Storie Di Un Podcast: Il Tredicesimo Dottore (aka Murphy sa essere un bastardo)

Doveva essere un episodio facile. Tre appassionati del Dottore, alcune soluzioni tecniche che sembravano ormai adeguatamente stabili, l’ospite che aveva recuperate cuffie e microfono.

Certo, l’audio non sembrava perfetto, ma registrando a distanza non è mai una discriminante.

Si parte, si inizia a registrare, si prende il ritmo e l’episodio sembra venire proprio bene. Come detto siamo appassionati, amiamo Doctor Who, ci piace parlarne. Vengono fuori anche citazioni relative alle nostre chat in redazione, quando commentavamo i singoli episodi.

Un’ora e un quarto di episodio, alla fine, ma tutti eravamo contenti.

Poi arriva la sciabolata.

“Ah”, ci dice Gabriele, “ragazzi, non vi ho detto che a un certo punto sullo schermo è comparsa la scritta Server Error, ma poi ha continuato a registrare. Spero non sia un problema”.

Non era un problema.

Un problema c’era stato quando a causa del browser sbagliato avevo dovuto recuperare minuti di sillabe tagliate nell’episodio sulla DC.

Questo non era un problema.

Questo era avere una delle tre tracce lunga 47 minuti invece di 75.

Non era un problema, era un fottuto disastro.

Due tracce complete e una a metà significava una sola cosa: aver buttato nel cesso la registrazione e doverla rifare da capo.

Chi mi segue sui social già lo sapeva, perché quel giorno è stato parecchio sconsolante e chi ascolterà l’episodio sentirà menzionare quanto successo all’inizio, ma molto velocemente.

Qui ci sputtaniamo, quindi ora avete tutti i dettagli.

È stato strano, la settimana successiva, registrare di nuovo: c’era un ovvio senso di Deja Vu così come il timore di non dire qualcosa perché convinti di averla detta (e magari era successo nel primo take). Alla fine ce l’abbiamo fatta, imparando qualche altra dritta su come evitare che tutto vada storto.

Ho dovuto sistemare un po’ l’audio, ho aggiunto una chicca suggerita da Giuseppe subito dopo la sigla iniziale e subito prima di quella finale e l’episodio è nato.

Ora, a distanza di quasi due mesi da quel giorno, potete ascoltarlo qui.

Spero vi diverta.

Storie Di Un Podcast: Harry Potter

Ho deciso di cambiare un po’ il formato del titolo, che se no perdo il conto.

Ci sono episodi in cui è più trovare ospiti. Magari perché l’argomento è più di nicchia, oppure perché vogliamo evitare che un ospite torni troppo spesso (ci piace molto l’alternanza) o, ancora, perché non è facile trovare un ospite che di quel particolare argomento sappia più di uno di noi due. Fu così ad esempio per Gaiman, finché non venne l’idea della fantastica Tegamini. Per Harry Potter il problema era l’esatto opposto: volendo avremmo potuto riempire quanto meno un’aula scolastica di nostri contatti appassionati che avrebbero potuto essere ottimi ospiti, il che la dice veramente lunga sull’importanza della saga e sull’amore del suo fandom.

Data la quantità, abbiamo deciso di fare quanto meno l’esperimento di averne due: la bravissima Claudia, che è anche nostra amata collega di redazione, e Raffaele, un amico di Giuseppe il cui amore per Harry Potter penso ridefinisca il concetto stesso di amore.

Il risultato si può ascoltare nell’episodio di questa settimana in cui, lo ribadisco qui oltre ad averlo detto in registrazione, mi sono sentito davvero in soggezione per l’amore e la passione che i due ospiti hanno dimostrato.

E sto ancora aspettando la Gazzetta del Profeta scritta da Claudia.

Questo è un episodio registrato parecchio in anticipo, che ha aspettato finché quelli con uscita più cronologicamente obbligate fossero passati.

È uno strano viaggio nel tempo. Abbiamo registrato il 14 giugno, quando ancora stavamo imparando molte cose, tra cui non dare riferimenti temporali specifici su episodi preregistrati: mi sentirete a un certo punto parlare dello speciale su Dark Phoenix che sarebbe uscito lunedì, ma ovviamente quel lunedì è il 17 giugno. Non che cambi qualcosa, ma immagino sia una curiosità divertente.

Che altro dire?

Eravamo distribuiti in tre postazioni diverse: io a Milano, Claudia a Napoli e Giuseppe e Raffaele a Torino. Sempre sia lodato Zencastr che permette questo tipo di registrazioni a distanza.

Mi sembra sia tutto. Fate un salto a Hogwarts con noi?

Fine (davvero?)

In realtà, sette mesi fa, ero stato ottimista. Pensavo che l’editing, per quanto lungo, non avrebbe pesato nella mia mente quanto la scrittura.

Niente di più lontano dal vero, povero illuso. Così come il tempo necessario era stato parecchio sottovalutato.

Perché, ricordiamocelo, la prima parte del romanzo iniziò a prendere forma nel 2011. Otto anni fa. E il mio stile, in otto anni, è cambiato mostruosamente.

Così rimettere mano a qualcosa di scritto in tanto tempo non è stato indolore. Ha significato cambiare interi paragrafi. Ripulire. Tagliare.

Da quando l’ho terminato a stasera ho tagliato quasi mille parole, a occhio e croce. Su 220.000 (ora 219.000). Sì, oltre duecentomila sono tante. Tantissime. Ma quella era la storia che ho dovuto raccontare. Ed ora è lì, nero su bianco.

Dopo mesi a correggere ho dovuto fare una cosa che non avevo previsto. Rileggerlo di nuovo.

Perché dovevo essere sicuro filasse tutto, perché dovevo tornare non solo a controllare la storia, ma a leggerla e viverla ed essere sicuro che tutto quadrasse.

Ho finito poche ora fa.

Non è perfetto. Non credo mi sia possibile creare qualcosa di perfetto, sempre che esista la perfezione.

Non so neanche se sia bello. Spero di sì. Ma non lo so, non penso di poterlo dire io.

So che è la storia che è nata ed è una storia che ho riletto volentieri, sistemando lo stile dove non mi quadrava, anche se probabilmente continuerei a metterci mano senza sosta.

L’ho letta volentieri, non perché era mia, ma perché mi ha fatto piacere.

E questo, forse, è ciò che conta di più.

Sto già mandandolo a chi si è offerto volontario per leggerlo. Chi ha dimostrato di esserci, di tenerci, di volermi aiutare in questo.

Poi non so che accadrà.

Il sogno è trovare un editore, anche se non ho neanche idea di che passi fare.

Vedremo.

Intanto, e stavolta è vero, per la prima volta in otto anni non avrò il pensiero che devo lavorare al libro.

Non a scriverlo, non a rileggerlo.

È nato.

È lì fuori.

Chissà, forse un giorno non sarà neanche più solo mio.

Io, ora, mi riposo, in attesa di rendermene veramente conto.

Respirare

Lo so, lo so. Questa settimana ho saltato le storie di un podcast. C’è da dire che sarebbe stato un post piuttosto breve, perché lo speciale sul San Diego Comic-Con è stato tanto veloce da preparare quanto poco carico di aneddoti. E per fortuna, per certi versi.

Comunque è un bell’episodio, per cui se volete andate ad ascoltarlo qui accanto, ok?

Il motivo per cui è saltato il posto è lo stesso per cui questo week-end sono stato fin troppo vicino a un crollo nervoso: il lavoro.

Molte cose si sono accumulate in queste settimane e soprattutto avevo un progetto in ritardo che sembrava tirar fuori ogni giorno un nuovo contrattempo. Il risultato è stato che per settimane non sono praticamente mai uscito di casa tranne una sera o due e che lo scorso week-end ho lavorato, tra sabato e domenica, qualcosa come 20 ore. Perché, si sa, chi lavora in proprio può fare sempre quello che gli pare.

Il risultato è stato che tra lavoro, impegni personali, podcast, desiderio di finire l’editing del romanzo, il mio livello di stress è salito oltre i normali livelli già non particolarmente bassi e nel week-end ero veramente a pezzi.

Impossibile, quindi, trovare il tempo lunedì per scrivere anche il dietro le quinte del podcast.

Però, proprio questa situazione mi ha fatto ricordare qualcosa che so benissimo ma a volte mi scordo: che è necessario permettersi di fermarsi non solo per vivere, ma anche sopravvivere. Che superato un certo limite ogni cosa aggiunta è in realtà qualcosa di tolto.

Così lunedì, finito di lavorare comunque alle 19, ho deciso di uscire. E ho deciso di fare di più: permettermi di fare un giro al lago.

Non so se l’ho mai scritto qui, ma Lecco è abbastanza comoda da casa mia, circa mezz’ora o poco più di macchina, e ho scoperto che il suo lungolago sa farmi da toccasana per lo spirito.

Così ho preso la macchina e sono andato.

Ho parcheggiato facilmente, alla fine era lunedì, ho passeggiato un po’ e poi ho deciso che non mi sarei rinchiuso da nessuna parte a mangiare.

Una pizza da asporto, una panchina, il tramonto e poi la sera. Respirare.

E sì, avevo veramente bisogno di respirare.

È che a volte, stupidamente, me ne scordo.

Addio, Capitano Navarre

Se dovessi elencare gli attori che più sono entrati nel mio immaginario di ragazzo e non, uno dei primi da citare sarebbe Rutger Hauer.

Ovviamente il primo pensiero che viene va per forza di cose a Blade Runner e a quel monologo finale improvvisato che è diventato un vero e proprio punto fermo nella cultura pop moderna.

Ma io non posso non pensare anche a Navarre in LadyHawke, uno dei film che ho più amato e che più amo, che sapeva racchiudere ironia, avventura e romanticismo oltre ad avere una colonna sonora meravigliosa scritta da Alan Parsons.

E lui, lì, era un eroe perfetto. Sofferente, solitario, arrabbiato ma mai meno che onorevole. L’immagine del cavaliere che tutti noi possiamo avere immaginato.

E poi aveva l’amore di Michelle Pfeiffer, parliamone…

E ancora c’era un film che penso pochi ricordano. Si chiamava Furia Cieca. Era un film di serie B, ma lui interpretava un uomo cieco che, grazie a un allenamento speciale, diventava capace di combattere affidandosi agli altri suoi sensi. Vi ricorda nulla? Ecco.

Ma io ne sto citando solo tre e la sua cinematografia annovera letteralmente decine di film, incluso Sin City e la Leggenda del Santo Bevitore.

Non era forse una megastar come alcune a cui siamo abituati, ma era un ottimo attore che interpretò personaggi iconici.

Oggi, che è morto, il mio immaginario perde un cardine fondamentale che va a raggiungere Carrie Fisher, Robin Williams e i troppi che se ne sono andati.

Ringrazio di aver avuto la fortuna di incontrarlo. Non in un evento incredibile, in un banchetto in un centro commerciale vicino casa dove faceva una raccolta fondi. Ho da qualche una foto scattata mentre mi autografava una sua foto proprio in Furia Cieca e lo script di LadyHawke, che tengo gelosamente in libreria.

Addio, Capitano Navarre.

Grazie delle avventure.