In casella

Un biglietto in casella (e lasciamo perdere l’incazzatura a latere relativa a quel biglietto, non approfondisco ora).
Un biglietto in casella, dicevo.
C’è una raccomandata.
E ovviamente bisogna aspettare per ritirarla.

Ed è così che arriva, come una cascata, la paura.
Quella che il tempo sia scaduto, che non ce l’ho fatta, che ora bisognerà vedere se ci si può salvare.
È una paura irrazionale per vari motivi, ma è viva, forte, travolgente, soffocante.
Non se ne va, non se ne vuole andare, ride dei momenti in cui hai pensato di essere un po’ più tranquillo.
Ride di te.

Poi riesci a recuperare la raccomandata prima del tempo.
È una rottura di palle, sì, possono essere soldi da tirare fuori, sì, ma non è quello.
Puoi respirare (e quando respiri davanti alla possibilità di dover comunque tirare fuori soldi, la tua vita non è esattamente il massimo).
Puoi far finta di ingannare di nuovo la paura.
Puoi tornare ad aspettare risposte.

E pensi che tu, così, non vuoi più vivere.
Che non puoi essere in balia della paura in questo modo.
Sai che è normale, sai che sarebbe strano il contrario, ma non vuoi.

E speri che per una volta arrivino le risposte giuste, così che quando quella stronza si farà viva ancora, sarai tu a sogghignarle dietro.

E intanto, di nuovo, ti rialzi.

Forza.

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Nuove solitudini

Sono giorni, forse settimane, che sto mettendo a fuoco una sensazione generale che è sempre meno rumore di fondo e sempre più qualcosa di definito e reale.
La sensazione è che molto intorno a me, persone e interazioni, si stiano in qualche modo trasformando in qualcosa di più instabile e volatile.
Rapporti che per anni sono stati assodati che ormai stanno assumendo contorni completamente diversi.
Presenze diventate assenze.
Certezze diventate dubbi o, peggio, certezze contrarie.
Contatti che si affievoliscono.
Delusioni (e si sa).
Situazioni che, per stare in piedi, richiederebbero energie bilaterali o sforzo doppio da una parte che, onestamente, sono stufo di mettere.
E anche nei nuovi contatti spesso non mi capita di provare quella piacevole emozione della conoscenza e della scoperta di una nuova persona che prima erano invece dei punti fermi.
Poi, ovviamente, ci sono eccezioni.
Qualche (raro) amico che si è mostrato anche più speciale di quanto pensassi.
Qualche persona che si è dimostrata amica e presente quando non era tenuta a farlo.
Qualcuno che ancora, di suo, cerca il contatto e lo scambio e, soprattutto, dimostra piacere quando ti sente. E ti cerca pure.

Indubbiamente sono cambiato io, di nuovo: sono sempre una persona che ama interagire, ma sono probabilmente più stanco di essere il maggior investitore in qualunque dinamica; non mi basta più e inizio a non scusare più.
Mi fermo.
Non cerco più.
Osservo.
Guardo dove vanno spontaneamente le interazioni.
Traggo conclusioni.

Ne nasce una nuova solitudine, in parte cercata, in parte subita.
Cercata perché se devo passare del tempo con persone con cui non c’è (o non c’è più) feeling, preferisco passeggiare da solo o leggere con Stitch addosso.
Subita perché, comunque, io sono un animale sociale e la solitudine funziona solo se cercata, non per situazioni contingenti.
E so bene che le due frasi possono sembrare in contrapposizione, ma non lo sono, basta saperle leggere.

In alcuni momenti mi viene anche voglia di fermare l’interazione con qualunque social per un po’: mi spiacerebbe, perché qualche contatto piacevole ed esistente solo via quelle piattaforme c’è, ma la desolazione che vedo in giro mi disarma.
E le persone che interagiscono con “l’amore del periodo” pure.
E la gente di merda che riempie le varie piattaforme fa perdere fiducia nell’umanità.

Forse il riassunto più banale è che ho bisogno di interagire, ma di farlo arricchendomi emotivamente e intellettualmente e, in questo momento, capita sempre meno.

O forse non è neanche questo, chi lo sa, e questo post è un’accozzaglia di pensieri poco coerenti, ma pazienza.

Instabile e volatile anche lui.

Va bene così.

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Incidentalmente

Bello il temporale, eh?
Con giornate così calde, un po’ di pioggia ci vuole.
Assolutamente.
Nulla da dire.

Poi, magari, sarebbe pure meglio se:

  • Non arrivasse mentre sono fuori a mangiare un gelato, imprigionandomi sotto un balcone per più di venti minuti
  • Trascorsi i venti minuti non fossi stato costretto comunque ad andare verso la macchina per evidente prolungamento del suddetto diluvio
  • Non stessi indossando scarpe aperte che, col sempre suddetto diluvio, generano quelle effetto “walking on water” che fa tanto nuovo messia ma poco camminata stabile
  • Nonostante l’ombrello non mi fossi ridotto a dover letteralmente strizzare buona parte degli indumenti indossati. Anche la biancheria.
  • Non avessi dovuto provare l’ebbrezza di infilare i piedi, praticamente nudi, in una sicuramente igienicissima pozzanghera milanese di quel bel colore marrone fosforescente sempre così di moda, generando quel gradevole istinto di strapparseli a morsi.
  • Non mi avesse allagato in corrispondenza di ogni finestra di casa, ovviamente lasciata aperta

Però bello, eh?

Sì sì.

Va beh, vado a dormire sfruttando almeno l’aria più fresca. Dopo essermi amputato i piedi, ovvio.

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Evolvendo

Ho aperto la mia attività, ufficialmente, il 1 gennaio 1999.
Non avevo ancora 25 anni e le mie conoscenze erano, come può essere immaginabile, un decimo, probabilmente anche meno, di quelle che ho adesso.

Aprii in modo probabilmente un po’ irresponsabile, con un solo cliente inizialmente sicuro e la volontà di offrire il maggior numero di servizi possibili: ricordo dei volantini in cui tra tutte le attività proposte c’era anche la traduzione di testi, per dire.
Erano anni senza adsl, senza social, in cui io stesso non avevo ancora un sito (e non lo avrei avuto per diverso tempo), la carta intestata aveva un logo che definire imbarazzante sarebbe essere clementi, sviluppavo software su piattaforme e linguaggi che ora non avvicinerei con un bastone da tre metri.
Ero un principiante, cosciente di esserlo, ma con tanti sogni e speranze.
Ci sono voluti anni di gavetta, gavetta vera, in cui mi dividevo tra il lavoro vero e proprio per la ditta, quello parallelo come docente aziendale e quello, quasi full-time per un periodo, di insegnante in una scuola superiore.
Anni in cui ogni cliente era un benedizione, in cui vendevo pc anche ai privati, in cui 50 o 100 euro guadagnati su un pc potevano cambiare l’andamento di un mese.
Non ho mai smesso di imparare.
Imparare dai miei errori, imparare dalle nuove proposte che mi venivano fatte, imparare da un progetto dietro l’altro: ciò che non sapevo fare (ed erano tante le cose), se non totalmente fuori portata, lo imparavo; in alcuni casi ne diventavo anche esperto.
Questo è ciò che ho sempre fatto, ciò che faccio tutt’ora.
Evolvo.
E così fa la clientela a cui mi rivolgo, i clienti con cui lavoro.
Se anni fa potevano essere piccole aziende (o privati, finché non decisi di mollarli) che avevano certe esigenze di base e con le quali non ci si formalizzava troppo in termini di rapporti e servizi, col tempo le cose sono diventate più grandi, serie e professionali: non lo dico per chissà quale desiderio di vantarmi, lo dico per pura presa di coscienza.
Potrei nominare almeno tre marchi nazionali o internazionali che lavorano o hanno lavorato con software sviluppato in toto o parzialmente da me.

Ora, diciassette anni dopo, mi trovo quindi in una situazione piuttosto particolare: da una parte ho la clientela allineata con ciò che sono ora, quella che mi dà lavoro ogni mese, quella che mi fa lavorare a progetti di certe dimensioni, dall’altra ho quei piccoli clienti rimasti dai primi giorni; alcuni sono spariti, vuoi per esaurimento delle esigenze, vuoi per allontanamento naturale, ma due o tre sono rimasti.
Il che non sarebbe neanche un male: certo, non mi danno granché da vivere, ma in linea di massima sono poco invadenti e poco problematici.

Ma (perché, ovviamente. c’è un ma).
Loro non sono evoluti. C’è chi lavora con me da diciassette anni e, in diciassette anni, non ha mai aperto la sua mentalità, non ha mai cercato di ottenere più di quanto fosse la base e, spesso, neanche quella: risparmio immediato, poco sguardo al futuro, zero voglia di investire.
Così era, così è.
Inutile proporre innovazioni serie, il muro è sempre stato lì ad attendere.
E per il me di diciassette anni fa non era un problema: io ero a quel livello allora.
Per il me odierno il problema c’è.
C’è soprattutto se un cliente che non ti dà da mangiare neanche per due settimane in un anno finisce per sentirsi in diritto di pretendere come se fosse il più importante, come se tu non aspettassi altro che le sue richieste.
C’è se si perde il senso della prospettiva, perché se 17 anni fa io non avevo termini di confronto, ora li ho eccome e, di nuovo, il re è nudo.

Per cui i clienti storici che hanno richieste equiparabili a quello che sono disposti a pagare sono ben accetti.
Gli altri no.
Non più.
Perché il mio lavoro, mi spiace, vale molto più di quello che loro sono disposti a offrire.
Motivo per cui, al 99%, entro settembre uno di questi clienti perderà il suo consulente.

La mail sarà una cosa del tipo “mi rendo ormai conto che le vostre esigenze specifiche non sono compatibili con le disponibilità che sono in grado di darvi, per cui ritengo corretto lasciarvi liberi di scegliere un nuovo consulente più adeguato alle vostre richieste”.

Che, in diplomatichese, significa “non mi scassate più le palle, perché non ho tempo da perdere con voi, cercatevi uno studente universitario che vuole arrotondare”.

D’altronde mi sono evoluto anche nella comunicazione, no?

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Urgenza

– Non riesco più a lavorare! I programmi non mi permettono di salvare!
– Avete messo le credenziali che vi ho girato due mesi fa?
– Ci abbiamo provato, ma non ci siamo riusciti (sic!), per cui abbiamo ritenuto di non doverle inserire
– 
Cioè, io vi ho detto che dovevate inserirle se no si bloccava tutto e voi non le avete messe e non mi avete avvisato?
– Esatto

Ecco, l’urgenza sai dove te la devi ficcare ora? (Questa non l’ho detta, ma c’è mancato poco. Pochissimo)

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