Brevemente

Cosa celebri oggi?
Sono sveglio dalle 5.30, ho fatto Milano – Pesaro – Milano in giornata, preparato una riunione in treno, svolto riunioni per tutto il giorno, rincorso i treni per non perderli e rientrato a casa alle 20.
Oggi celebro il letto e la temperatura di 21 gradi, se non vi spiace.
Notte.

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Pause

Tra i tanti aspetti che chi ha sempre lavorato come dipendente fa fatica spesso a comprendere di chi lavora in autonomia c’è, se quest’ultimo non ha un giro di entrate piuttosto ragguardevole, quella che chiamo la “dicotomia del riposo”.
Provo a spiegare, sperando di riuscire a trasmettere la sensazione.

Partiamo da un presupposto che dovrebbe essere banale: se lavori in proprio vieni pagato esclusivamente per le giornate in cui lavori; chi lavora dipendente prende sempre lo stipendio e, anzi, in alcuni mesi ne prende due (chi una volta, chi due l’anno). Cosa significa questa ovvietà? Significa che chi lavora in proprio, ogni volta che ha bisogno o decide di concedersi del riposo, lo sta facendo di tasca propria, sta letteralmente spendendo il doppio se non di più, perché qualunque cifra lui spenda in quel periodo non è integrata da alcun tipo di entrata. 

“Beh, ti rifai gli altri mesi” potrebbe obiettare qualcuno, saltando a pié pari la mia premessa “se non ha un giro di entrate ragguardevole”: perché sarebbe il caso di abbandonare queste leggende metropolitane degli autonomi che lavorano due ore al giorno e poi vivono praticamente di rendita; ci sono pochi fortunati che magari sono in condizioni non dico uguali a tale leggenda, ma comunque avvantaggiate, ma la maggior parte di noi si barcamena cercando di vivere una vita dignitosa con le entrate a disposizione. Finché queste entrate ci sono.

Quindi scegliere di riposare significa dover decidere tra concedersi una meritata pausa sapendo che si rinuncia alla tranquillità economica per quel periodo oppure non concedersi nulla, cercare di fatturare il più possibile ma finendo poi per esaurire totalmente le proprie energie.

Per questo sindacare sulle ferie di chi lavora in proprio può essere offensivo, perché se quella persona ha deciso di fermarsi significa che ne ha davvero bisogno, tanto da rinunciare a essere pagato per quel periodo pur di farlo: sarebbe carino ricordarselo, ogni tanto, almeno si eviterebbe il rischio di sentirsi rispondere molto male dopo l’ennesima allusione.

Cosa celebri oggi? 
Celebro l’aver imparato quali devono essere le mie priorità, anche se non sempre riesco a metterlo in pratica. Celebro il rispetto per le mie esigenze rispetto all’abbassare la testa davanti a qualunque richiesta. Celebro la capacità di ricordare il mio valore a me prima che agli altri. Celebro il rispetto di chi capisce e la speranza che altri imparino. 

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Celebrare

Oggi sono stato a un funerale: il padre di un collega è morto in un incidente e ho voluto partecipare. Come si sa non sono credente, non so se ci sia qualcosa dopo la morte, ma penso che i funerali siano importanti soprattutto per chi resta: aiutano a condividere il dolore, a sentire il calore di chi è lì per dare supporto. Non tutti coloro che vanno, ovviamente, lo fanno per dare questo tipo di sostegno, ma comunque rimane una parte importante e consistente della cerimonia.

Ricordo ancora quando anni fa io e altri del forum andammo a Padova per dire addio a un nostro amico che ci aveva abbandonato troppo presto e ricorderò sempre l’abbraccio del padre quando mi e ci vide.

Mi sono fatto qualche scrupolo prima di decidere se andare, perché temevo di risultare invadente in un momento estremamente intimo, ma poi ho pensato che l’affetto, se sincero e non intrusivo, non può essere invadente e che è meglio abbandonare uno scrupolo se la contropartita è dare un grammo di sostegno; penso di aver avuto ragione e penso che sia uno spunto su cui dovremmo tutti soffermarci, ogni tanto: la necessità di abbandonare il pudore di certi sentimenti a favore dell’umanità della presenza.

Ogni volta che si va a un funerale si ascoltano sempre molti discorsi simili tra loro, in primis quello del “è in momento come questi che ti rendi conto dell’importanza delle piccole cose”; ed è vero, verissimo, ma sarebbe importante non dovercene rendere conto quando è troppo tardi. Io, oggi, quell’epifania non l’ho vissuta, perché quel pensiero mi accompagna sempre, anche quando non riesco a metterlo in pratica come dovrei e vorrei: è il pensiero che mi ha fatto ribadire anche qui sopra come non sia vero che c’è sempre tempo, è il pensiero che mi fa incazzare quando vedo persone che si perdono di vista perché “tanto prima o poi ci sentiamo”, scordandosi o rimuovendo che quel poi potrebbe non arrivare mai.

No, non ho vissuto quest’epifania, oggi, ma mi sono comunque ricordato di quanto sia importante fermarsi e ringraziare ciò che si ha: senza mai scordare, questo no, di ciò che manca e si sogna, ma permettendosi di godere della gioia di oggi, anche minima, anche infinitesimale.

Tempo fa scrissi che se avessi dovuto fare oggi il 100 happy days avrei fatto molta fatica: il pensiero si applicava al periodo nero trascorso, ma come ho già scritto non posso dire che ora mi verrebbe facile e questo non mi sta bene; combinazioni e caso (esistono? Di solito direi di sì, ma certe volte sanno essere molto ben organizzati) hanno fatto sì che incappassi oggi nel post su instagram di un’attrice di una serie tv che ho iniziato a seguire da un paio di giorni: il post conteneva un numero progressivo (su 365) e una frase relativa a cosa stava celebrando oggi; qualcuno le ha chiesto cosa fossero questi post di celebrazione e lei ha risposto che qualche mese fa ha perso un amico e, nel dolore, ha deciso di celebrare ogni giorno qualcosa di bello per condividerlo con chi la segue e diffondere vibrazioni positive.

L’ho trovata un’idea veramente bella e, in aggiunta, ho amato molto il suo messaggio di celebrazione di oggi, che condivido qui sotto e poi traduco per chi non mastica l’inglese.

 

What do you celebrate today? Day 114 of 365. Today I celebrate the start of a new adventure. Jumped off a plane last night from Portland, slept for zero hours, headed back to the airport, and about to be airborne again. I love this moment because it always scares the crap out of me. The moment when you gently shut one door behind you and turn around knowing you will face the vast expanse of the unknown. The moment you graduated high school, the moment you and your partner split up, the moment you walked away from a funeral, the moment you left the hospital with a newborn. It’s overwhelming. It’s scary. It’s exciting. And the possibilities are endless. So here’s to hoping the new adventure leads you further down the path towards happiness. Do what you do, keep your head high, work hard, remember to smile, it’s going to be great. #celebrate #appreciate

Un post condiviso da Katrina law (@katrinalaw) in data:

Cosa celebri oggi? Giorno 114 di 365. Oggi celebro l’inizio di una nuova avventura. Sono saltata giù da un aereo l’altra notte da Portland, non ho dormito, sono tornata in aeroporto e sto per partire di nuovo. Amo questo momento perché mi spaventa sempre a morte. Il momento in cui chiudi delicatamente una porta dietro di te e ti volti sapendo che affronterai la vasta distesa dello sconosciuto. Il momento in cui ti diplomi, quando tu e il tuo partner vi lasciate, quando vieni via da un funerale, quando lasci l’ospedale con un neonato. È travolgente. È spaventoso. È emozionante. E le possibilità sono infinite. Così celebro la speranza che la nuova avventura ti porti un po’ più avanti lungo il percorso verso la felicità. Fate ciò fate, tenete la testa alta, lavorate sodo, ricordate di sorridere, andrà alla grande. 

E leggerla mi ha fatto pensare che forse, forse, per alimentare la positività non si possa partire dall’attesa che il male finisca del tutto, ma che si debba per forza cominciare dal dare forza a quello che c’è già e che, quindi, l’idea della celebrazione giornaliera potrebbe servire anche e soprattutto quando è più difficile; ho visto il dolore e la rabbia avvelenare persone anche vicine e non voglio succeda anche a me, pertanto cercherò di concentrarmi e celebrare qualcosa di bello ogni giorno. Non so se riuscirò proprio tutti i giorni e non so se durerà un anno, ma so che proverò a renderlo una costante, sia esso come post a sé stante o come post-scriptum in coda a qualcosa di totalmente slegato.

Ci provo. 

E, se vi va e dove vi va, magari provateci anche voi.

Cosa celebri oggi? Giorno 1
Celebro l’istante di sollievo all’interno del dolore, il calore di un abbraccio, la stretta di mano che parla più delle parole, i grazie sentiti, i non c’è di che inutili ma sinceri, la capacità di sentire il dolore altrui come fosse proprio e di condividerlo anche solo per un passo. Empatia.

 

 

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(A)social

Ho un problema coi social. O meglio, ho un problema con le interazioni virtuali, problema che ho in realtà sempre avuto ma che, periodicamente, finisce per risultare più evidente e fastidioso.
La questione non è complessa: io, da che ho un accesso a internet (il che significa da molto prima di parecchi di voi) ho sempre amato interagire con persone sugli antenati dei social: poteva trattarsi di newsgroup o di chat (ah, il caro vecchio irc), ma l’interazione è sempre stata per me fondamentale; e, anche allora, mi scontravo con una certa posizione mentale: per me, coloro con cui interagivo, erano persone; lontane, certo, che non avrei probabilmente mai incontrato, ovvio, ma persone: persone fisiche con cui potevo avere a che fare a distanza.

Banale? Forse, eppure scoprii fin troppo in fretta che non tutti la pensavano così e che, anzi, il mio modo di concepire la rete era in minoranza: tanti preferivano considerare il virtuale come totalmente separato dal reale, alcuni arrivavano a costruirsi un personaggio che poi cercavano di seguire alla perfezione; immagino che leggendo questa descrizione possiate riconoscere meccanismi tutt’ora tristemente esistenti: persone che si “vendono” per ciò che non sono, leoni da tastiera, individui che ritengono il virtuale (e i social) come un grande campo giochi che non ha legami con la realtà; l’unica differenza tra allora e oggi è nella mole di persone che interagiscono, nell’enormità delle dinamiche che si innescano, nella frequenza con cui si instaurano certi meccanismi.

“E’ solo un social” è una frase che ho letto miliardi di volte. “La vita reale è altro” idem. 

Ecco, io non sono mai riuscito davvero a vederla così.
Io sono io. Ciò che dico e faccio in rete lo dico e faccio nella vita reale (ovviamente in base alle persone con cui mi trovo). Non cambio faccio, non cambio personalità, non mi invento personaggi. E se interagisco con qualcuno, se ci scambio messaggi su una qualunque piattaforma, se ci instauro una conversazione, io tengo sempre presente che dall’altra parte c’è un essere umano reale, come me, coi suoi sentimenti, coi suoi problemi, con le sue debolezze e con la sua ricchezza umana da condividere.

Per me, se ho avuto scambi interessanti con qualcuno, viene istintivo considerarlo in maniera diversa da un semplice nick dietro uno schermo: è una persona con cui ho avuto una conversazione; accidenti, certe volte mi chiedo che fine abbiano fatto persone con cui magari ho scambiato alcune parole anni fa in una stazione, figuriamoci se può “scorrermi addosso” un’interazione del genere.

Non è amicizia, sia chiaro, l’amicizia è ben altra cosa (e ne esistono parecchi livelli), ma è qualcosa in più del non conoscersi per niente: e quel qualcosa in più è il motivo per cui un defollow, una rimozione da persone con cui ho avuto interazioni ha sempre il sapore di una porta chiusa in faccia quando sarebbe stato sufficiente un saluto; quel qualcosa in più è il motivo per cui un messaggio senza risposta è visto non come un atteggiamento normale, ma come uno sgarbo ingiustificato.

Ma, dicevamo, per molti non è così e se la maggioranza la vive diversamente, indubbiamente il problema diventa solo mio.
Social diventa sinonimo di superficialità.
Non conta la verità, ma l’apparenza.
Non contano i contenuti, ma i numeri.
Non conta parlare, ma urlare.

Giusto in questi giorni leggevo (di nuovo) di gruppi che puntano a far retwittare (o non retwittare) certi utenti e io, ingenuo, a chiedermi perché. Il retwitt non dovrebbe essere la condivisione di un pensiero? Allora perché dovrebbe essere fatto o non fatto in base alle persone di una lista? Perché non conta più il messaggio, ma solo il numero sotto di lui.

E così su Instagram. Io non uso quasi mai hashtag, pur sapendo che usandoli avrei molti più like e interazioni: solo che spesso quei like sarebbero finti. Sarebbero bot programmati per metterli. Sarebbero scambi di favori. Sarebbero, di nuovo, apparenza. Uno strumento utilissimo come un hashtag (nato per cercare tutto ciò che è attinente a un certo argomento) è diventato una rete a strascico per incrementare numeri. E io me ne tiro fuori.

Così mi trovo a rispondere a qualche tweet o post su instagram e, spesso, neanche ricevere risposta: i miei numeri sono troppo bassi per essere interessante, quindi inutile sprecarsi.

Sia chiaro, ovviamente sto generalizzando, perché di persone che in qualche modo la vivono come me ne ho fortunatamente incontrate e ogni tanto ne incontro ancora: ma sono l’eccezione, non la regola. Mai la regola.

Quindi sono qui, nella mia piccola nicchia social poco attraente ma ragionevolmente confortevole, a scontrarmi periodicamente col fatto che, forse, sono più analogico di quanto mi piaccia ammettere o, semplicemente, mi piaccia ancora ricordarmi cosa c’è dietro ognuno degli avatar che compaiono sui nostri schermi.

Persone.

Sarebbe bello ce lo ricordassimo tutti, forse, ma (di nuovo) probabilmente sbaglio io.

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Il costo degli escrementi

Ieri, scorrendo la home su facebook, mi è comparso un annuncio sponsorizzato: si tratta di felini (strano, eh?) per cui l’attenzione è catturata.

Il prodotto di cui si parla si chiama “Litter-Robot III” e la pubblicità afferma “Gain time and save litter while eliminating your cat’s odors with the Litter-Robot Open Air.”

Accidenti, mi sono detto, si guadagna tempo, si risparmia sabbia, non ci sono più odori: figata!

Così (mea culpa) ho deciso di andare sul link e vedere di cosa si trattasse.

Riassumendo si tratta di un futuristico sistema di bagno automatico per gatti con tanto (e non scherzo) di led azzurro e scarico della sabbia in un cassetto sottostante.

Ho iniziato ad avere qualche dubbio: conoscendo i felini, un aggeggio del genere finirebbe molto probabilmente osservato come uno strumento infernale e ci si troverebbero escrementi felini in giro per casa, in segno di protesta per tale oltraggio.

Ma ho deciso di andare oltre, pensando che, dai, hanno inventato una cosa del genere, la renderanno appetibile per farla provare, no? Vediamo quanto costa, suvvia.

……

………..

539,00 euro.

CINQUECENTOTRENTANOVEFOTTUTISSIMISTRACAZZUTIEURO.

Cinquecentotrentanoveeuro per non fare la fatica di pulire la sabbia del gatto.

Ora.

Parliamone.

La ragazza che viene a curare Stitch quando sono via prende cinque euro e gli dà da mangiare oltre a pulire la sabbia. € 539 / 5 = 108 giorni.

E, soprattutto, neanch’io espleto le mie funzioni corporali su qualcosa che costa 539 euro.

Cinquecentrotrentanoveeuro.

Come avessi accettato, eh?

Ma anche no, direi

PS: per chi mettesse in dubbio, qui c’è il link http://www.robotshop.com/eu/en/litter-robot-open-air-automatic-litter-box-eu.html?utm_source=Facebook&utm_medium=Paid+Social&utm_campaign=Are+you+still+scooping+litter%3F+%28Robotshop+Look-A-Like%29+-+Rest+of+Europe

 

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