(A)social

Ho un problema coi social. O meglio, ho un problema con le interazioni virtuali, problema che ho in realtà sempre avuto ma che, periodicamente, finisce per risultare più evidente e fastidioso.
La questione non è complessa: io, da che ho un accesso a internet (il che significa da molto prima di parecchi di voi) ho sempre amato interagire con persone sugli antenati dei social: poteva trattarsi di newsgroup o di chat (ah, il caro vecchio irc), ma l’interazione è sempre stata per me fondamentale; e, anche allora, mi scontravo con una certa posizione mentale: per me, coloro con cui interagivo, erano persone; lontane, certo, che non avrei probabilmente mai incontrato, ovvio, ma persone: persone fisiche con cui potevo avere a che fare a distanza.

Banale? Forse, eppure scoprii fin troppo in fretta che non tutti la pensavano così e che, anzi, il mio modo di concepire la rete era in minoranza: tanti preferivano considerare il virtuale come totalmente separato dal reale, alcuni arrivavano a costruirsi un personaggio che poi cercavano di seguire alla perfezione; immagino che leggendo questa descrizione possiate riconoscere meccanismi tutt’ora tristemente esistenti: persone che si “vendono” per ciò che non sono, leoni da tastiera, individui che ritengono il virtuale (e i social) come un grande campo giochi che non ha legami con la realtà; l’unica differenza tra allora e oggi è nella mole di persone che interagiscono, nell’enormità delle dinamiche che si innescano, nella frequenza con cui si instaurano certi meccanismi.

“E’ solo un social” è una frase che ho letto miliardi di volte. “La vita reale è altro” idem. 

Ecco, io non sono mai riuscito davvero a vederla così.
Io sono io. Ciò che dico e faccio in rete lo dico e faccio nella vita reale (ovviamente in base alle persone con cui mi trovo). Non cambio faccio, non cambio personalità, non mi invento personaggi. E se interagisco con qualcuno, se ci scambio messaggi su una qualunque piattaforma, se ci instauro una conversazione, io tengo sempre presente che dall’altra parte c’è un essere umano reale, come me, coi suoi sentimenti, coi suoi problemi, con le sue debolezze e con la sua ricchezza umana da condividere.

Per me, se ho avuto scambi interessanti con qualcuno, viene istintivo considerarlo in maniera diversa da un semplice nick dietro uno schermo: è una persona con cui ho avuto una conversazione; accidenti, certe volte mi chiedo che fine abbiano fatto persone con cui magari ho scambiato alcune parole anni fa in una stazione, figuriamoci se può “scorrermi addosso” un’interazione del genere.

Non è amicizia, sia chiaro, l’amicizia è ben altra cosa (e ne esistono parecchi livelli), ma è qualcosa in più del non conoscersi per niente: e quel qualcosa in più è il motivo per cui un defollow, una rimozione da persone con cui ho avuto interazioni ha sempre il sapore di una porta chiusa in faccia quando sarebbe stato sufficiente un saluto; quel qualcosa in più è il motivo per cui un messaggio senza risposta è visto non come un atteggiamento normale, ma come uno sgarbo ingiustificato.

Ma, dicevamo, per molti non è così e se la maggioranza la vive diversamente, indubbiamente il problema diventa solo mio.
Social diventa sinonimo di superficialità.
Non conta la verità, ma l’apparenza.
Non contano i contenuti, ma i numeri.
Non conta parlare, ma urlare.

Giusto in questi giorni leggevo (di nuovo) di gruppi che puntano a far retwittare (o non retwittare) certi utenti e io, ingenuo, a chiedermi perché. Il retwitt non dovrebbe essere la condivisione di un pensiero? Allora perché dovrebbe essere fatto o non fatto in base alle persone di una lista? Perché non conta più il messaggio, ma solo il numero sotto di lui.

E così su Instagram. Io non uso quasi mai hashtag, pur sapendo che usandoli avrei molti più like e interazioni: solo che spesso quei like sarebbero finti. Sarebbero bot programmati per metterli. Sarebbero scambi di favori. Sarebbero, di nuovo, apparenza. Uno strumento utilissimo come un hashtag (nato per cercare tutto ciò che è attinente a un certo argomento) è diventato una rete a strascico per incrementare numeri. E io me ne tiro fuori.

Così mi trovo a rispondere a qualche tweet o post su instagram e, spesso, neanche ricevere risposta: i miei numeri sono troppo bassi per essere interessante, quindi inutile sprecarsi.

Sia chiaro, ovviamente sto generalizzando, perché di persone che in qualche modo la vivono come me ne ho fortunatamente incontrate e ogni tanto ne incontro ancora: ma sono l’eccezione, non la regola. Mai la regola.

Quindi sono qui, nella mia piccola nicchia social poco attraente ma ragionevolmente confortevole, a scontrarmi periodicamente col fatto che, forse, sono più analogico di quanto mi piaccia ammettere o, semplicemente, mi piaccia ancora ricordarmi cosa c’è dietro ognuno degli avatar che compaiono sui nostri schermi.

Persone.

Sarebbe bello ce lo ricordassimo tutti, forse, ma (di nuovo) probabilmente sbaglio io.

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About Aries

Finché potrò continuerò ad osservare. Finché osserverò continuerò ad imparare. Finché imparerò continuerò a crescere. Finché crescerò continuerò a vivere.

2 commenti

  1. “molto prima di parecchi di voi” significa BBS?

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