C’era un’idea (aka Chi si risente)

Inutile trovare scuse. O meglio, non è che siano scuse, si tratta di una marea di motivazioni valide per cui in periodi come questo non riesco a scrivere granché qui sopra.

Sommiamo al lavoro vero e proprio quello necessario all’editing del romanzo, la scrittura per SerialFreaks, il tempo necessario al rewatch dei film Marvel in attesa di EndGame, i dinosauri da allevare (don’t ask) e la necessità periodica di dormire e avere una finta vita sociale e il tempo rimanente è veramente poco.

Però ci sono cose che si muovono e mi piace condividerlo qui sopra prima di tutto.

Qualche tempo fa io e Giuseppe, della redazione, abbiamo inizio a coltivare un’idea e ad alimentarla finché non è diventata qualcosa di reale e che, ora, sta prendendo vita.

Si tratta di un podcast. Un podcast nerd, per la precisione. Un podcast nerd creato con l’intento di portare a più persone le chiacchiere, i pensieri, le cazzate che possono passare per la testa di due (ma in realtà saranno sempre di più) appassionati.

Sì, praticamente ci siamo detti “perché parlarne solo tra di noi quando possiamo rompere le scatole a molta più gente?”. E la risposta è questa.

Si tratterà di episodi monotematici quindicinali che andranno in onda su tutte le piattaforme (a partire da Spreaker per continuare su Spotify, Google Podcast e ovviamente Apple Podcast, oltre che qui sopra e sul sito di SerialFreaks). Se riusciremo ci sarà almeno un ospite per ogni episodio, in linea di massima appassionato o professionista su quell’argomento specifico.

Si parte intorno al 28 con un episodio legato a Avengers Endgame e proseguiremo poi con una marea di argomenti, dal Signore degli Anelli a Star Wars, da Doctor Who a Buffy passando per Supernatural e Battlestar Galactica, senza dimentica Westworld.

Si parlerà di film, telefilm, fumetti, libri, giochi e qualunque media rientri nella definizione di nerdismo.

Sostanzialmente parleremo delle nostre passioni e lo faremo per e con persone altrettanto appassionate.

Qui trovate il primo episodio e a destra ci sarà sempre a disposizione un player per ascoltarlo, ma se preferite potreste iscrivervi su Google Podcast, Spotify e, tra qualche giorno, Apple Podcast.

Il nome? Polo Nerd.

Speriamo vi divertiate ad ascoltarci come noi a farlo.

(E sì, ho già procurato un microfono migliore e so già che dovrà ripetere MOLTO meno la parola “assolutamente”)

Edit:
Per chi volesse, ci si può anche iscrivere su Apple Podcast e Spotify:

https://podcasts.apple.com/it/podcast/polo-nerd/id1459355481

Serve

Finché ci sarà disparità di trattamento sociale ed economico.

Finché ci sarà chi afferma che il ruolo naturale è in casa.

Finché se non si riproduce è sbagliata.

Finché ci saranno stupri di serie a e di serie b.

Finché il femminicidio sarà “una scusa”.

Finché ci sarà chi userà “troia” come termine dispregiativo.

Finché ci saranno bambole gonfiabili su un palco.

Finché ci saranno gruppi che inneggiano allo stupro.

Finché ci saranno esseri che si sentono minacciati da film con personaggi femminili principali e forti.

Finché ci sarà chi si sente in diritto di valutare la moralità di una donna.

Finché si sentirà dire “chissà com’era vestita”, “eh, però anche lei, poteva stare attenta”.

Finché ci saranno caramelle al limone.

Finché ci saranno donne più maschiliste di certi uomini.

Finché ci sarà qualcuno che considererà una donna sua proprietà.

Finché esisteranno violenze e soprusi in qualunque parte del mondo solo per motivi cromosomici.

Finché sarà necessario spiegare perché serve.

Finché immagini scattate a distanza di decenni hanno ancora la stessa valenza.

Fino a quel giorno, Serve.

Serve eccome.

Oggi, domani, dopodomani.

Serve.

Non basta, ma serve.

E poi arrivò Carol

Il film di Captain Marvel ha vissuto uno strano percorso legato all’hype, a partire dall’annuncio fino ad arrivare agli ultimi giorni.

Quando ne fu data notizia, il clamore maggiore fu dovuto al fatto che Carol Danvers ha raggiunto il gotha dei personaggi marvel soltanto negli ultimi anni/decenni fumettistici: possono sembrare molti, ma se consideriamo che buona parte dei personaggi portati sullo schermo sono in giro dagli anni ’60, possiamo comprendere quanto in realtà sia significativo: giusto per i Guardiani della Galassia era accaduto qualcosa di simile e, infatti, l’hype arrivò solo dopo i primi trailer dando loro lo spazio enorme che meritavano.

Nel caso di Carol la questione era, però, ancora più delicata, considerando l’ovvio aspetto del sesso del personaggio, che rende il suo film il primo Marvel con protagonista assoluta una supereroina. E non solo una supereroina qualunque, stiamo parlando di qualcuno con poteri superiori a quelli di ogni eroe finora comparso nel Marvel Cinematic Universe. Non c’è bisogno di sottolineare l’importanza simbolica della scelta di portarla sullo schermo, anche e soprattutto dopo il successo di quel Wonder Woman della Distinta Concorrenza il cui pregio maggiore stava nel perfetto casting della protagonista.

Nonostante Carol non sia sempre stata Capitan Marvel e, anzi, il suo ruolo originario sia stato di spalla femminile del Capitan Marvel originale, a livello fumettistico il suo personaggio non è mai stato troppo comodo negli stereotipi femminili dell’epoca, covando in sé le promesse di ciò che sarebbe poi potuta diventare. Negli anni è stata Miss Marvel, è sparita dalla circolazione (mentre una nuova Capitan Marvel, Monica Rambeau – ricordate questo nome quando andate a vedere il film, veniva creata sulla pagine dell’Uomo Ragno per non perdere i diritti sul nome), ha perso memoria e poteri per mano di Rogue degli X-Men, ha conquistato un potere ancora superiore diventando un essere di nome Binary, è tornata sulla Terra con l’identità di Warbird (e alcuni problemi di alcolismo) ed è infine assurta al titolo che la attendeva da troppo tempo, con un costume finalmente adatto al ruolo e al personaggio.

Insomma, come troppe volte accade, anche fumettisticamente il personaggio più potente, in quanto donna, ha dovuto faticare parecchio di più delle sue controparti prima di vedere riconosciuti i propri meriti.

E arriviamo quindi al film. Capitan Marvel arriva nel momento più delicato per il MCU. La fase 3 si sta concludendo, siamo tutti a pezzi dopo Infinity War e, soprattutto, sappiamo bene che i nomi che abbiamo amato fino a qui raggiungeranno il capolinea con Endgame. Il compito di Capitan Marvel, quindi, era molteplice: inserire Carol nella continuity dell’MCU, spiegarne l’assenza durante i film precedenti e dare il pubblico un nuovo personaggio da amare che non fosse una scopiazzatura dei predecessori e introducesse novità e freschezza per la fase 4. Il tutto mettendo insieme un film che fosse all’altezza dei precedenti e che preparasse adeguatamente a Endgame. Un po’ quello che già ha fatto Black Panther, per capirci.

Ci è riuscito? In breve, assolutamente sì.

Per quanto sia ben lontano dall’essere un film perfetto e presenti alcuni difetti di ritmo soprattutto nella parte iniziale, questi si fanno perdonare facilmente. Anzitutto perché Brie Larson è Carol Danvers così come Robert Downey Jr. è Tony Stark o Chris Evans è Capitan America, ma soprattutto perché c’era bisogno di un personaggio del genere. È vero, avevamo già avuto la Vedova Nera come bad-ass e Scarlet come personaggio estremamente potente, ma si tratta di comprimari che – pur ben delineati – ancora devono ricevere il proprio spazio (e lo avranno, dato che la prima avrà un film e la seconda una serie tv). Carol, inoltre, è qualcosa di diverso ancora: non è una spia addestrata per essere tale come Natasha e non è una giovane cresciuta nella sofferenza come Wanda. È una donna forte, sana, cresciuta in un modo ostile al suo sesso e col carattere adeguato per non rimanere mai a terra, che sa abbracciare il suo potenziale in modo spontaneo e travolgente.

Un personaggio, insomma, che giusto sfigati maschilisti possono non apprezzare, gli stessi che hanno iniziato a proporre il boicottaggio del film prima ancora che uscisse perché colpevole di minacciare le loro tremolanti sicurezze (un po’ come accadde con Rei in Star Wars).

Ma, dicevo, il film sa farsi perdonare creando una retrocontinuiy quasi perfetta, riportandoci Fury in una chiave nuova (che può piacere o meno, ma che io ho apprezzato parecchio) e fungendo da anello perfetto nell’attesa di Endgame, sotto vari punti di vista, nessuno dei quali svelerò qui.

Questo è un altro pregio di ciò che gravità intorno al film: non se ne sa realmente quasi nulla, perché i trailer hanno coperto sì e no la prima mezz’ora dei 120 minuti che lo compongono. Una scelta ideale che ha permesso a chiunque era in sala di godersi le non poche sorprese narrative. E poi c’è Goose. E Goose da solo dovrebbe bastarvi.

Ribadisco, non è un film perfetto: è un film di genere che va a inserirsi in una saga composta da altri 20 titoli, ma lo fa trovando una propria identità e regalandoci un personaggio che (non è uno spoiler, si sa da sempre) sarà meraviglioso poter rivedere in Endgame e vederlo interagire con chi ci ha condotto fin qui, prendendone in mano le consegne.

Qui sopra parlavo di Wonder Woman. Quando uscì il film Warner rimasi estremamente tiepido: per quanto fossi felice che ci fosse finalmente un film di supereroi con un personaggio femminile protagonista e forte, trovai il film in sé piuttosto mediocre. Mi sembrava ci si stesse accontentando nonostante, ripeto, l’importanza simbolica che aveva e che era giusto avesse.

Capitan Marvel va oltre e ci regala quello che dev’essere un film del genere. Non raggiunge l’innovazione di un Black Panther, ma ci ricorda perché la Marvel è ciò che è.

C’è un nuovo Capitano. Ed è una Meraviglia.

Ciao, piccola

E anche tu ci hai lasciato. A modo tuo, da gatta testarda fino all’ultimo, con lo stile che hai sempre avuto. Ma te ne sei andata.

Sedici anni. Un’età notevole per un gatto, ma sempre pochi, troppo pochi. Sedici anni che la tua mamma ha vissuto con te. Poco meno di sei per me, ma per me sei stata mia tanto quanto. Non ci siamo amati subito. O meglio, tu hai deciso che avrei dovuto sudare per entrare nelle tue grazie.

Il primo giorno che ti ho vista ti sei presa un pezzettino di me come ricordo e da allora ogni tanto decidevi di fare un richiamino. Una delle cose che racconto più spesso è di quando stavo lavorando al mio portatile, tu saltasti sul tavolo, mi guardasti e soffiasti come un cobra.

Eppure sapevo di essere un privilegiato, anche allora. Era il tuo filtro, perché tu non concedevi le tue attenzioni di sicuro a chiunque. Infine hai deciso che ero degno. Degno di venirti a sdraiare sulle mie gambe appena mi mettevo sul divano. Degno di nutrirti quando avevi fame. Di sopportarmi (a malapena) quando ero a letto al tuo posto.

E io ho imparato ad amarti. Come fossi stata mia da sempre. Come se ti avessi avuto da cucciola. Quando Stitch se n’è andato tu sei stata la mia consolazione prima di ogni altra cosa. Il tuo venirmi in braccio è stato il calore di cui avevo bisogno. Anche quando sono arrivati loro tre, che anche oggi non lo fanno. Ora non ho più nessuno che mi venga in braccio.

Non ho più occhi azzurri da ammirare.

Scrivo e piango. Così come ho pianto tante volte in questi giorni, sapendo che mancava poco. Te ne sei andata alla stessa ora di Rooney. Te ne sei andata stanotte in un giorno così particolare.

Probabilmente non significa un cazzo, magari significa tutto, non lo so. So solo che per quanto lo sapessimo, per quanto fossimo preparati, per quanto tu abbia scelto il modo migliore (se esiste) per salutarci, non fa meno male. Eravamo preparati, ma non pronti. Mai pronti. Non si è pronti a salutare una parte del tuo cuore.

Io so solo che ora non troveremo più Pippo in giro, portato a spasso da te a farti compagnia. So solo che non ci sarà più da capire cosa vuoi mangiare un giorno piuttosto che l’altro. So solo che non ti avrò più in braccio, scocciata se mi sposto o se le gambe non sono messe bene per stare comoda. So solo che non ti vedrò giocare dietro un filo come se fossi una cucciola. Che non avremo più le tue testate che dicono “ti voglio tanto bene”. Che non sarai sul tavolo mentre facciamo colazione. Che non verrai a cercare da bere nei nostri bicchieri. Che non entrerò più in casa trovandoti sul tappeto a rotolarti, pronta a fare un agguato o a farti coccolare a seconda di come ti gira. Che non farai più il tuo giro sullo zerbino a farti le unghie quando torniamo a casa. Che non mi verrai più a cercare quando andrò via. Che non ti sdraierai più sui libri della tua mamma.

E fa schifo.

Fa schifo e basta.

Ti chiamavo piccola pazza psicopatica assassina. Ma eri la nostra piccola pazza psicopatica assassina. La verità era che tu, il tuo amore, lo davi a pochi e conquistarlo è stato uno dei doni più grandi per me.

Ti abbiamo sempre ritenuto la più piccola e fragile e invece ti sei dimostrata la più forte e testarda.

Ti ho voluto bene, Pucca. Più di quanto pensassi possibile. E la tua mamma ti ha adorato, così come tu hai adorato lei.

Non ti dico che ora potrai giocare con Rooney, Stitch e Zen, perché non saresti tu. Ti immagino arrivare da loro, guardarli con sdegno, tirare una soffiata e poi trovarti un posto comodo e caldo dove dormire, in attesa della prossima pappa. Che rifiuterai finché non ti verrà dato quello che desideri oggi. Spero il servizio sia buono, dove sei.

Ciao, piccola.

Grazie.

Grazie di tutto.

E scusami se non sono capace di scrivere tutto ciò che sei stata. Non sono bravo abbastanza. Non per descriverti. Non per spiegare quanto ci hai dato.

Ciao, piccola.

Ti vogliamo bene.

Ieri e oggi

Giro di boa. Si dice di quando si arriva a metà di un qualcosa e ci si appresta a tornare.

Molte volte si sa che un certo momento o evento sono il fatidico giro, certe volte no. Lo si scopre dopo. O semplicemente non si pensa che quello un giorno, a posteriori, lo si vedrà come tale.

Tipo il 18 settembre del 1996. Quella notte sapevo soltanto che la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Sapevo solo quanto male faceva. Quasi nient’altro.

Non pensavo, quel giorno, che quello era stato l’ultimo giorno della mia vita in cui mia madre era presente e che da quel momento ci sarebbero stati solo giorni senza. Prima e dopo. C’è sempre un prima e un dopo.

Il fatto è che per molti e nel sentire comune (tanto comune che non ci si pensa, a dire il vero) il prima dura sempre più del dopo. Chi perde un genitore, a meno che avvenga quando si è giovani, avrà comunque potenzialmente vissuto una maggior parte della sua esistenza avendolo in vita che altrimenti. Non ci si pensa, ribadisco, ma è così. Per molti. Non per tutti, lo so, ma per molti.

Ecco, io da oggi non sono più in quei molti. Oggi e da oggi avrò vissuto più giorni senza mia madre nella mia vita che avendola. Da oggi, per definizione, la mia normalità non è più l’averla avuta, ma il non averla.

Per definizione.

So che può sembrare strano fare questo calcolo, ma per me no. Per me che ricordo date, ricorrenze, eventi, è la normalità, per quanto assurda possa sembrare.

E una parte di me ne ha bisogno, per non permettermi comunque di dimenticare. Perché si può ripetersi in eterno che non dimenticheremo nulla, ma non è vero. Certo, tutto può rimanere latente in noi, ma i ricordi più vecchi? Quelli si affievoliscono. Diventano le loro ombre. Fotogrammi di film senza i momenti prima e quelli dopo. Istanti non collocabili nel tempo.

A volte mi sforzo ancora di ricordare la sua voce. Mi sembra di riuscirci. Ancora. E il profumo, quello sì, ma io e gli odori ben leghiamo.

Ma da oggi tutto è più lontano.

Fino a ieri ero un uomo che da ragazzo ha perso la madre.

Oggi sono un uomo che una volta ha avuto una madre.

Sottigliezze, diranno molti.

Seghe mentali.

Per me, semplicemente, la mia vita.