Il buon gusto delle patate

No, non si tratta dell’elogio del gustoso tubero, non sono arrivato così alla frutta (o al contorno) così in fretta.
Volevo solo fare una piccola riflessione.
Penso che molti abbiano visto in TV o sentito per radio quella "gran" pubblicità relativa ad una certa marca di patatine e con protagonista Rocco Siffredi: il suddetto spot è stato ritirato dopo poco tempo a causa delle proteste (penso) del Moige.
Capitolo chiuso?
Assolutamente no: stavo recandomi da un cliente stamattina quando per radio passa un nuovo meraviglioso spot di cui riporto qualche stralcio…

"Salve, sono Alfredo, amico di Rocco ed anch’io come lui ho avuto patate di tutti i tipi, da cocktail, da contorno, ecc…."

Ed ecco la chicca in chiusura

"Sapete qual è la differenza tra me e Rocco? Che io le patatine le ho mangiate"

Wow.

Complimenti.

Ora, chi mi conosce sa bene che io sono tutt’altro che un bacchettone, anzi, scandalizzarmi è piuttosto difficile: qui però non si tratta di pudore o di scandalo, qui si tratta di puro e semplice buon gusto!

Se davvero i signori pubblicitari che hanno pensato questo pubblicità non sono stati in grado, dopo la sospensione del primo spot, di inventarsi nient’altro che un puro e semplice rimarcare il precedente, beh, allora forse avrebbero dovuto vedere un po’ meno film di American Pie: io, di mio, mi guarderò bene dal comprare il loro prodotto, prediligendo lo stile di una marca che ha scelto una canzone di Vecchioni come testimonial od il divertimento di un’altra che canta "Once you pop you cannot stop".
Che ci volete fare? A me le patatine piacciono di stile e divertenti.

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Compagni di vita

Chi non ha mai avuto animali probabilmente non sa di cosa parlo, ma chiunque abbia avuto la fortuna di convivere con un cane, un gatto, un criceto o un nerd mi capirà alla perfezione: vivere con un animale vuol dire non soltanto avere un batuffolo peloso (o meno, dato che tanti amano i serpenti) in giro per casa, significa anche e soprattutto avere un coinquilino che "si fa sentire" e dal carattere tutto suo.
Sì, perché in tanti anni non ho mai avuto un cane od un gatto che avessero lo stesso carattere di altri.
Mai.
Tralasciando i primi mici girati per casa quando ero tanto piccolo da essere loro più vecchi di me, non posso non citare Lupo, il mio primo cane, uno splendido Pastore Tedesco trovato randagio e subito adottato: un bestione di 40 chili che ci ha fatto compagnia per 5 anni, prima che un tumore alla bocca se lo portasse via.
Lupo era la rappresentazione vivente di come uno si immagina un cane "serio": giocava con noi, si faceva lanciare oggetti, si faceva coccolare, ma era anche un cane da guardia e da difesa con tutti gli attributi… guai se un altro cane si azzardava minimamente ad abbagliargli contro: tanto sarebbero gli aneddoti da raccontare, ma ci sarà eventualmente tempo per farlo.
Quando Lupo era con noi già da 3 anni pensammo fosse carino dargli compagnia e prendemmo un altro cucciolo di Pastore Tedesco da fargli crescere, Lucky, sperando che la vicinanza dell’adulto lo facesse diventare il più simile possibile a lui: pia illusione.
Lucky si rivelò l’esatto opposto di Lupo: quando questo era agile e scattante, Lucky era impacciato e pigro, tanto Lupo era coraggioso quanto Lucky codardo (ricordo ancora la prima volta che se la fece LETTERALMENTE addosso vedendo il nostro gatto…), tanto Lupo era capobranco quanto Lucky gregario del gregario del gregario.
Ma era (ed è) un tenerone e si è fatto voler bene comunque, anche quando ha imparato a scavalcare le reti per andare in libera uscita .

Coi felini la situazione è sempre stata anche più strana: Funi, il certosino che trovammo nel 1996, era il non plus ultra del gatto cacciatore. Non c’era giorno che non portasse qualche omaggio defunto sulla soglia di casa, dal topolino al ratto, dalla lucertola alla talpa, tant’è che ormai mio padre aveva fatto un accordo con lui: per ogni talpa tolta dall’orto una dose extra di pappa la sera… la cosa ridicola è che l’accordo funzionava!
Ma l’istinto cacciatore di Funi colpiva anche animali che speravamo lasciasse tranquilli: una gabbia con dei pulcini era diventata un distributore automatico di snack (e non aveva neanche bisogno di monetine…), mentre l’inverno gli fece scoprire quant’era comodo camminare sul ghiaccio per acchiappare i pesci rossi mezzi in letargo…. Un assassino, non c’è nulla da dire, ma un assassino col cuore tenero: quando aveva voglia (e sottolineo che LUI aveva voglia) le coccole erano d’obbligo e  non c’era verso di toglierselo dalle scatole… ricordo ancora la partita Italia-Norvegia dei mondiali del 98 con lui accucciato sulla mia spalla a farsi grattare .

Anche qui incontrai però il suo opposto: Miele.
Adottato da un gattile Enpa nel 97 Miele è sempre stato un gatto un po’ strano: fifone come pochi miagolava quasi tutto il giorno, anche mentre mangiava. Non sapeva cacciare ed il massimo che raggiunse fu quando iniziò a miagolare dietro ad una mosca che voleva convincere a scendere per acchiapparla.
Già. Non ci giurerei ma penso di aver visto la mosca guardarmi con comprensione mentre volava via….
Un carattere strano, dicevo, tant’è che passò dallo squartarmi una mano in un giorno di estremo nervosismo a venirmi a cercare costantemente per farsi coccolare, me e solo me: e poi dicono che i pazzi sono solo tra gli umani…

Ed oggi, infine, c’è Stitch: ha 10 mesi, pesa 5 chili e mezzo ed un gatto di 10 mesi normale dovrebbe pesarne 3, rendo l’idea?
Stitch è la dimostrazione che a volte si riesce a trovare VERAMENTE il nome giusto per il proprio animale: se qualcuno ha visto Lilo & Stitch della Disney (consigliatissimo!) sa che il protagonista da cui il mio bestio prende il nome è un alieno capace di fare danni ad ogni respiro.
Ecco, se il mio felino fosse blu lo considererei la controfigura del suo omonimo a cartoni.
Stitch ama cacciare: se va bene si tratta dei giochi che gli prendiamo, ma di solito preferisce i polpacci, preferibilmente quelli della mia dolce metà che sentitamente ringrazia.
Stitch ama dormire: meglio se infilato tra piumone e lenzuolo quando noi non siamo in casa.
Stitch ama leccare: il che sarebbe anche dolce se non lo facesse sul viso alle 5 del mattino di domenica.
Stitch è abitudinario: non capisce per quale motivo nel week-end la gente debba alzarsi più tardi che in settimana, per cui è tanto gentile da venirci a svegliare alle 7 sia di sabato che di domenica.
Stitch ama il balcone: gli piace sdraiarsi all’aperto, ma se per caso proviamo a prenderlo in braccio lì fuori si attacca con tutte le forze alla porta d’uscita come se fosse convinto che vogliamo trasformarlo in un deltaplano peloso.
Stitch ama mangiare: può fare qualunque cosa, essere anche moribondo, ma basta chiamarlo per mangiare o dargli un bocconcino che accorre.
Stitch ama gli agguati: certo che se non li facesse alle gambe di Sweetie durante il giorno ed ai nostri piedi di notte non sarebbe male.
Stitch è un coccolone: ieri sera ha deciso che doveva essere carezzato e grattato sotto il meno e non c’è stato verso di allontanarlo finché non gli è bastata.
Stitch odia la lettura: se qualcuno ha un libro o giornale in mano deve far di tutto per toglierglielo.
Stitch, in compenso, ama la tv: a volte sembra ipnotizzato nel guardarla, anche se non ama quando senti i cani abbaiare nei film
Stitch adora gli acquari: sono loro la sua vera tv, passa intere ore a guardarli ed a cercare di prendere i pesci di sorpresa arrivando letteralmente ad abbracciare l’acquario più piccolo… e i pesci da dentro lo guardano tra lo stupito ed il divertito.
Stitch si fa amare: non c’è giorno che non ci venga voglia di spupazzarlo allegramente.
Stitch si fa odiare: non c’è giorno che non lo ammazzerei perché ha deciso di ribaltare l’asse da stiro o di farsi le unghie sulla mia valigetta.
Stitch è sempre in bilico: ogni mattina mi propongo di farlo al forno con patate ma poi come faremmo senza questo faccino la mattina?


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Racconto: 15 e 30

E già, questo informatico ogni tanto scrive anche dei racconti ed ha pensato "perché non propinarli anche ai lettori del blog"? Detto fatto, questo è il primo e si intitola 15.30: ispirato da un vecchio video degli Ultravox ("Dancing with tears in my eyes").
Spero sia gradito (altrimenti cavoli vostri, oh ).

15.30
Non ricordo di essere mai tornato a quest’ora, anche se lei spesso mi ha rimproverato per questo: "Possibile che tu non riesca a prenderti un pomeriggio libero? Neanche di venerdì? Neanche per noi?".
(Corri, idiota)
Ed io niente, troppo preso dai "doveri", troppo sicuro che avremmo avuto tempo.
Già.
Tempo.
Ero convinto di avere sempre tempo, ma non avevo mai tempo per lei.
(Perché sei un idiota)
Per lei mai abbastanza.
Lei poteva aspettare, aspettava sempre.
(Sei fiero di te, ora? Lo sei? Corri, idiota, corri)
Che stronzo.
Me l’ha detto tante di quelle volte che ho perso il conto.
Ed aveva ragione.
Ogni volta.
Solo che ero così stronzo da non capirlo, da offendermi, da ritenerla un’egoista.
(Era lei l’egoista, vero? Era lei a non pensare abbastanza a te, vero?)
Che stronzo.
(Corri stronzo corri stronzo corri stronzo corri stronzo corri stronzo corri stronzo)
Mai visto così poco traffico, ma penso sia normale, data la situazione.
(Normale? Stai scherzando, vero? Corri!)
Spero di fare in tempo.
Devo fare in tempo.
Ti prego, tu ed io non abbiamo mai avuto molti contatti, ma ti prego, visto quel che mi stai facendo, quello che ci stai facendo, ti scongiuro, fai che arrivi in tempo.
(Ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego ti prego)
Dannazione.
Non so neanche quanto manca.
Tra pochi minuti sarò arrivato, ma se non avessi pochi minuti?
(Ti prego, fai che faccia in tempo, ti prego!)
Non posso neanche chiamarla, il cellulare ha smesso di prendere quasi subito, com’era da aspettarsi…
Abbiamo tutti troppi conti in sospeso, tutti da saldare.
Ora.
(Soprattutto ora, vero idiota?)
Non è giusto.
(Ti prego…)
Ero sicuro ci fosse tempo.
(Ti prego… almeno questo…)
Ne ero sicuro!
(Ti prego… fai che abbia il tempo…)
Avevamo tutta la vita davanti.
Ed ora questo!
Non è giusto!
Perché?
Abbiamo ancora tanto da fare, da vivere, perché?
(Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché?)
Devo dirle ancora tante di quelle cose, tutte quelle per cui pensavo di avere tempo.
(Idiota)
Ed ora potrebbe essere tardi.
(Dio, ti prego, NO!)
Perché? PERCHÉ?
Sono arrivato.
(Corri!)
Lascio la macchina aperta, potrebbe servire, ma poi chi se ne frega a questo punto.
(Corri!)
Salgo in casa.
(Corri!)
La porta è aperta.
O mio Dio.
E se non ci fosse?
(No. Non questo. No!)
Se avesse avuto la mia stessa idea ed ora fosse in quella coda che ho visto nella direzione opposta?
(Non farmi questo!)
La chiamo.
"Amore!"
(Rispondi, ti prego!)
Niente.
Sto sudando freddo.
"AMORE!"
(Dove sei?)
Aspetta.
Sento un rumore sommesso.
Lo seguo.
Eccola.
E’ ai piedi del letto, singhiozzante.
(Piccola mia…)
Mi inginocchio e la stringo forte.
"Shhhhh… Amore, sono qui… Sono qui…"
(Grazie grazie grazie)
"Sei arrivato? Davvero? Ma… Ma… Io credevo… Ho sentito la radio… Ed ho avuto paura… E tu non c’eri… E non riuscivo a chiamarti… Dicevano che le strade erano bloccate… Non c’eri… Ero sola… Avevo paura… Dio mio… HO paura….”
“Lo so, lo so, amore, ma sono qui ora… sono qui”
(Grazie grazie grazie)
Si calma a fatica.
“Ed ora cosa facciamo?”
La guardo.
La bacio.
Piangiamo.
Ci amiamo.
Come fossimo affamati.
Come fosse la prima volta.
Come tutto dipendesse da questo.
“Scusami… di tutto… scusami… avevi ragione tu… hai sempre avuto ragione tu…”
“Shh….. Baciami e basta, ti prego…”
La bacio ancora…. Le nostre labbra sanno di lacrime…
“Ti amo”
“Ti amo anch’io. Ti ho sempre am…”
 
14.30
“INTERROMPIAMO LE TRASMISSIONI PER COMUNICARE LE ULTIME NOTIZIE:
LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE E’ PRECIPITATA.
A NULLA SONO VALSI I TENTATIVI DELL’ONU PER FAR RIMANDARE L’ULTIMATUM.
E’ STATO APPENA LANCIATO UN ATTACCO SU VASTA SCALA.
L’OBIETTIVO SEMBRA ESSERE LA CAPITALE.
LE FORZE DELL’ORDINE PREGANO LA POPOLAZIONE DI NON FARSI PRENDERE DAL PANICO.
A BREVE ULTERIORI COMUNICATI.”

 

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I clienti

Chi lavora in proprio come me da alcuni anni (ma anche chi sta a contatto col pubblico) impara bene col tempo a classificare la clientela con cui viene in contatto: confrontandomi con altri, mi sono reso conto che le categorie sono quasi sempre quelle, magari semplicemente adattate in base all’ambito lavorativo, per cui ho pensato di provare a fare un giochino ed a elencarle, partendo dal presupposto che mi riferisco all’ambito informatico che ben conosco.

  1. Il cliente impedito e conscio di esserlo: a colpo d’occhio potrebbe sembrare il non plus ultra dell’utente, quello che comunque vada si rivolgerà a te come salvatore della sua macchina misteriosa e ti potrà condurre verso la beatificazione informatica… e potrebbe anche essere così se non ci fosse il rovescio della medaglia: il cliente impedito ti chiamerà SEMPRE. E quando scrivo sempre lo intendo letteralmente:
    E’ sparito l’audio al pc? Arriva la telefonata per chiedertene il motivo (salvo poi scoprire che aveva disattivato l’audio).
    Vuole comprare della carta? Altra telefonata perché così è più comodo che ad andare al centro commerciale (non badiamo che spenderebbe molto meno in quel caso…)
    Vuole installarsi un gioco? Si telefona al consulente, lascia perdere che è Ferragosto a mezzogiono
    Non sa che pantaloni mettersi? Ma sì, chiamiamo il consulente informatico, magari lui un’idea ce l’ha…

    Ovviamente questo comporta che le (pochissime) volte in cui i problemi che si trova ad avere sono realmente seri li si prendono sottogamba dati i precedenti: un po’ come la favola di Pierino ed il lupo, no?
    Si potrebbe pensare che questo tipo di cliente sia molto remunerativo: niente di più lontano dalla verità! Il cliente impedito, proprio perché tale, spera che gli si risolvano i problemi possibilmente a costo zero o quasi ed ovviamente in un tempo che neanche Flash (il velocista dei fumetti) riuscirebbe a battere.
    Da valutare se tenerlo per bontà d’animo o meno.

  2. Il cliente consapevole: è l’esatto opposto dell’impedito. Di solito si tratta di qualcuno che lavora nello stesso ramo od in un ambiente simile e quindi SA il tipo di lavoro e di costi che ci possono essere per vari lavori; può trattarsi dell’EDP di una azienda medio/grande o più semplicemente di un responsaibile più sveglio della media, fatto sta che è un piacere lavorare con un soggetto del genere e se ne capita uno bisogna tenerselo stretto e coccolarlo più di un animale in via di estinzione.

  3. Il cliente privato: appartengono a questa categoria sia i privati veri e propri (quelli che non hanno partita iva, per capirci) sia alcune azienda a conduzione familiare. Sono un incubo. L’ultimo che mi è capitato mi ha fatto dannare un mese con 5 preventivi di fila per comprare due pc e si è impuntato ad un certo punto perché voleva essere sicuro che pc e monitor fossero dello stesso colore!  Dopo aver spiegato non so quante che comprando in un magazzino non è possibile far aprire le scatole per vedere il colore della merce (già lo immagino il mio fornitore….) e che se la differenza cromatica non fosse stata di suo gradimento non avrei sicuramente potuto prendere le macchine indietro mi sono trovato a costretto a dirgli che se gli stava bene era così, altrimenti poteva andare in un centro commerciale e rompere l’anima a loro…. Ovviamente i pc ha finito per comprarli da me, valla a capire la gente…
    Oltre all’esempio già descritto (e ce ne sarebbero mille altri così) il VERO grosso problema è che clienti del genere fanno guadagnare (se va bene) due o trecento euro in un anno ma sembrano convinti di aver dato da mangiare a questo informatico morto di fame per almeno sei o sette mesi, con relative rotture di attributi periodiche e frequenti.
    Categoria da perdere, se possibile

  4. Il cliente ragionevole: possiamo immaginarlo come una sottocategoria del cliente consapevole. La differenza sta nel fatto che il "ragionevole" non conosce bene il campo e quindi si affida al consulente in maniera quasi totale fidandosi in maniera adeguata dei suggerimenti ricevuti. E’ un buon cliente, da tenere adeguatamente da conto: certo, può capitare che sbrocchi in situazioni d’emergenza, ma la maggior parte delle volte lavorarci sarà un piacere ed una soddisfazione.

  5. Il cliente arrogante: penso sia il peggior in assoluto. Di solito non conosce assolutamente nulla del campo lavorativo del consulente, ma è convinto di saperne quasi quanto lui con risultati catastrofici… alcune chicche?
    – non sa come ottenere un risultato, ma vuole che il consulente ci arrivi schioccando le dita
    – se si sente dire che una cosa è lunga o improponibile nei risultati guarda la controparte come se avesse svelato un bluff da 2.000 euro a poker e riesce solo a rispondere che nulla è impossibile, quindi va fatto
    – quando gli viene spiegato il motivo di un qualsiasi funzionamento lo sguardo si perde dopo 30 secondi e viene da chiedersi se stia pensando alla profondità dell’universo o a quanti peli ha nel naso
    – ogni volta che mette mano ad un software appena sviluppato (e testato) non segue minimamente le istruzioni date (vedi punto precedente), inizia a premere pulsanti a caso e finisce col dire che "non funziona niente"
    Come si potrà notare è l’evoluzione verso il lato oscuro del cliente impedito: hanno entrambi le stesse capacità, ma dove quest’ultimo ti considera la sua ancora di salvezza, l’arrogante sembra pensare costantemente "lo so che mi vuoi fregare, ma io sono molto più furbo e capace di te, non credere" (già, verrebbe da rispondere, ed è per questo che hai solo software piratati in azienda ed una password Administrator per tutte le macchine, probabilmente mangi pane e volpe ogni mattina).

Come si noterà è ben ristretto il parco dei clienti meritevoli e sembra sempre più assottigliarsi. Il consiglio per chi sta per intraprendere un lavoro come il mio? Quasi sicuramente all’inizio troverà clienti impediti e privati con uno o due (se è fortunato) clienti ragionevoli: stringa i denti e vada avanti con ciò che c’è, così da fare esperienza… arriverà prima o poi qualche altro "ragionevole" e, in caso di estrema fortuna, almeno un consapevole: volete loro bene come fossero di famiglia, perché sono loro che vi danno davvero da mangiare 🙂
E nel caso di clienti arroganti che fare? Qui dipende tutto da quanto il cliente arrogante paga e da quanto è forte la vostra pazienza: se paga bene e riuscite a resistere tenetelo finché è possibile, ma quando non ne potete più mandatelo al diavolo spiattellandogli in faccia la sequenza di idiozie che gli avete visto fare da quando lo conoscete; certo, non lavorerete più con lui, ma volete mettere la soddisfazione?

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Si parte!

Ed alla fine, dopo tanti tentennamenti, dubbi, impegni e, perché no, momenti di pigrizia, mi sono deciso ed anch’io sono entrato nel mondo dei blogs.
Il perché non lo so di preciso neanch’io, penso sia in realtà dovuto soprattutto alla voglia di scrivere che rimane costante in me e che, purtroppo, non sempre è concentrata su un argomento specifico che mi permetta di comporre un racconto non banale.
Per cui il blog, in cui almeno mi potrò lanciare a buttar giù stralci di pensieri ed ispirazioni e dal quale non è detto non nasca qualcosa di buono .

Da quel che ho visto in giro è spesso abitudine di chi apre un blog iniziare presentandosi, un po’ come davanti ad un gruppo di auto-coscienza ("Salve, sono Aries e sono un blogger"): è anche per questo motivo (senza contare il fatto che non ne ho alcuna voglia…) che non lo farò; alla fin fine penso che, se questo spazio verrà letto da qualcuno, lo sarà solo da due categorie ben specifiche: chi mi conosce già al di fuori e chi non ha la più pallida idea di chi sia questo "Aries".
Beh, nel primo caso non c’è sicuramente bisogno che racconti chi sono, cosa faccio, quante ore dormo ecc., mentre nel secondo caso mi piace MOLTO di più l’idea che mi si conosca pian piano da quel che scrivo, da ciò che racconto: mi incuriosisce vedere che immagine possa venir fuori di me.

Una piccola spiegazione, però, la meritano titolo e sottotitolo: l’ispirazione nasce da un musical ed in particolare da una delle canzoni portanti dello stesso; sto parlando di "Rent" e di "Seasons of love".
Quasi sicuramente per il lettore di passaggio questi nomi non significano nulla ed è un vero peccato: Rent è un piccolo capolavoro scritto negli anni 90 come adattamento in chiave moderna della Bohème e narra la storia di otto amici (di cui alcuni malati di Aids) nella New York di fine secolo, alla prese coi problemi di una vita senza reddito fisso, senza certezze, ma con tantissime cose da dire ed esprimere. La storia di Marc, Roger, Maureen, Joanne, Collins, Angel, Mimi e Benjamin viene raccontata per un anno, da una vigilia di Natale all’altra: è una storia di gioie, dolori, amore, paure, sentimenti, risate, perdite, morte, speranza, partenze e ritorni… è la storia di tutti, in fin dei conti.
Un anno, dicevo, da un Natale all’altro: 12 mesi, 365 giorni, 525.600 minuti di vita, da misurare come (chiede "Seasons of love)? "In giorni, in notti, in mezzanotti, in tazze di caffè, in pollici, in miglia, in risate, in ferite (…) In verità imparate da lei od in volte in cui ha pianto, in ponti che lui ha bruciato o nel modo in cui lei è morta (…) Perché non in amore?"

Ecco, la questione è tutta qui: come misurare ogni anno perché ne valga la pena?

PS: Il film è uscito due settimane fa al cinema senza purtroppo il minimo di pubblicità, rimanendo così nelle sale una sola settimana. Per la quasi totalità che l’ha perso consiglio di attendere (se mai uscirà) il dvd o di provare ad aspettarne una riedizione a teatro (gradevole, ma non agli stessi livelli dell’originale di Broadway o del film stesso).

http://www.sonypictures.it/film/Rent/

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