L’ultimo anno, ciò che si impara e ciò che si decide

Nella notte tra martedì e mercoledì è caduto il primo anniversario della morte di Rooney. Il pensiero che sia trascorso un anno è estraniante, un po’ perché dolori del genere sembrano al contempo lontanissimi e accaduti ieri, un po’ perché in qualche modo quel giorno ha segnato una serie di eventi e di cambiamenti che hanno propagato i loro effetti non solo al momento, ma anche nei mesi successivi, sicuramente fino a oggi.

Noi abbiamo cercato di viverlo con la consapevolezza che il pensiero è sempre presente e la volontà di cercare, comunque, di vivere appieno queste giornate. Da qui il concerto di Sting a Verona della scorsa settimana e la gita sulle Isole Borromee di ieri. Miss Sauron non era mai stata a vederle e io non tornavo da qualcosa come dodici o tredici anni in quei luoghi che, invece, in adolescenza erano una sorta di tappa fissa delle mie estati.

Non tanto le isole, che avrò visitato forse due o tre volte, quanto il viaggiare in battello sul Lago Maggiore: tipicamente io, mia madre e la sua amica Fedora prendevamo una giornata per fare il viaggio Arona/Locarno/Arona via lago. Il viaggio durava quattro ore all’andata e quattro al ritorno, ci si fermava solo un paio d’ore a Locarno e questo era quanto: giusto il tempo di fare scorta di cioccolata (vi ricordate quando si andava in Svizzera per far benzina e/o comprare cioccolata?), mangiare un gelato e tornare. Una follia, se me lo chiedeste oggi, eppure era una tradizione che amavo molto.

Faceva caldo, ieri, e a un certo punto non ne potevamo più, eppure ne è valsa la pena. A volte, per riconoscere noi stessi, dobbiamo comunque tornare nei luoghi che erano nostri e non lo sono più, anche solo per distinguere tra chi eravamo e chi siamo.

Towards the light

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Come dicevo nell’ultimo post, il mio confronto tra ciò che ero e ciò che sono mi lascia sempre frastornato, facendomi ricordare il motivo per cui la parola cambiamento mi appartiene tanto da essermi tatuato la runa Dagaz sul polso. Eppure alcuni cambiamenti sono più sottili di altri e, forse proprio per questo, quando diventano evidenti finiscono per dimostrarsi i più radicati. 

Uno di questi, che sicuramente ha concluso il suo radicamento in questi dodici mesi, è il non essere più disposto a capire e il non essere più disponibile al confronto tout court. Detta così può sembrare una svolta quanto meno insolita e inaspettata per chi, come me, fa delle parole uno strumento fondamentale, ma cercherò di spiegarmi meglio.

Il confronto è un momento fondamentale nel relazionarsi con gli altri, siano essi amici, partner o estranei, di questo sono e rimango convinto: ciò che però si sottovaluta è che il confronto costa energie, spesso al punto da lasciare svuotati e sfiniti, e pertanto il decidere di sostenerlo dev’essere supportato dal suo valerne la pena.

Il confronto vale la pena se c’è la possibilità di arricchimento reciproco o di venirsi incontro, altrimenti è spreco di tempo ed energie. Non sempre, ovviamente, si può sapere se il confronto varrà la pena, ma personalmente mi sono reso conto che istintivamente se cerco di evitarmelo è perché intuisco (o so) che non sia così.

Non si tratta di presunzione, si tratta di esperienza e istinto: se si conosce una persona da anni e la si è vista agire in certe situazioni in un modo specifico, per quale motivo dovrebbe comportarsi diversamente in una condizione specifica che altro di diverso non ha se non le persone coinvolte? Sono rare, purtroppo, le volte in cui le persone coinvolte fanno la differenza: nella maggior parte dei casi non è così e i meccanismi saranno sempre e solo quelli.

Se so che una persona cerca il confronto solo per poter dire che ha ragione lei e tu sbagli, perché perdere tempo? Se la ricerca è solo per avere l’ultima parola, a che serve, di nuovo, concedere la possibilità?
Mi è capitato di cedere e, dopo, di vedere confermato ciò che già pensavo. Il rischio è di togliere possibilità a chi invece magari è sincero? Sì, probabilmente sì, ma è un rischio che, a questo punto della mia vita, sono disposto a cogliere.

Così come, a questo punto della mia vita, ci sono cose su cui non transigo. Alcune basi che, per quanto mi riguarda, fanno le differenza tra le persone che voglio nella mia vita e quelle cui auguro di trovare chi le merita. Non transigo su basi umani: omofobia, razzismo, misoginia, violenza, shaming in ogni forma. Non transigo sulla mancanza di empatia. E non transigo su chi, per disagio proprio, sputa veleno gratuitamente. No, grazie. Non importa se si tratta di conoscenze o amicizie di ore, giorni, mesi o anni. Non transigo. Non transigo più.

Al che uno potrebbe obiettare che io non ho diritto di decidere uno cosa debba dire o come debba comportarsi. Vero. Verissimo, anzi. Però ho pieno diritto di decidere se qualcuno, in base a parole o comportamenti, voglio che sia nella mia vita. E ho diritto di deciderlo senza appello perché, mi spiace, su certe cose non c’è dibattito e ciò che alcuni scambiano per dibattito è solo desiderio di dire “io ho ragione, vaffanculo”. No, grazie. Se hai ragione, non hai bisogno di confrontarti.

Questo è un punto non chiaro a molti che forse andrebbe ribadito una volta per tutte: nessuno ha il diritto di decidere su cosa altri possono sentirsi feriti. Nessuno. Non hanno importanza le intenzioni, non ha importanza se per voi quanto detto o fatto non è così fondamentale: è importante ciò che prova chi l’ha vissuto e lo subisce. Se io rimango ferito, ho diritto di esserlo e se il desiderio di confronto è solo per dimostrare che sbaglio a esserlo, allora fanculo il desiderio di confronto. Ci possono essere fraintendimenti? Assolutamente sì, ma in quel caso si pone il focus sul fraintendimento e si chiede comunque scusa per la mancata chiarezza. Ma si accetta il dolore altrui. Lo si rispetta. Negarlo è violenza paragonabile (il meccanismo è lo stesso) al bullismo. Il bullo dice “noi scherziamo” mentre la persona sovrappeso pensa al suicidio. Il meccanismo è quello.

Questo potrebbe far pensare che, quindi, non esista chi si offende immotivatamente o chi reagisca eccessivamente a situazioni oggettivamente (ma esiste l’oggettività, in questi casi?) non offensive. Bisogna scusarsi e accettare anche lì? Sì. Bisogna accettare che la persona si sia sentita offesa o ferita e poi decidere se le interazioni con quella persona possono proseguire su queste basi. Questa è la chiave che ci si scorda: nessuno vi ha ordinato di interagire con nessuno. Non importa che vi conosciate da giorni o decenni, nessuno vi costringe a rimanere nelle vostre vite reciprocamente. Se io mi ferisco e a te non sta bene che io sia ferito, la tua opzione non è dimostrarmi quanto torto abbia: non in quel momento, di sicuro. In quel momento puoi scegliere se stare e scusarti o non scusarti e andartene. Stop. Poi, ovviamente, le sensibilità evolvono e cambiano in base a mille fattori. Ci sono battute che permetto solo a una persona o due. Ci sono frasi che, dette da chi conosco bene, mi devasterebbero e dette da un estraneo mi fregano poco. Tutto è fluido, ma la costante è una: se qualcuno resta ferito, si accetta, si cerca di capire o ci si allontana. Il confronto per dimostrarne il torto è parente del bullismo.

Ecco, io, se so che un confronto finirà probabilmente così, ne faccio a meno. E se vedo che qualcuno tocca qualcosa a cui tengo, lo escludo. E sì, mi sta bene così. 

Ieri, in un tweet, veniva citata una ragazza che avevo mollato il ragazzo con cui stava perché l’aveva scoperto grillino dopo le ultime elezioni. Ecco, questo è un esempio perfetto di ciò che intendo. (Quasi) nessuno è intoccabile. Perché (quasi) nessuno mi ha dimostrato di valerne così tanto la pena.

D’altronde, sono fiero di aver deciso di non frequentare più quella che per me era la mia gelateria perché ho scoperto che la sua proprietaria era una fiera Novax. Non transigo. Non. Transigo. Neanche se in ballo c’è il gelato.

Il confronto non è un diritto. È una conquista che si ottiene per merito e non per anzianità. 

Di scadenze e memorie

Una settimana fa, a quest’ora, eravamo a Londra, in giro in cazzeggio in vista della serata (di cui parlerò in un altro post, magari).

Non so se l’ho mai scritto, ma quando vado in UK ho preso l’abitudine di partire col passaporto, sebbene la carta d’identità sia (per ora?) sufficiente: in tutti gli aeroporti londinesi esistono gli e-gate che, leggendo il passaporto elettronico, permettono di smaltire velocemente le procedure di frontiera e chi ha voglia, sinceramente, di fare coda in aeroporto se può evitarsela?

Orbene, quando ho recuperato il mio passaporto per il viaggio, la data di scadenza mi ha colpito con violenza: 15 giugno 2019. Tra un anno. Il che significa che a oggi quel passaporto ha poco più di nove anni. Impossibile, per uno come me, non prendersi (più di) un attimo per pensare ad allora e a oggi e mi sconvolge rendermi conto di quanto sia cambiato da allora. O, se vogliamo, di quanto poco sia rimasto come allora.

Quel passaporto fu emesso per il mio primo viaggio a New York, con la mia compagna di allora. Questo significa che nove anni fa io non ero ancora mai stato in un paese di lingua anglosassone, non avevo mai iniziato a scoprire il mondo là fuori, non fosse stato per un viaggio sul Mar Rosso e poco altro.

Non ero mai stato a New York. Non ero mai stato a Londra. Non ero neanche mai stato a Parigi e Berlino. Non avevo mai confrontato il mio inglese col mondo reale. Pesavo 20 kg in più. Il mio ginocchio era ancora intero. Non avevo ancora iniziato a lavorare al romanzo, ma ogni tanto nasceva un racconto. Avevo persone che ritenevo amiche che ora sono dissolte nel vento. Alcune ci sono ancora di nome, altre sono state tagliate, altre ancora adesso sono di nuovo presenti. Tra me e i miei fratelli non c’era ancora nulla se non delle parole di estranei. Lavoravo per altri clienti e quasi sempre fuori di casa. C’erano Stitch, Zen e Poldo. Mangiavo carne e pesce. Ero capace di enormi entusiasmi. Non conoscevo ancora persone che, ora, mi sono care. Non avevo ancora mai vissuto Lucca Comics per più di qualche ora. Scrivevo solo sul blog e ancora il mio nome reale e quello virtuale erano ben poco associati. Non ero mai stato al cinema da solo. Accidenti, non avevo mai neanche viaggiato da solo. Non avevo mai celebrato un matrimonio. Il mondo mi sembrava avere casini, ma che potesse risolverli con impegno.

Mi guardo ora e mi guardo allora. Del me di allora è rimasto oggettivamente poco, diventato le fondamenta del me di oggi. Evoluto? Sì, penso di sì, su molte cose, almeno. Felice di come sono andate le cose? Di nuovo, in molti casi sì, ma questi nove anni hanno richiesto tanti di quei pegni che le cicatrici ci sono e si vedono. Nel mio modo di pormi col mondo, meno accogliente e più amaro. Nel mio non aver più voglia di perdere tempo con alcuni tipi di persone, anche se questo significa potare o rischiare la solitudine. Nel mio non sapere più entusiasmarmi ai livelli di allora: che non significa che non godo delle cose che faccio (vedi lo scorso week-end), ma che una parte di me non sembra più capace di raggiungere quei picchi di euforia pura, pulita e genuina. Nel mio essere disilluso e spaventato verso il mondo che mi circonda. Nel mio pensare di più al tempo che rimane.

Eppure sono tante le cose che mi rendono fiero e felice. Il continuare a vivere del lavoro iniziato 19 anni fa. La sfida del romanzo. L’aver deciso di scrivere anche per e con altri. Il viaggiare a Londra, che è ormai diventato il mio rifugio taumaturgico. L’essere diventato vegetariano. L’aver aumentato (perché quella c’è sempre stata, ma si impara sempre meglio e sempre di più) la mia consapevolezza della necessità di più diritti per tante, troppe persone che non ne hanno a sufficienza. Ho imparato ad andare al cinema da solo e a gustarmelo, a decidere di partire per una destinazione per vedere uno spettacolo e tornare il giorno dopo, a camminare in giro per una città non mia con la sola volontà di girovagare. Ho imparato a conoscere meglio ciò che mangio, a sapere che ogni mia scelta dev’essere consapevole: magari non sarà sempre la migliore, ma quanto saprò come e perché l’ho fatta. Sto imparando che i rapporti interpersonali non possono né devono basarsi sui traumi che mi porto dietro dall’adolescenza: che dare troppe possibilità significa svendersi e svendersi è sempre male.

Ho ricevuto attestati di stima in uno dei periodi peggiori della mia vita e sono e sarò sempre singolarmente grato a ognuna delle persone che è stata presente. E ho deciso di ricordarmi chi non lo è stato in alcun modo. Non materiale (ma non era obbligatorio) e non morale. Sto imparando che esserci va bene per le persone che lo meritano, ma per quanta empatia si possa provare, le energie sono limitate e c’è chi quella presenza in futuro la butterà nel cesso.

Ecco, le energie sono limitate. La verità più grande a cui ho dovuto adattarmi. Non c’è tempo, energia, spazio per tutto e tutti. Bisogna scegliere. Bisogna imparare a scegliere. Chi e cosa vale la pena dentro, agli auguri di maggior fortuna (per citare il professore).

Eppure, nell’insieme, penso di essere una persona migliore, per quanto si possa dirlo di se stessi. Più completo, consapevole, con più esperienze. Più me stesso.

Nove anni. Una vita. Ed ho paura, per certi versi, a pensare a nove anni in avanti. Un po’ per il pensiero sul futuro che già citavo, un po’ perché per quanto si ami il cambiamento, ciò che avviene nel tragitto non sempre è piacevole, spesso è traumatico, anche se molte volte necessario.

Per adesso, però, mi fermo un secondo. Guardo ai nove anni da quel passaporto. Guardo dove sono. Mi segno ciò che mi piace, ciò che non mi piace e ciò su cui forse posso intervenire (spoiler: non molto, non sempre, non quanto si vorrebbe). E magari torno a ricordare quel momento, la rigenerazione dell’Undicesimo Dottore, che per puro caso (?) ho riguardato l’altra sera. Quelle parole, da tenere strette e ricordare sempre. Soprattutto ora. Tutti noi.

Cambiamo tutti, se ci pensi bene. Siamo tutti persone diverse nel corso delle nostre vite, e va bene così, è giusto, bisogna continuare a muoversi, finché tieni a mente le persone tutte le persone che sei stato. Non dimenticherò neanche un istante di tutto questo. Neanche un giorno.Lo giuro. Ricorderò sempre quando il Dottore ero io. 

Dopo un po’

Penso sia uno dei periodi più lunghi trascorsi senza che scrivessi qualcosa qui sopra e, se vogliamo dirla tutta, non fosse che ho una giornata più leggera del previsto, probabilmente anche stavolta salterebbe.

E visto che siamo in tema di piena sincerità, non è che sappia proprio cosa scrivere.

Cosa diamine scrivi a fare, allora? Direte voi. Boh, rispondo io, e vado avanti comunque, in quello che rischia di essere un post fotocopia di tanti, ultimamente.

Non è un periodo eccellente, se vogliamo usare un eufemismo. Il lavoro procedicchia, sì, ma comunque il pensiero di dover rimettermi in ricerca durante l’autunno non è remoto e di sicuro non è allietante, sopratutto considerato il botto di tasse arrivato da pagare.

Perché si sa, chi lavora in proprio ruba sempre, ha i soldi nascosti nel culo e aggiungete pure tutti luoghi comuni di merda che ormai mi sono anche stufato di smontare. Così come mi sono stufato di aspettare per potermi liberare di certi pesi, ma ovviamente non è concesso, non a me, quanto meno.

“Ma possibile sia rimasto solo tu in ballo con quel casino?” mi ha detto qualcuno. Evidentemente è possibile. Omino fortunato.

E quindi uno si stufa pure.

Come si stufa di persone che scambiano la tua educazione e il tentativo di mantenere rapporti civili per la possibilità di comportarsi come si vuole senza conseguenze. Quando poi queste arrivano, lo stronzo sei tu. Giusto, va benissimo e chiudiamo porte.

Chiudere porte. A volte sembra non abbia fatto altro nella vita, conseguenza probabile di averle tenute aperte troppo spesso e troppo a lungo (e sul motivo per cui l’ho fatto ci sarebbe da scrivere decine di post). Fatto sta che non ho più tempo, voglia e, sostanzialmente, cazzi di avere intorno gente che anche solo lontanamente non mi faccia star bene, sia per atteggiamenti attivi, passivi o mancati. Non voglio far numero, non mi interessa il volume, mi interessa la sostanza. E se il volume continuerà ad assottigliarsi vorrà dire che ho sbagliato molte cose in precedenza. Amen, si prende atto. Mi prendo responsabilità di errori passati e, soprattutto, mi prendo la possibilità di correggerli quando li riconosco. Meglio tardi che mai.

Che poi, a guardare indietro, non c’è una porta chiusa che abbia voglia di riaprire. Anzi, bugia, una ci sarebbe. Una porta a cui ho ricevuto un bussare sommesso ed educato quando meno me lo aspettavo e più ne avevo bisogno e che non ho scordato. Quel giorno ho aperto lo spiraglio, sorriso, ringraziato. Ma riaprirla fa paura, inutile negarlo, perché se ciò che la fece chiudere non fosse cambiato non ci sarebbe margine per tenerla aperta. Ma io, di quel gesto, rimango grato e non lo scordo. Lo scrivo qui, a memoria mia e di chi potrebbe leggerlo.

Ma a parte quella, le altre stanno bene chiuse. Anzi, accidenti a me che non l’ho fatto prima, in alcuni casi. Ma anche questo si impara.

Se quello che traspare da questo post e da quello/i che l’hanno preceduto è amarezza e stanchezza, allora è tutto assolutamente reale: sono stanco fisicamente, sono stanco emotivamente, sono stanco cerebralmente. Sto tirando ai momenti di stacco come boccate d’aria necessarie. Venerdì, intanto. Londra, di nuovo. Ian McKellen. L’emozione di vederlo dal vivo è enorme eppure fino a qualche giorno fa non mi ero reso conto che il giorno era così vicino, effetti collaterali della stanchezza.

Poi un concerto, il primo di quest’anno.

E infine le ferie. Via per una settimana, il resto casa e un solo obiettivo: sfruttare i giorni a casa per fare solo due cose, leggere e scrivere. Sono mesi che mi lamento di stanchezza e tempo: avrò dieci giorni in cui una non sarà giustificata e del secondo avrò abbondanza. Dieci giorni per me e ciò che dico di amare. Dieci giorni per dimostrarmelo. Per dimostrare che quel romanzo voglio finirlo. Non importa finirlo in quei giorni, ma deve andare avanti. DEVO andare avanti.

E intanto cerco di imparare a gestire in modo nuovo i rapporti. Tenere accanto solo chi è davvero importante per me. Ricordarmi di dire ciò che sento a chi lo merita. Dire ciò che si prova. A prescindere. Se ne vale la pena, ovviamente, altrimenti non sprecarci tempo. Ma se vale la pena farlo. Ora, non domani, non dopodomani. Passare tempo, fisico se vicino, virtuale altrimenti, con coloro la cui presenza mi fa stare bene. Sembra banale e io, in primis, lo ripeto da sempre, ma a volte va ricordato e sottolineato e messo nero su bianco.

A volte l’impegno con se stessi va ribadito e poi messo in pratica.

Le porte che si chiudono lasciano fuori ciò che non va, ma bisogna anche alimentare ciò che va. Viverlo. Ricordarsi che c’è. Lo scrivo, lo ripeto, perché troppo spesso me ne scordo. Troppo stesso la frustrazione e la stanchezza finiscono per soverchiare quando di buono e bello c’è. Poi i margini di miglioramento sono sempre ampi, è ovvio, ma è miglioramento, non costruzione da zero.

Va ricordato.

Così magari, la multa arrivata oggi, la mettiamo tra i fastidi e non tra le rotture di palle che rovinano la giornata, per dire.

Nervoso. E stanco.

La giornata si è conclusa col nervoso. Dove sarebbe la novità, potrebbe chiedersi qualcuno: la novità sta nel fatto che non so perché.
Mi girano, ho l’istinto di urlare, il magone dal nervoso, ma non riesco a identificare un motivo.

Non riesco.

Non c’è, formalmente, un motivo. Non oggi, almeno.

Ce ne potrebbero essere mille in accumulo, quello sì, forse, ma non so, di solito in qualche modo identifico, stavolta no.

So che sono nervoso. So che sono stanco. Come se l’aria fosse avvelenata da qualcosa di costante e sottile.

Che poi, guardiamoci intorno, di veleno ce n’è parecchio tutto attorno a noi ed è tutto fuorché sottile. E cazzo quanto mi fa paura. Ed è stancante avere costante paura di cosa sarà il mondo domani,

Stanco. Stanco di dover pensare con sei mesi di anticipo a ciò che potrebbe succedere col lavoro, stanco di dover pensare a ogni possibilità perché dopo più di un anno qualcuno non si è degnato di sciogliere la riserva. Stanco anche del mio lavoro, sì. Che ogni tanto mi dà soddisfazione, ma se domani mi dicessero “da oggi non lo farai mai più e vivrai solo scrivendo” potrei dirmi felice ma, nel contempo, so quanto fortunato sono ad averlo e quanto debba tenermelo stretto.

Stanco di cercare stimoli esterni per sentirmi pieno e appagato, che quelli passano e la sensazione dura poco. Troppo poco.

Stanco di tenermi intorno persone che, alla fin fine, non valgono le mie energie, che tutti sono bravi quando fai sì con la testa, ma quando punti i piedi diventi una merda. E va bene così. Meglio merda che continuare a perdere tempo. E se la pulizia mi lascerà con meno di una manciata, sarà quello che merito. In bene e in male.

Stanco di chi cerca solo quando ha bisogno. Di chi chiede per pro-forma, ma non ascolta mezza parola. Sempre meno, di questi, per fortuna. Quasi nessuno. Ma la loro stessa esistenza mi stanca.

Stanco di non sentire entusiasmo. L’euforia. I picchi. Dove sono? I motivi ci sono stati e ci sarebbero, ma loro dove sono?

Stanco di ciò che mi manca. Stanco del vuoto, stanco del dolore che sta zitto mesi e poi, una sera, ti dà una botta perché è importante che non ti scordi.

Stanco di ricordare, uno dei bagagli più pesanti e ingiusti eppure l’unico che sono sempre stato fiero di avere. Ma pesa. Pesa.

Stanco di dover rubare tempo a qualcosa per farne un’altra e di sentire sempre che non ce n’è abbastanza.

Stanco di dover decidere tra il guadagnare e il riposare.

Stanco di odio, stupidità, incompetenza, ignoranza.

Stanco, soprattutto, di essere stanco, perché finisci per scordare il bello che hai ed è una cosa imperdonabile, sempre e comunque.

E non ho idea se questo post abbia senso o meno, so che a volte serve anche solo sputare fuori un po’ di veleno.

Almeno un po’.

E boh, domani probabilmente mi passerà. Forse. Ma stasera, intanto, va così.

Perché costruiamo il muro

Viviamo in un periodo terribile e al riguardo, penso, siamo tutti d’accordo. La cosa, però, che mi colpisce è come certi prodotti artistici sembrino arrivare, letteralmente per puro caso, nel momento giusto, un po’ come se il clima generale li favorisse, un po’ come se noi stessi fossimo più pronti a rilevare certi aspetti.

È il caso di The Handmaid’s Tale, che alla denuncia senza tempo proposta dalla serie nel suo insieme va ad aggiungere un episodio dalla drammaticità e attualità disarmanti, di cui ho parlato qui, ma lo è anche di una canzone che, presente nella mia libreria da tempi indefiniti e della cui provenienza non ho alcuna idea, è passato random nel mio Itunes ieri e mi ha colpito come un pugno per la sua attualità e verità.

Il pezzo, scritto da Anais Mitchell, è tratto dalla Folk Opera Hadestown che, ho scoperto ieri, è una rivisitazione in chiave moderna del mito di Orfeo ed Euridice e il testo, pur riferendosi ad altro, diventa una perfetta metafora dei muri (potenzialmente fisici, vedi gli USA, o virtuali, vedi gli USA, l’Italia e troppi altri luoghi) che stiamo costruendo attorno a noi.

“Perché costruiamo il muro?” chiede la voce principale, “per essere liberi” è la risposta, amara e terribile. Perché in un mondo come il nostro sta di nuovo passando il messaggio che per essere liberi sia necessario proteggerci dal nemico, senza chiederci se questi sia davvero colui verso cui viene indirizzato il dito o chi, invece, quel dito lo sta puntando.

La voce principale, quella che manipola, quella che chiama figli miei coloro che vengono sfruttati dirigendone paure e odio. Lui domanda, loro rispondono, in un mantra indottrinante e l’unica volta che non domanda è quella in cui suggerisce, in cui istiga, in cui ricorda che loro hanno qualcosa e il semplice avere qualcosa genera invidia e va difeso da chi non ha nulla.

Ma quel qualcosa è il muro. Quel qualcosa è il lavoro sul muro, costantemente costruito per difendere da una paura creata per costruire il muro stesso, in un circolo infinito che è lo scopo del manipolatore. La guerra non finisce mai perché non fa comodo che finisca. Non fa comodo al vero nemico.

Ero meno che adolescente quando il muro più terribile e famigerato cadde. La scorsa ero vicino ai suoi resti e alle memorie ad esso legate. Oggi, a trent’anni di distanza, ci risiamo.

Di nuovo muri.

Di nuovo l’illusione di proteggerci.

Di nuovo il nemico nel diverso.

Potete ascoltarla cliccando qui sotto o, quando vorrete, in radioblog.

Per ricordarci che chiunque proponga il muro, un qualunque muro, è il vero nemico. Sempre.

[HADES]
Perché costruiamo il muro, figli miei, figli miei?
Perché costruiamo il muro?

[INSIEME]
Perché costruiamo il muro?
Costruiamo il muro per restare liberi
Ecco perché costruiamo il muro
Costruiamo il muro per restare liberi

[HADES]
Come può il muro tenerci liberi, figlie miei, figli miei?
Come può il muro tenerci liberi?

[INSIEME]
Come può il muro tenerci liberi?
Il muro tiene fuori il nemico
E noi costruiamo il muro per restare liberi
Ecco perché costruiamo il muro
Costruiamo il muro per restare liberi

[HADES]
Chi chiamiamo “nemico”, figli miei, figli miei?
Chi chiamiamo “nemico”?

[INSIEME]
Chi chiamiamo “nemico”?
Il nemico è la povertà
E il muro tiene fuori il nemico
E noi costruiamo il muro per restare liberi
Ecco perché costruiamo il muro
Costruiamo il muro per restare liberi

[HADES]
Perché noi abbiamo e loro no, figli miei, figli miei.
Perché noi abbiamo e loro no.

[INSIEME]
Perché noi abbiamo e loro no
Perché loro vogliamo quel che abbiamo
Il nemico è la povertà
E il muro tiene fuori il nemico
E noi costruiamo il muro per restare liberi
Ecco perché costruiamo il muro
Costruiamo il muro per restare liberi

[HADES]
Cos’abbiamo che possano volere, figli miei, figli miei?
Cos’abbiamo che possano volere?

[INSIEME]
Cos’abbiamo che possano volere?
Abbiamo il muro su cui lavorare
Abbiamo lavoro e loro no
E il nostro lavoro non finisce mai
Figli miei, figli miei
E la guerra non si vince mai
Il nemico è la povertà
E il muro tiene fuori il nemico
E noi costruiamo il muro per restare liberi
Ecco perché costruiamo il muro
Costruiamo il muro per restare liberi