Storie Di Un Podcast: Harry Potter

Ho deciso di cambiare un po’ il formato del titolo, che se no perdo il conto.

Ci sono episodi in cui è più trovare ospiti. Magari perché l’argomento è più di nicchia, oppure perché vogliamo evitare che un ospite torni troppo spesso (ci piace molto l’alternanza) o, ancora, perché non è facile trovare un ospite che di quel particolare argomento sappia più di uno di noi due. Fu così ad esempio per Gaiman, finché non venne l’idea della fantastica Tegamini. Per Harry Potter il problema era l’esatto opposto: volendo avremmo potuto riempire quanto meno un’aula scolastica di nostri contatti appassionati che avrebbero potuto essere ottimi ospiti, il che la dice veramente lunga sull’importanza della saga e sull’amore del suo fandom.

Data la quantità, abbiamo deciso di fare quanto meno l’esperimento di averne due: la bravissima Claudia, che è anche nostra amata collega di redazione, e Raffaele, un amico di Giuseppe il cui amore per Harry Potter penso ridefinisca il concetto stesso di amore.

Il risultato si può ascoltare nell’episodio di questa settimana in cui, lo ribadisco qui oltre ad averlo detto in registrazione, mi sono sentito davvero in soggezione per l’amore e la passione che i due ospiti hanno dimostrato.

E sto ancora aspettando la Gazzetta del Profeta scritta da Claudia.

Questo è un episodio registrato parecchio in anticipo, che ha aspettato finché quelli con uscita più cronologicamente obbligate fossero passati.

È uno strano viaggio nel tempo. Abbiamo registrato il 14 giugno, quando ancora stavamo imparando molte cose, tra cui non dare riferimenti temporali specifici su episodi preregistrati: mi sentirete a un certo punto parlare dello speciale su Dark Phoenix che sarebbe uscito lunedì, ma ovviamente quel lunedì è il 17 giugno. Non che cambi qualcosa, ma immagino sia una curiosità divertente.

Che altro dire?

Eravamo distribuiti in tre postazioni diverse: io a Milano, Claudia a Napoli e Giuseppe e Raffaele a Torino. Sempre sia lodato Zencastr che permette questo tipo di registrazioni a distanza.

Mi sembra sia tutto. Fate un salto a Hogwarts con noi?

Fine (davvero?)

In realtà, sette mesi fa, ero stato ottimista. Pensavo che l’editing, per quanto lungo, non avrebbe pesato nella mia mente quanto la scrittura.

Niente di più lontano dal vero, povero illuso. Così come il tempo necessario era stato parecchio sottovalutato.

Perché, ricordiamocelo, la prima parte del romanzo iniziò a prendere forma nel 2011. Otto anni fa. E il mio stile, in otto anni, è cambiato mostruosamente.

Così rimettere mano a qualcosa di scritto in tanto tempo non è stato indolore. Ha significato cambiare interi paragrafi. Ripulire. Tagliare.

Da quando l’ho terminato a stasera ho tagliato quasi mille parole, a occhio e croce. Su 220.000 (ora 219.000). Sì, oltre duecentomila sono tante. Tantissime. Ma quella era la storia che ho dovuto raccontare. Ed ora è lì, nero su bianco.

Dopo mesi a correggere ho dovuto fare una cosa che non avevo previsto. Rileggerlo di nuovo.

Perché dovevo essere sicuro filasse tutto, perché dovevo tornare non solo a controllare la storia, ma a leggerla e viverla ed essere sicuro che tutto quadrasse.

Ho finito poche ora fa.

Non è perfetto. Non credo mi sia possibile creare qualcosa di perfetto, sempre che esista la perfezione.

Non so neanche se sia bello. Spero di sì. Ma non lo so, non penso di poterlo dire io.

So che è la storia che è nata ed è una storia che ho riletto volentieri, sistemando lo stile dove non mi quadrava, anche se probabilmente continuerei a metterci mano senza sosta.

L’ho letta volentieri, non perché era mia, ma perché mi ha fatto piacere.

E questo, forse, è ciò che conta di più.

Sto già mandandolo a chi si è offerto volontario per leggerlo. Chi ha dimostrato di esserci, di tenerci, di volermi aiutare in questo.

Poi non so che accadrà.

Il sogno è trovare un editore, anche se non ho neanche idea di che passi fare.

Vedremo.

Intanto, e stavolta è vero, per la prima volta in otto anni non avrò il pensiero che devo lavorare al libro.

Non a scriverlo, non a rileggerlo.

È nato.

È lì fuori.

Chissà, forse un giorno non sarà neanche più solo mio.

Io, ora, mi riposo, in attesa di rendermene veramente conto.

Respirare

Lo so, lo so. Questa settimana ho saltato le storie di un podcast. C’è da dire che sarebbe stato un post piuttosto breve, perché lo speciale sul San Diego Comic-Con è stato tanto veloce da preparare quanto poco carico di aneddoti. E per fortuna, per certi versi.

Comunque è un bell’episodio, per cui se volete andate ad ascoltarlo qui accanto, ok?

Il motivo per cui è saltato il posto è lo stesso per cui questo week-end sono stato fin troppo vicino a un crollo nervoso: il lavoro.

Molte cose si sono accumulate in queste settimane e soprattutto avevo un progetto in ritardo che sembrava tirar fuori ogni giorno un nuovo contrattempo. Il risultato è stato che per settimane non sono praticamente mai uscito di casa tranne una sera o due e che lo scorso week-end ho lavorato, tra sabato e domenica, qualcosa come 20 ore. Perché, si sa, chi lavora in proprio può fare sempre quello che gli pare.

Il risultato è stato che tra lavoro, impegni personali, podcast, desiderio di finire l’editing del romanzo, il mio livello di stress è salito oltre i normali livelli già non particolarmente bassi e nel week-end ero veramente a pezzi.

Impossibile, quindi, trovare il tempo lunedì per scrivere anche il dietro le quinte del podcast.

Però, proprio questa situazione mi ha fatto ricordare qualcosa che so benissimo ma a volte mi scordo: che è necessario permettersi di fermarsi non solo per vivere, ma anche sopravvivere. Che superato un certo limite ogni cosa aggiunta è in realtà qualcosa di tolto.

Così lunedì, finito di lavorare comunque alle 19, ho deciso di uscire. E ho deciso di fare di più: permettermi di fare un giro al lago.

Non so se l’ho mai scritto qui, ma Lecco è abbastanza comoda da casa mia, circa mezz’ora o poco più di macchina, e ho scoperto che il suo lungolago sa farmi da toccasana per lo spirito.

Così ho preso la macchina e sono andato.

Ho parcheggiato facilmente, alla fine era lunedì, ho passeggiato un po’ e poi ho deciso che non mi sarei rinchiuso da nessuna parte a mangiare.

Una pizza da asporto, una panchina, il tramonto e poi la sera. Respirare.

E sì, avevo veramente bisogno di respirare.

È che a volte, stupidamente, me ne scordo.

Addio, Capitano Navarre

Se dovessi elencare gli attori che più sono entrati nel mio immaginario di ragazzo e non, uno dei primi da citare sarebbe Rutger Hauer.

Ovviamente il primo pensiero che viene va per forza di cose a Blade Runner e a quel monologo finale improvvisato che è diventato un vero e proprio punto fermo nella cultura pop moderna.

Ma io non posso non pensare anche a Navarre in LadyHawke, uno dei film che ho più amato e che più amo, che sapeva racchiudere ironia, avventura e romanticismo oltre ad avere una colonna sonora meravigliosa scritta da Alan Parsons.

E lui, lì, era un eroe perfetto. Sofferente, solitario, arrabbiato ma mai meno che onorevole. L’immagine del cavaliere che tutti noi possiamo avere immaginato.

E poi aveva l’amore di Michelle Pfeiffer, parliamone…

E ancora c’era un film che penso pochi ricordano. Si chiamava Furia Cieca. Era un film di serie B, ma lui interpretava un uomo cieco che, grazie a un allenamento speciale, diventava capace di combattere affidandosi agli altri suoi sensi. Vi ricorda nulla? Ecco.

Ma io ne sto citando solo tre e la sua cinematografia annovera letteralmente decine di film, incluso Sin City e la Leggenda del Santo Bevitore.

Non era forse una megastar come alcune a cui siamo abituati, ma era un ottimo attore che interpretò personaggi iconici.

Oggi, che è morto, il mio immaginario perde un cardine fondamentale che va a raggiungere Carrie Fisher, Robin Williams e i troppi che se ne sono andati.

Ringrazio di aver avuto la fortuna di incontrarlo. Non in un evento incredibile, in un banchetto in un centro commerciale vicino casa dove faceva una raccolta fondi. Ho da qualche una foto scattata mentre mi autografava una sua foto proprio in Furia Cieca e lo script di LadyHawke, che tengo gelosamente in libreria.

Addio, Capitano Navarre.

Grazie delle avventure.

Storie di un Podcast – Ep. 9

Lievemente in ritardo, ma sono giornate intense e anche trovare tempo per scrivere questa rubrica diventa difficile. Aggiungiamoci il mio rincoglionimento che mi fa arrivare alla mezzanotte del lunedì dicendo “non ho fatto il post sul blog” e il gioco è fatto.

Comunque.

Come detto già in precedenza, alcuni episodi sono registrabili in anticipo e aspettano soltanto di uscire, altri invece hanno bisogno di un certo tempismo.

Era stato così con Endgame, sarà così per il San Diego Comic-Con (registrato ieri e che arriva lunedì) ed è stato ovviamente così per Spider-Man Far From Home.

In questi casi gli incastri sono diversi. Anzitutto bisogna (ma va?) aver visto tutti il film. Una condizione non banale se teniamo conto degli impegni personali e anche che, in questo caso, Giuseppe si trovava a Cambridge e non si sapeva quando l’avrebbe potuto vedere. Ironia vuole che alla fine l’abbia visto prima di noi altri, ma la questione rimane.

Poi ci sono i soliti impegni. Il lavoro, in primis.

E ovviamente c’è la data di uscita. Far From Home è un episodio regolare, quindi doveva uscire per forza ieri, sommando le varie condizioni. Il risultato è stato che abbiamo registrato martedì e che poi ci ho lavorato nei giorni successivi, litigando con qualche ronzio di troppo e tagliando i momenti in cui studenti in crisi bussavano a una porta a Cambridge.

Di Far From Home parliamo nell’episodio, anche se una buona metà è occupata anche da spontanee congetture sul futuro del MCU che già in parte risultano vecchie alla luce delle rivelazioni del week-end (ma mi vanto che su qualcosa comunque ci ho preso).

Qui approfondire una cosa Nell’episodio parlo en passant di quando conobbi per la prima volta Mysterio. Penso di aver già raccontato che i miei primi albi dell’Uomo Ragno furono numeri dell’Uomo Ragno Gigante Corno (o addirittura raccolte di quegli stessi numeri).

Se per me Peter Parker, MJ Watson e gli altri avranno comunque sempre le fattezze dei disegni di Romita Sr. è proprio a causa dell’imprinting di quegli albi.

Erano storie in cui, grazie a Lee, Romita, Kane e Conway, scoprii personaggi come Octopus e l’Uomo Ghiaccio e assistetti alla morte del Capitano Stacy.

Ricordo che Octopus, con quelle braccia che venivano fuori da una tuta da carcerato, sembrava uscito dalla Guerra dei Mondi.

Ma in uno di questi numeri c’era anche il ritorno di Mysterio. Ritorno perché era già comparso in storie disegnate da Ditko che recuperai solo decenni dopo: per me era la prima comparsa. Mi affascinò terribilmente.

C’era una tavola in cui compariva all’improvviso in mezzo alla strada, con Peter che lo incrociava. E poi, ovviamente, c’era il pezzo forte: l’Uomo Ragno rinchiuso in un (finto) Luna Park in miniatura che doveva salvarsi da mostri animati e alabarde che cadevano qua e là. Sembrava un film horror e le tavole di Romita erano qualcosa di incredibile.

C’è una lunga scena in Far From Home che è un esplicito omaggio a quelle storie e già solo quello mi ha fatto amare il film anche più del previsto.

Qui ne lascio un paio, giusto per fare venire l’acquolina in bocca.

E, come al solito, c’è l’episodio da ascoltare.