Noir

Il nome di Christopher Moore non può che essere associato, lo dico sempre, a quel gioiello che è Lamb, ovvero Il Vangelo secondo Biff, che rimarrà in eterno la sua opera ineguagliabile. Ciò non toglie che Moore, in anni di produzione, non si è mai fatto mancare alcun genere di partenza da rielaborare nel suo stile e col suo umorismo.

Se, quindi, agli esordi della sua carriera avevamo avuto possessioni demoniache o lucertole giganti, negli anni ci si è spostati verso vampiri, delegati della morte, opere shakespeariane e pittori impressionisti. Ogni volta il risultato è stato non uno scimmiottamento né un’opera superficiale, bensì una vera e propria rilettura: un acquisire gli stili, le caratteristiche, le informazioni (impressionante, ad esempio, la ricerca fatta per Sacre Bleu) per poi digerirli e mutarli in qualcosa di nuovo, più personale.

Mancava all’appello il genere Noir e, ovviamente, il buon Chris non se l’è fatto mancare. Come dice nella postfazione, però, se il romanzo nasceva come un certo tipo di sottogenere, poi ha preso vita propria e si è evoluto in qualcosa di diverso a cui il titolo si adatta forse meno, ma senza davvero tradirlo. Diciamo che si è creato un nuovo sottogenere, il Noir Mooriano.

Del Noir vengono riprese ambientazioni, linguaggio (con tanto di trigger warning all’inizio), cliché: poi se ne tiene un 20% e il resto si butta nel cesso per creare una storia divertente e avvincente in cui l’autore riesce a miscelare una nascente storia d’amore, il periodo post-bellico, serpenti velenosi, Chinatown, i locali di donne travestite da uomini e Roswell. Sì, quella dell’Ufo Crash, per intenderci.

Se fossimo davanti a un altro autore il risultato sarebbe un minestrone illeggibile e irritante. Con Moore abbiamo un piccolo gioiello che scorre con piacere e porta in vita personaggi che, pur partendo da stereotipi, sono tutto fuorché prevedibili.

Il lavoro sui personaggi è qualcosa che, negli anni, è cresciuto molto in Moore: i dialoghi, gli atteggiamenti, l’ironia portano a dare vita a protagonisti che sentiamo vivi. Si ride, certo, e magari non tanto come in Biff o in Fool, ma quello che colpisce è l’anima che ne esce. Ci sono paragrafi di perfetta descrizione di sentimenti o gesti in cui, con poche parole, viene trasmesso al lettore uno stato emotivo ben preciso e sfumato così come l’esatta rappresentazione visiva della reazione di un personaggio, una capacità che gli invidio fortemente.

Sammy e Stilton non partivano, forse, come i personaggi potenzialmente più interessanti mai immaginati, ma si termina il romanzo dispiaciuti dal salutarli . E con una gran voglia di panino col polpettone.

Into the cinder (aka Masterclass: fonti di ispirazione e nuovi approcci)

Terza lezione, stavolta legata alle fonti di ispirazione e all’approcciarsi a qualcosa di conosciuto da una nuova angolazione. Uno dei compiti assegnati (gli altri sono metodologici, non strettamente di produzione) è il seguente.

Scegli una storia folkoristica o una favola che conosci bene. Scegli uno dei personaggi della storia per l’esercizio e scrivine, usando uno dei seguenti spunti:

  • Fingi di essere un terapista che sta seguendo il personaggio. Scrivi una scena in cui ne discuti vita e problemi e giungi a una diagnosi
  • Scrivi un articolo di giornale descrivendone gli eventi, incluso il titolo, cercando di utilizzare un punto di visto obiettivo
  • Fai sì che il tuo personaggio spieghi le proprie azioni a una giuria.

Ecco, quindi, il risultato di questo esercizio. Non so se sia decente, di sicuro mi sono divertito a scriverlo.


Finalmente svelati i dettagli dell’operazione Into the cinder. Intervista esclusiva con la ragazza liberata.

Ha fatto scalpore la notizia di qualche giorno fa di una giovane schiavizzata per anni e liberata dai propri aguzzini, un’importante famiglia criminale, al termine di un’operazione che le forze dell’ordine hanno battezzato Into the cinder. Il Fairy Post aveva da subito sottolineato come le informazioni trapelate fossero frammentarie e più adatte ad alimentare leggende e fake news che a informare il pubblico, così – com’è nella tradizione del nostro giornale – non ci siamo arresi e tramite i nostri contatti e dopo aver accettato clausole a garanzia dell’anonimato per le quali il nostro editore sta ancora valutando se licenziarci, siamo riusciti a ottenere un’intervista esclusiva con la protagonista della vicenda, che per le suddette clausole chiameremo semplicemente C. Non aggiungeremo nulla alle sue parole, ma speriamo che servano a chiarire ove possibile tutti i dubbi e le curiosità di chi non vuole fermarsi ai sentito dire.

C. sembra molto più anziana rispetto a quanto ci saremmo aspettati dalle foto circolate. Indossa un paio di jeans scoloriti, una maglia di un colorito  personaggio dei fumetti che ci dicono chiamarsi Harley Quinn e un giubbino di tessuto e colore indefinito che non si toglierà mai durante l’intera intervista. Nelle foto aveva i capelli lunghi, ma li ha tagliati cortissimi di recente rendendola quasi irriconoscibile. Lo sguardo è attento e ogni volta che a chi scrive è capitato di guardarla negli occhi è stato lui il primo ad abbassarlo. 

Grazie di aver acconsentito a questa intervista, C.
Sì, beh, non è che abbia avuto molta scelta, vero?Ammetto che siamo stati piuttosto insistenti, ma era importante per noi che si facesse luce su una vicenda così misteriosa, così da zittire voci e leggende.
Tipo i topi parlanti?
O la magia.
Ride per la prima volta da quando si è seduta e sembra rilassarsi per un istante (NdA)
Mi stupisce ancora che la gente preferisca raccontarsi certe cazzate piuttosto che accettare la verità. Non mi interessava fare questa intervista perché penso non serva a nulla. La gente crede quello che vuole, anche se gli urli in faccia che le cose stanno diversamente. Credimi, ormai lo so bene.
Parliamo dall’inizio, vuoi? Confermi ciò che ci è stato detto? Che in realtà sei un agente in incognito rimasto sotto copertura per tutti questi anni?
Se essere arruolata a sedici anni fa di me un agente in incognito, allora sì, è tutto vero.
Sedici anni?
C’è un programma di prereclutamento di ******** (redatto per motivi di sicurezza NdA). Era nato con l’idea di contrastare bullismo o peggio nelle scuole e in ogni ambiente in cui chiunque sopra i venticinque anni desterebbe sfiducia. Io sono entrata quando avevo tredici anni.
Una scelta precoce
Genitori morti. Nessun parente. Era quello oppure qualche casa famiglia in attesa di un’adozione. Ho preferito quello. Ironico, a pensarci ora.
Ti riferisci a Into the Cinder, immagino.
Non sapevo neanche si chiamasse così, quando me l’hanno proposto, ma sì.
Continua, per favore
Un’indagine aveva rivelato un traffico di giovani, soprattutto ragazze. Si parlava di rapimenti, ma anche di compravendita da parte degli stessi genitori in ambienti così poveri che vendere un figlio rappresenta una scelta ragionevole per sopravvivere.
Non riesco neanche a immaginarlo.
Non riesci o non vuoi?
Comunque, un detective che aveva a preso a cuore il caso era riuscito a raccogliere abbastanza informazioni e contatti. A organizzare un incontro in cui avrebbe dovuto portare a termine la trattativa per vendere sua figlia a una famiglia del giro, una famiglia molto ricca. Mi proposero di interpretare quel ruolo e accettai: ero la migliore del mio corso e l’idea di rendermi utile per qualcosa di così importante era allettante.
Anche estremamente pericoloso, però
Sì, ma in teoria eravamo coperti. S. – il detective – avrebbe recuperato le informazioni necessarie a incastrare quella gente e il nostro backup sarebbe intervenuto a salvarci.
Ma non è andata così
(Fa un cenno di diniego lento – NdA)
Sembra che i contatti di S. fossero nulla in confronto a quelli della famiglia Badmother. Ci trovammo in una trappola. L’intero backup fu sterminato, S. morì cercando di aiutarmi a fuggire e io fui tenuta come risarcimento e trofeo. Barbara Badmother non ha mai amato sprecare risorse.
Da quel giorno si è persa ogni traccia di te
La rete di questa gente è capillare. Se non vogliono che si sappia dove sono e con chi sono, stai certo che è quasi impossibile scoprirlo. E ovviamente la ******* non poteva far trapelare di aver messo in pericolo una minorenne con quei risultati.
Cos’hai fatto in tutti questi anni?
Ero la schiava personale di Barbara Badmother, che tra le famiglie era sempre chiamata solo Mamma. Faceva di me ciò che le andava, incluso prestarmi a chiunque passasse da lì. Le sue tre luogotenenti si divertivano a torturarmi fisicamente ed emotivamente. Per non parlare degli uomini che capitavano da quelle parti.
Perché non ti ha uccisa, te lo sei mai chiesto? Tenerti era un rischio, in fondo.
Tenermi era una medaglia, per lei. Mostrava alle altre famiglie quanto fosse potente, tanto da permettersi una piedipiatti come animale domestico.
E tu non hai mai pensato di toglierti la vita?
Ogni giorno. Toglierle il giocattolo sarebbe stato il peggiore sgarbo possibile. Ma non ho mai smesso di sperare di vederla pagare un giorno per ciò che aveva fatto a me e a S.
Facciamo un salto in avanti, vuoi? Come sei stata liberata?
******* non ha mai davvero interrotto le indagini, devo dar loro merito, ma i contatti originali erano bruciati e ci sono voluti anni perché si trovasse una nuova traccia. Hanno agito più a fondo, stavolta, iniziando a far girare voce che un’intera nuova famiglia fosse nel giro e stesse acquisendo potere. Un giorno vidi Mamma con una foto di uno dei membri di questa sedicente famiglia. Dovetti trattenermi dall’urlare: erano passati anni, ma riconobbi subito il volto del Principe.
Il Principe?
(Ride, più alla mia espressione che altro – NdA)
Un mio compagno di corso. Lo prendevamo in giro perché aveva un viso da principino delle fiabe: in tutta risposta tendeva a bestemmiare come uno scaricatore di porto costretto a lavorare senza paga. Il contrasto era esilarante.
Quindi vedendo quella foto hai capito che la nuova famiglia era in realtà una nuova missione di ******
Esatto. E quando scoprii che stavano organizzando una festa privata per tutte le famiglie compresi che dovevo andare e farmi riconoscere. Mamma non mi avrebbe mai portata. Le piaceva sfoggiarmi in privato, ma gli affari erano affari. La sua sarta personale, che non sapeva chi davvero fossi, mi aveva presa in simpatia da tempo: le dissi che desideravo tanto andare a quella festa, le feci credere che fosse per ampliare le mie conoscenze tra le famiglie. Mi aiutò sia a vestirmi per l’occasione che a trovare un mezzo per arrivare, raccomandandosi di tornare prima di Mamma, altrimenti sarebbero stati guai grossi.
Perché non hai usato lo stesso modo per metterti in salvo?
Perché mi divertivo a essere schiavizzata, cosa credi?
Perdonami, non volevo mettere in discussione le tue scelte e ciò che hai vissuto. Do solo voce a una domanda che chi legge potrebbe farsi.
Chi legge dovrebbe vivere le cose prima di farsi domande idiote. Comunque, non avrei potuto farlo in altre occasioni: quell’evento era enorme, si svolgeva sotto controllo delle famiglie ed era legittimo che fossi interessata. La sarta credeva fossi figlia, biologica o meno, di Mamma e quindi era convinta si trattasse di uno scrupolo di una genitrice un po’ tirannica il non farmi partecipare.
Hai rischiato grosso
Ho pensato fosse l’unica occasione. L’ultima. Senza entrare nel dettaglio, sono riuscita a non farmi vedere da Mamma e ad avvicinarmi al Principe, che si stava spacciando per uno dei figli e luogotenenti del nuovo boss. A differenza mia, ha impiegato un po’ a riconoscermi e quando ha capito chi fossi voleva procedere con la mia estrazione immediatamente. Mi sono rifiutata.
Rifiutata? Perché?
Se mi avessero portato via in quel momento, Mamma e le sue luogotenenti sarebbero probabilmente fuggite e si sarebbero dileguate. Volevo pagassero e, per farlo, dovevano arrestarle a guardia abbassata. Dovevo tornare e dovevano rintracciarmi dopo. Non avevamo molti modi, per cui prima che scappassi via mi ha dato un cellulare che aveva in dotazione per rintracciarmi in seguito. Il resto è abbastanza noto.
Raccontacelo comunque, per completezza.
Come vuoi. Il responsabile dell’indagine, che era lo stesso che aveva organizzato la mia missione, ha voluto muoversi con attenzione. Mentre definivano la mia posizione organizzavano incontri di facciata con le varie famiglie, così da non insospettire i Badmother. Finché non sono arrivati da Mamma e l’hanno arrestata assieme alle tre luogotenenti.
Una storia incredibile. Se la vedessi in un film penserei che è troppo assurda per essere vera.
Dipende sempre da cosa vuoi credere, no?
Immagino di sì. Proprio per questo avrei ancora un paio di domande. Ovviamente so che non hai controllo sulle voci che girano, ma secondo te com’è nata questa leggenda della scarpa di cristallo?
Questa è semplice. I cellulari e gli altri dispositivi in dotazione a ****** hanno nomi in codice che usiamo in missione. Quel modello è il Crystal Shoe, non chiedermi perché. Qualcuno avrà tradotto letteralmente. Vai a capire.
E invece, su note più leggere, cosa rispondi a chi pensa ci sia del tenero tra te e il Principe?
Che il suo ragazzo non sarebbe affatto contento di saperlo.
C., ti ringrazio ancora per la sincerità e la disponibilità. Prima di salutarci, che progetti hai ora? Lavorerai ancora con *****?
Non so. Forse. O potrei fare l’investigatore di casi irrisolti. Tipo quella ragazza che lavorava per quei sette o otto minatori. Avvelenamento, dicono. A te sembra credibile?




Masterclass: Il momento più triste della tua vita

Qualche giorno fa ho deciso di iscrivermi a un corso di Masterclass.Per chi non lo sapesse, si tratta di corsi video di 15/20 lezioni in media tenuti da personaggi famosi nel proprio campo. Il termine “corso” può suonare strano, dato che il tutto si svolge esclusivamente via video e un minimo supporto di documentazione, ma l’idea è esattamente quella della trasmissione di competenze, anche se non a livello accademico. Il giorno in cui ho scoperto che era stato inserito un corso di scrittura tenuto da Neil Gaiman ho compreso che era giunto il momento di provarci. Quando avrò terminato il percorso mi riserverò di parlarne più in dettaglio, ma questa premessa mi serve per spiegare perché ogni tanto potrebbero comparire post con il tag Masterclass e un titolo più o meno estemporaneo. Alla fine di ogni lezione, infatti, il workbook messo a disposizione propone degli esercizi specificatamente legati all’argomento trattato: il sito mette a disposizione un’area in cui gli studenti possono confrontare tali esercizi, ma essendo la madrelingua inglese sarebbe un problema proporre un testo scritto originariamente in italiano, per cui ho deciso che il mio “palcoscenico” principale sarà questo, con buona pace di chi tra leggerà non avrà interesse particolare al riguardo.

La seconda lezione (dato che la prima è una semplice introduzione) è focalizzata sul dire la verità in ciò che si scrive e nel trasmettere ciò che sono le proprie esperienze reali nella finzione di un racconto. Gli esercizi proposti sono diversi: alcuni riguardano l’eventuale romanzo a cui si sta lavorando (toh, che coincidenza) e mi riserverò di metterli in pratica in quella sede, ma un altro chiede di mettere per iscritto (e poi leggere a qualcuno, cosa che farò) un argomento tra quattro a scelta, non romanzandolo ma parlandone superando la propria soglia di comfort, per andare un po’ oltre rispetto a quando, di solito ci si fermerebbe. I quattro argomenti sono:

  • Un momento in cui sono stato profondamente in imbarazzo
  • Qualcosa che rimpiango di aver fatto
  • Il momento più triste della mia vita
  • Un segreto di cui ho paura di parlare

Ho deciso di parlare del terzo, il che significa che saranno cose di cui ho già parlato, ma vediamo cosa ne viene fuori.


Quando ti trovi a dover raccontare il momento più triste della tua vita non dovresti fare fatica a scegliere. Non dovrebbe essere necessario elencare una serie di eventi che ti sono accaduti e doverli mettere su una bilancia a definire quale, di questi, è davvero il più triste. E quando ti viene da pensare che sia come chiedere a un bambino a chi voglia più bene finisci per dedurre che forse qualcosa, nel tuo passato, poteva andare meglio.

La prima volta che ho davvero affrontato la morte è stata nell’85, quando morì mio zio. Ricordo quei mesi come si può ricordare qualcosa avvenuta oltre trent’anni prima, quando non puoi davvero capire cosa sta succedendo, non sai bene perché una notte sei costretto a dormire a casa di tua zia o perché, qualche mese dopo, non troverai più il tuo gatto a casa perché tua madre non sopportava più di averlo in giro. Sai soltanto che stanno accadendo cose, sai che tuo zio sta per morire, poi che è morto, che tua madre si dispera. E poi piangi quando vedi la bara scendere nel terreno perché tutti intorno a te stanno piangendo e ti rendi conto, forse, che è davvero reale.

Con la morte, da allora, ho avuto a che fare per anni come spauracchio. La malattia di mia madre, l’operazione, la chemioterapia. E, anche se può sembrare slegato ma non lo è neanche per sogno, la sua depressione, quella morte dell’anima che solo chi vive può capire.

Eppure, nonostante tutto, gli spauracchi finiscono per essere tali. Alle paure ci si abitua sempre o quasi. Ci si convive. Si va avanti. Tanto che quando il peggio torna si finisce per non rendersene conto subito. Lo si affronta, un passo alla volta, pensando che non sia davvero quello. Se fosse quello ci sarebbe un annuncio, no? Come in un film. Come in un libro. Invece no. La vita reale non porta annunci, porta eventi, uno dietro l’altro, alcuni che hanno significato e altri no, ma che pian piano portano dove non stai guardando. A prescindere.

Fu così, a ripensarci. Prima una questione di salute diversa. Poi una complicazione. Poi una scoperta. E di nuovo ad affrontare qualcosa di già visto anni prima. Altrove, diverso eppure uguale. Non ho tanti ricordi di fatti di quei giorni. Sono passati più vent’anni, ormai. Ricordo, però, il sentirmi diviso. Avevo ventidue anni, mia madre si era trasferita in campagna per stare alcuni mesi con mio padre, perché era più facile per lui prendersi cura di lei lì. Vivevo da solo per la prima volta nella mia vita nella casa in cui ero cresciuto e dove vivo tuttora. Vivevo da solo e mi piaceva. Vivevo da solo e stavo bene. Sapevo della malattia, sapevo dei rischi, sapevo di tutto. Ma in quei giorni mi resi conto quanto il vivere con lei mi costringesse. Quanto il pensiero che lei potesse tornare a Milano mi angosciasse, perché significava dover tornare a essere chi, ormai lo sapevo, non ero più.

Non successe. Morì prima. E non so quanto sia comprensibile il senso di colpa che provai per mesi sapendo che non volevo tornasse a Milano. Era come se l’universo mi avesse risposto dicendo “non vuoi? beh, allora questo è l’unico modo”. E forse era davvero l’unico modo. Forse quello era il prezzo per essere io. Anche oggi so che se sono quello che sono è anche dovuto al fatto di averla persa. Si può essere così divisi riguardo un momento così orribile? Si può soffrire oggettivamente eppure non sapere se si vorrebbe che le cose fossero diverse perché significherebbe che io sarei diverso, conscio che potrei non piacermi affatto?

La morte di mio padre fu più veloce e imprevista. Più emotivamente violenta, complice anche i difficili rapporti che avevamo. Le due settimane da quando ebbe l’emorragia cerebrale a quando arrivò quella telefonata notturna sono offuscate. Ricordo eventi, ma non giornate. Istanti. Ricordo ciò che mi fece incazzare. Ricordo ciò che mi fece piangere. Ricordo il dovermi dividere, di nuovo, tra la vita di ogni giorno e il dovermi prendere cura di lui. Avete idea di quanto gli ospedali non siano davvero attrezzati se qualcuno ha bisogno costante, soprattutto di notte? Di quanto ci si possa svenare se, avendo un lavoro, c’è bisogno di pagare qualcuno perché vegli la notte? Io non lo sapevo. Ora lo so. Così come so quanto possa far rabbia che esterni ti dicano che devi esserci quando sei costretto tra lo stare accanto a tuo padre oppure lavorare per fatturare e pagare ciò che gli serve. So quanto la mente possa separarsi e quindi essere disperato mentre torni a casa alle 4 del mattino con tuo padre appena morto in ospedale e senti un piacere sadico nel mettere in difficoltà l’agente di polizia colpevole di essere stato fuori luogo non sapendo di esserlo. Ricordo quel piccolo piacere sottile di buttare veleno freddo su qualcun altro. Non me ne vergogno neanche, a dirla tutta. Conosco quella parte di me, quella nessuno vede quando dice che sono buono.

Sono questi i miei giorni più tristi? Sarebbe facile dire di sì, ma non ne sono sicuro. Quando succede sei disperato, ma poi spesso (“spesso”, cazzo. Rendiamoci conto che posso permettermi di scrivere “spesso”) per un po’ sei anestetizzato. In una bolla. Fai quello che devi. Sei vuoto. Piangi, perché il vuoto lo senti. Ma è tutto ovattato. Non lo so se quei momenti siano stati davvero i più tristi. Perché nulla mi leva dalla testa che renderti conto che senza la morte di tua madre non saresti ciò che sei, che sei figlio della sua morte letteralmente è qualcosa che supera in tristezza il dolore iniziale.

E lo stesso lo fa il giorno in cui vorresti chiamare tuo padre per raccontargli della giornata e per un istante ti dimentichi che non puoi più. E devi ricordartelo. E per un po’ finisci per sentirti inequivocabilmente e definitivamente solo.

Fuori dalla comfort zone

Partiamo dall’elefante nella stanza. Io non mi piaccio. Fisicamente, intendo, che per il resto non mi sto troppo sulle palle.

Non mi piaccio praticamente da sempre o quanto meno da quando questa caratteristica ha iniziato a far parte nei miei pensieri. La causa, banale e semplice, è che quando ti ripetono per anni e oltre che sei grasso, che fai schifo, che non puoi piacere a nessuno e tante altre cosine del genere finisci per pensare che forse hanno ragione. Finisci per guardarti allo specchio e starti sulle palle.

Che uno potrebbe pensare che negli anni passi, ma spesso e volentieri negli anni, nei decenni, impari semplicemente che ci sono altre cose che contano di più, altre cose che ti caratterizzano, che ti rendono chi sei, che ti danno valore (maggior valore, oserei dire) e che impari a coltivare, conoscere, arricchire.

Così, se sei fortunato (e io lo sono abbastanza, chiariamolo) inizi a viverti nel tuo complesso, tra pregi e difetti, punti di forza e debolezza. A trovare un tuo equilibrio. Ma rimane il fatto che se ti concentri su quel particolare punto, non è che le cose siano cambiate molto. Se va bene impari a essere un po’ meno critico. A notare cose che ti piacciono di te e cose che continuano a non essere di tuo gradimento. Addirittura a concederti di trovare capi d’abbigliamento che senti tuoi. A scoprire che ti piace decisamente di più con la barba. Cose del genere.

Ma non vai oltre, o almeno io non sono mai andato oltre. Se faccio un selfie mi sento ridicolo e in imbarazzo e finisco per fare facce da pirla. Se scatto foto con Miss Sauron meno, ma comunque capita. Se mi scatta foto lei spesso e volentieri sono talmente in imbarazzo da non sapere dove guardare, figuriamoci sorridere spontaneamente.

Per non parlare di quando Miss Sauron (o molto più raramente qualcun altro) mi fa complimenti per il mio aspetto fisico, per come sto con un certo abbigliamento o simili: la maggior parte delle volte faccio una battuta per sminuire e negare possa essere vero (con sua comprensibile incazzatura), altre cerco di farlo ripetere perché mi suona strano e penso di aver capito male.

Non scrivo tutto questo per suscitare chissà quale empatia o dispiacere, solo per contestualizzare.

Questo mio non piacermi, pur ormai difficilmente eliminabile, è un peso che non amo e che sempre più spesso cerco di combattere.

Qualche mese fa, Chiara Malaspina, una bravissima fotografa che seguo da tempo su Instagram, ha lanciato l’idea di un progetto (che si chiamerà (k)now) nel quale si propone di ritrarre persone mai incontrate dopo aver scambiato quattro chiacchiere dal vivo e cercare di restituire quella sua prima impressione.

Il farsi vedere. Farsi ritrarre. Vedersi con occhi altrui. Un potenziale incubo per chi non si piace come me. Eppure.

Eppure il pensiero mi è entrato subito in testa, complici anche alcune foto che una fotografa nostra amica ha scattato diversi mesi fa a Miss Sauron, con risultati veramente splendidi. Invece, quindi, di chiedermi “perché dovrei?” mi sono chiesto “perché non dovrei?”.

E la risposta è stata “non c’è motivo per cui non dovrei”.

L’unico motivo per cui avrei potuto decidere di non farlo sarebbe stato rimanere in quella comfort zone che per anni mi ha protetto, ma che al contempo mi ha impedito veramente di fare pace con me stesso.

Così mi sono proposto e due settimane fa ero nel suo studio, curioso più che preoccupato. Abbiamo chiacchierato un po’, parlato di gatti e clienti e poi siamo passati al servizio.

E mi sono divertito! Ha fatto non so quanti scatti, da varie angolazioni e con varie luci, si è complimentata per gli occhiali puliti (lunga storia), abbiamo scambiato battute, il tempo è volato via.

Ero me stesso, più di quanto avrei creduto possibile in una situazione del genere in cui io ero al centro dell’attenzione senza altro da fare se non essere ritratto.

Qualche giorno fa mi ha mandato una delle foto e nei prossimi giorni dovrebbe mandarmene un’altra.

E mi piace.

Non è una frase da poco, sono poche le foto che guardo in cui mi piaccio sul serio, quasi nessuna presa con me in posa, spesso rubate da Miss Sauron in qualche momento in cui ero distratto o guardavo da un’altra parte o riusciva a tenermi buono.

Ma oltre al piacermi, vedere quella foto è vedermi come una persona, dotata di un occhio professionale ma anche di naturale sensibilità, può fare. È scoprire che se si vuole guardare davvero, ciò che sono (non tutto, mai tutto, ma comunque qualcosa di importante) si vede. Nell’espressione. Negli occhi. Se si vuole c’è.

C’è chi guardandola mi ha detto che si vede chi sono. La mia anima. C’è chi dice che io sono molto di più (ed è giusto così, che se una sola foto bastasse a raccontarci ci sarebbe poco da raccontare). Io dico che in quella foto io ci sono. E mi piace. E mi piaccio (ed è strano anche solo scriverlo).

E questo, anche solo questo, è un motivo sufficiente per esser felice di essere uscito da quella comfort zone. E lo scrivo qui perché è necessario ricordarmelo. E forse, solo forse, perché magari servirà anche a qualcun altro.

Anche se non vi piacete, permettetevi di guardarvi davvero, ogni tanto. Potrebbe essere che prima o poi arrivi una bella sorpresa.

(foto di Chiara Malaspina – https://chiaramalaspina.com/)

Un anno dopo

Il 22 gennaio 2018 entrarono in casa tre nuovi ospiti. Una parte di me era entusiasta all’idea, un’altra aveva paura: paura che fosse troppo presto, paura che non andassero d’accordo, paura di non poter dar loro ciò che meritavano per il continuo confronto con la mancanza di Stitch.

Quel primo giorno Sheppard passò diverse ore nel trasportino e poi, uscito, decise che il suo luogo preferito era il davanzale della finestra o il mobile in studio: ovunque, bastava non essere disturbato.

Sissi e Sasha erano ancora nuove al mondo. Avevano cinque mesi, facevano solo danni, correvano ovunque, si ribaltavano o crollavano dal sonno. A loro, dei malumori di Sheppard, importava poco. Bastava giocare.

In quei primi giorni, Sheppard mangiava solo in studio, che con loro non voleva avere granché a che fare, e nel dubbio andava a nascondersi sotto le coperte. Si lasciava accarezzare e fusava anche, ma solo per qualche istante, poi faceva il gesto di mordere. E se arrivava qualcuno mai visto lanciava anche una soffiata, tanto per chiarire che lui era grande, grosso e cattivo e bisognava lasciarlo stare.

Tutte balle.

Sheppard è uno dei gatti più buoni del mondo e, soprattutto, uno dei più fifoni e allora, e ogni tanto ancora oggi se ci sono troppe persone in casa, soffiare era solo un modo di proteggersi. Lo stesso attraverso cui vidi due settimane prima, quando decisi che lui, dal gattile, doveva venire via.

Sono passati 365 giorni. Sheppard è ingrassato di oltre un chilo. Sissi, che prima non sapeva come interagire con lui, ora ha una cotta, come un’adolescente verso il ragazzo più grande. Sasha, che sembrava la meno coccolona, complice l’avvicinamento tra Sheppard e Sissi è quella che cerca di stare più spesso dove sono io.

Nessuno mi viene in braccio spontaneamente. Nessuno mi viene a poppare sui vestiti. Nessuno fa, ancora almeno, ciò che faceva Stitch. Ma Sasha mi cerca, Sissi si fa grattare la pancia e Sheppard, oltre a fare le fusa di un trattore, ora la sera viene ad appoggiarsi a me.

Un anno. Abbiamo imparato a conoscerci e crescere insieme. Ora so che Sheppard non digerisce il pollo (e quanto spavento, finché non ho scoperto cos’era). So che Sissi non sa stare zitta e annuncia sempre la sua presenza con un trillo continuo. So che Sasha è una pazza furibonda che si arrampica ovunque e che mi ha segnato il cartongesso fino a 1,90 di altezza, che salta sulla doccia e poi magari ci si chiude dentro e che ha lottato duramente per arrampicarsi sull’albero di Natale almeno due o tre volte al giorno per due settimane.

La mattina Sheppard salta sul letto perché è ora di mangiare. Sa che se non mi alzo non deve rompere, ma nel dubbio ci prova. Quando mi alzo tutti corrono in cucina. Sasha si sdraia per terra, Sissi si mette da un lato, Sheppard si alza in piedi mentre riempio i piattini con l’umido.

Alle 17, massimo 17.30, mentre sono al pc, mi arriva una testata tutto sommato delicata. Sheppard ha l’orologio biologico ed è ora della pappa serale. Se non mi alzo subito, lui aspetta. Seduto. Guardandomi fisso.

Dopo cena partono invece gli acuti. Sissi e Sasha, nel pieno della disperazione, esigono giocare. Perché sì, loro giocano tra di loro, ma a quell’ora devono giocare con me. Sempre. E sollecitano.

Non c’è che dire, sono stato addestrato bene.

Un anno e ho avuto la conferma di ciò che già sapevo: non c’è limite all’amore che possiamo provare. Non c’è modo di diminuire un sentimento presente o passato provandolo anche per un nuovo destinatario. L’amore non si divide, si moltiplica.

Venerdì scorso la veterinaria è venuta a casa per vaccinarli. Sheppard ha fatto un po’ di resistenza, Sissi e Sasha erano terrorizzate. Nessuno di loro ha soffiato, ringhiato, graffiato e quando è andata via tutto è tornato come al solito. Parlando, le ho detto che sono stato fortunato. Mi ha risposto che il fatto che tutti i miei gatti siano sempre stati buoni non è solo merito di fortuna, ma del fatto che so crescerli nel clima giusto. So trasmettere loro il calore e l’affetto e l’equilibrio di cui hanno bisogno. Penso sia uno dei complimenti più belli che mi abbiano fatto.

Un anno fa li ho presi sperando di salvarli. Due orfanelle con la mamma uccisa e un gattone che aveva paura del mondo. Ed è vero, li ho salvati. Ma la verità è che loro hanno salvato me. Forse più di quanto io abbia salvato loro. E io, di questo, sono profondamente grato.