Impegnato

Stasera esco. Di nuovo. Ieri sera ero al cinema all’aperto nei (bei) chiostri dell’Umanitaria. Stasera ho scoperto di un concerto gratuito di Antonella Ruggiero. Domani sera sarò fuori con un amico, venerdì sera altra cena.
Domenica pomeriggio ero a visitare il rifugio antiaereo e poi a camminare e leggere la parco, lunedì sera ho camminato in modo più serio e attivo.

Mi tengo impegnato.

Più del solito, evidentemente.

Mi tengo impegnato perché sono stanco e ho bisogno di ricaricarmi, ma anche perché a volte stare in casa significa trovarsi alle dieci di sera a rendersi conto di non aver fatto nulla, neanche letto.

Mi tengo impegnato perché ho voglia di fare cose, di vivere emozioni, di sperimentare e questi sono i piccoli spazi che al momento posso sfruttare.

Mi tengo impegnato perché ho la necessità di costruire ricordi e dopo una giornata di lavoro la mia mente ha sete di altro.

Mi tengo impegnato perché più passa il tempo e più sento il peso dei minuti che scorrono senza averli bevuti fino in fondo.

Mi tengo impegnato, cercando di gustare tutto in autonomia e cercando di scordare quanto, a volte, l’autonomia non sia una scelta ma una necessità.

Mi tengo impegnato per non fermarmi.

Mai.

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Quando ci si sente accuditi…

Martedì mattina. Come al solito tolgo il cellulare dalla carica notturna, e vado a fare colazione.
Mentre sto per finire di prepararmi, lo prendo in mano per controllare un paio di notifiche e, sorpresa, la batteria è scesa al 29%, dal 100 di poco più di mezz’ora prima.
Tiro qualche accidente e mi rendo conto che le impressioni dei giorni passati, quando sembrava crollare molto più velocemente del solito non erano solo impressioni, appunto, ma un problema vagamente più evidente; essendoci già passato, scarico la app di test di Apple prima di contattare l’assistenza: eseguo il rilevamento e poi mi faccio richiamare (il tutto mentre ero in metropolitana).

Vengo ricontattato da una gentile ragazza che afferma essere situata in Albania (ma, non temete, conta poco, perché questa situazione si sarebbe presentata comunque) e inizia a farmi le domande di rito.
Ecco, parliamo delle domande di rito.
Io lo so, so benissimo che all’assistenza chiama letteralmente chiunque e sono purtroppo ben conscio di quanto possano essere storditi gli utenti.
Lo so, ripeto.
Ma so anche che se trovi davanti un utente che si dimostra vagamente più evoluto della media te ne dovresti accorgere e gestirlo di conseguenza.
Se ti dico che ho già lanciato la diagnostica e che in mezz’ora la batteria è scesa dal 100 al 29% tu non puoi chiedermi come prima cosa “ah, ma stava usando delle app?”, perché la mia prima risposta istintiva è che no, io ho un dispositivo da svariate centinaia di euro perché arreda bene case e mi piace tenerlo attaccato alla corrente, che illumina il suo angolino in modo estremamente elegante.

Ma no, mi tocca essere educato, spiegare che, guardi, io stavo facendo colazione e, anche fosse, trovo comunque piuttosto anomalo che una qualunque app possa far crollare la batteria del 71% in mezz’ora; la tizia ne conviene, ma ovviamente continua imperterrita a pormi le stesse domande, segnalandomi che la diagnostica non ha rilevato problemi, buttando lì ancora qualche dritta sull’utilizzo, la localizzazione e bla bla bla.

Finché mi stufo, sto arrivando dal cliente, e le ribadisco.

“Guardi, cerchiamo di capirci. Lei mi sta dando tutte informazioni che, le assicuro, controllo costantemente. E, nonostante questo, non è neanche lontanamente accettabile che un cellulare abbia un crollo di prestazioni del genere, indipendentemente da quali app vengano usate. Quindi se mi sa dare qualche indicazione migliore rispetto ai consigli standard, la ringrazio”

“Eh, guardi, al massimo potrei dirle di fare un backup e un ripristino e, se non risolve, portarlo in assistenza”.

Quindi ho impiegato circa quindici minuti per farmi dare una risposta che avrei recuperato tranquillamente sui forum senza dover perdere altro tempo.

Assistenza. 

Già.

Mi sono sentito così assistito, guarda…

PS: ovviamente ho fatto il backup e ripristino e, altrettanto ovviamente, ho trascorso il pomeriggio col cellulare praticamente offline perché il ripristino si rifiutava di riattivare delle app che riteneva troppo vecchie (e, alla fine, ho dovuto rinunciare a tenerle). Bello, no? Apple, a chi mando la fattura IO?

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Comunicazione di servizio

Per parecchio tempo ho considerato accettabile il modo in cui il blog permette di lasciare commenti, semplicemente mettendo la mail e il nome.
Il problema è che, col tempo, mi sono reso sensibilmente conto che la rete è cambiata e che lo spam, così come i commenti non graditi, rischiano di passare senza filtri, cosa che tende a infastidirmi parecchio.

Inoltre capita sempre più spesso che i commenti vengano lasciati altrove, invece che sul blog, facendo quindi sì che il meccanismo stesso finisca per essere al servizio di ciò che non mi interessa.

Per questo motivo, da oggi, per commentare sarà necessario autenticarsi con l’account di un social, sia esso Facebook, Twitter o GooglePlus.
Sia chiaro: a me non arriveranno informazioni se non il nome dell’account e la mail, ovvero gli stessi che, in teoria, dovevano essere lasciati prima; solo che d’ora in poi saranno “certificati”.

Al primo commento si aprirà la pagina di autenticazione, che permetterà contestualmente di registrarsi (di nuovo, nessun dato che non sia la mail e il nome utente) per commentare: le volte successive sarà possibile commentare direttamente essendo loggati.

Rimane, come già c’era, un filtro a priori, per cui il primo commento dovrà sempre essere “autorizzato” prima di comparire in bacheca.

Che vantaggio otterrò io?

Che, ad esempio, mi sarà molto più semplice bloccare commenti provenienti da account indesiderati o da spam. Inoltre penso sia giusto, dato che io qui sopra metto molto di me, che se qualcuno ha piacere di interagire lo faccia “mettendoci la faccia”.

Rischierò che ci siano meno commenti? Può essere, ma dato che (andate a controllare) i commenti sono sempre meno, sostituiti spesso dai like (o da quelli su Facebook) e che, pertanto, la maggioranza sono di spam o indesiderati, direi che il rischio possa essere considerato accettabile.

Inoltre sto valutando, proprio perché (come dicevo) molti tendono a commentare altrove, di attivare una sezione di commenti direttamente legata a Facebook, sperando così di centralizzarne la visualizzazione e le discussioni, ma questo sarà un passo successivo. Per ora iniziamo così.

Chiedo scusa per il post tecnico e noioso, ma non mi piaceva attivare una modifica del genere senza avvisare.

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Un salto indietro

Nel 1936, Vittorio Emanuele Terzo emanò un decreto ordinando che tutti (o molti) i palazzi delle città principali fossero dotati di rifugi antiaereo; alcuni proprietari adattarono delle cantine, le aziende più importanti poterono costruirne di propri a difesa dei lavoratori, ma chi non poteva usufruire di una soluzione o di un’altra aveva ancora una possibilità: usufruire dei rifugi pubblici che, nel frattempo, vennero costruiti.

A Milano sembra ce ne siano una sessantina, alcuni in luoghi più o meno prevedibili o evocativi (sotto il sagrato del Duomo, vicino al famigerato binario 21 della Stazione Centrale), altri meno; uno di questi si trova in Piazza Grandi, vicino al centralissimo Corso XXII Marzo e, dopo essere stato da poco restaurato, è ora possibile (ma non sempre) visitarlo gratuitamente, cosa che sono riuscito a fare oggi.

Il rifugio, completamente sotterraneo, si trova sotto la fontana della piazza e, prima scoperta, tale fontana su costruita proprio per nascondere la presenza del rifugio stesso, al punto che l’enorme struttura in granito da cui fuoriesce l’acqua non è altro che un mascheramento dello sfiatatoio che permetteva il ricambio dell’aria al di sotto.
Il rifugio, che copre un’area di 17×23 metri, era progettato per accogliere fino a 400 persone (che, se fate i calcoli, significa circa un metro quadro a persona) e non era dotato di praticamente nessun tipo di servizio: la luce elettrica, anche se presente, non poteva essere garantita (e avrebbe consumato ossigeno), l’allacciamento alla rete idrica serviva solo ad alimentare la fontana (e pertanto non era potabile), mentre non esistevano collegamenti alla rete fognaria.

Le stanze (circa sei) contenevano delle panche, le indicazioni su dove trovare un bagno di fortuna e i secchi di acqua potabile e praticamente nient’altro; certo, la permanenza al di sotto doveva essere il più breve possibile, ciò non toglie che l’esperienza fosse sicuramente piuttosto spiacevole.
La criticità maggiore era rappresentata, prevedibilmente, dalla potenziale mancanza d’aria: mettete 400 persone in altrettanti metri quadri in una struttura sotterranea e, sfiatatoio o meno, se non avete un impianto di filtraggio più che adeguato, l’aria si saturerà di anidride carbonica fin troppo in fretta; per questo motivo, sembra ci fossero delle biciclette (sì, biciclette) utilizzate per generare spostamento d’aria ed evitare il rischio di soffocamento: non so bene come l’idea funzionasse, non so neanche se funzionasse, ma questo è quanto.

Scendere in un luogo del genere vuol dire camminare in un passato di cui non sappiamo mai a sufficienza. Non è arte, è vita passata, è muoversi in luoghi dove la gente ha temuto per le proprie vite, ha sopportato privazioni per essere sicuri di poter sopravvivere. Eravamo in una ventina, oggi, durante la visita: entrando in ognuna di quelle stanze non la riempivamo neanche la metà di quanto potenzialmente doveva essere fatto in occasione di un attacco, eppure pochi minuti in quello spazio con così tanta gente riescono a generare un senso di oppressione e insofferenza difficilmente descrivibili.

Non si tratta di qualcosa di bello da visitare, ma di certo di qualcosa di molto interessante.

Tenente d’occhio il sito o la newsletter del comune di Milano per sapere quando ci saranno altre date disponibili e, se potete, recatevi a fare una visita: dura poco meno di un’ora, ma è un bell’arricchimento personale.

 

La fontana. Lo sfiatatoio è nascosto in quella colonna.

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Rifugio antiaereo di Piazza Grandi

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Mettete qui i secchi di acqua potabile

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Le tubature della fontana sovrastante, creata per mascherare il rifugio

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Di qua per salire nello sfiatatoio (anch'esso nascosto, ovviamente)

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Cronaca

Ore 23.30. Torni a casa dopo una piacevole serata. Apri la porta e trovi numero tre punti in cui il felino di casa ha deciso di distribuire i croccantini mal digeriti causa sua tendenza all’abbuffamento. L’umidità in casa è del 65%, ti accingi a pulire sentendoti molto simile a una contadina vietnamita in mezzo a qualche campo paludoso.

Ore 4.45. Il suddetto felino emette una palla di pelo in corridoio in guisa così sonora da svegliarti. Ti alzi per ripulire e, mentre cerchi dove sia avvenuto il fattaccio, lo scopri. Mettendoci il piede in mezzo. Le madonne elencate potrebbero svegliare il palazzo, mentre lavi la ciabatta, lavi il pavimento e approfitti per aprire le finestre. Fuori alcuni uccellini iniziano a cinguettare. Ti senti preso vagamente per il culo.

Ore 5.10. Rigirandoti nel letto nel tentativo di riprendere sonno, il tuo fianco decide di farti compagnia donandoti una meravigliosa contrattura. Dalle madonne passi a citare tutti i santi del calendario e anche qualcuno nominato per l’occasione.

Ore 7.15. Suona la sveglia. La gioia del momento ti travolge come uno tsunami.

Ore 7.25. Mentre ti lavi i denti, il felino già citato decide di spargere tonno semimasticato in quattro punti diversi di casa e, successivamente, di mettersi a miagolare per richiedere ulteriore cibo. La colazione, pertanto, trova a combattere con la meravigliosa esperienza della pulizia di suddetto tonno.

Ore 8.30. Ti metti un patch antidolorifico e ti siedi alla scrivania, dove rimarrai per le successive 10 ore e mezza, fatte salve brevi pause corporali e per rifocillamento. Il felino pensa bene di saltare periodicamente sulla scrivania, buttare per terra carte a caso, lamentarsi per l’assenza di cibo e per le finestre chiuse causa aria condizionata.

Si deduca il livello di gradimento della giornata in questione, mentre il sottoscritto si fa una doccia e spera di non essere svegliato da altro che non sia la sveglia di domani.

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