Proverbialmente

Come già detto, ci sono clienti minori di cui ormai mi sono stufato e che sto pian piano sganciando o ridimensionando.
Uno di questi, nell’ultimo anno, è andato peggiorando, con ritardi nei pagamenti e spesso anche nei semplici riscontri alle mail: cosa, questa, che ritengo gravissima anche solo per una questione di correttezza ed educazione.
Orbene, il giorno prima del mio compleanno ho mandato loro una mail piuttosto dettagliata in cui segnalavo che non solo il contratto era ormai in scadenza, ma che se avessero voluto rinnovarlo non avrei più permesso il pagamento a 30 giorni (che, spesso, facevano diventare 60), ma la scadenza sarebbe stata immediata e, soprattutto, i servizi non sarebbero stati erogati fino a pagamento avvenuto.

Ovviamente non ho ricevuto risposta di alcun tipo.

Poi, due giorni fa, uno di loro mi contatta per una problematica e rispondo che il contratto è scaduto e che loro non hanno ancora comunicato cosa vogliono fare.

La persona ha ben pensato di rispondere “ah, è scaduto? E quando ce lo ha detto?”.

Giuro che non ci ho visto più, ho raccolto comunque un po’ di educazione residua, e ho riassunto le varie mail mandate, segnalando che non si sono mai degnati di rispondere.

Risultato?

Nessuna risposta, ovviamente.

Il che mi facilita solo nella chiusura di un rapporto ormai insoddisfacente: sarà molto divertente quando avranno un problema vero da risolvere. Quando, non se. Conosco i miei polli.

Intanto io aspetto, che qui sulla sponda di questo fiume si sta parecchio comodi.

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Poco

Esselunga di Piazza Gae Aulenti.
Sto facendo due acquisti veloci usando il Presto Spesa (che, per chi non lo conoscesse, è il meccanismo che permette di sparare i codici a barre e pagare in autonomia, dover fare coda in cassa).
Mentre attendo di chiedere un sacchetto alla cassiera, un signore anziano prima di me le chiede “e ora  cosa devo fare?”.
Evidentemente il signore non aveva mai usato il Presto Spesa, ma purtroppo la cassiera sta facendo una verifica del carrello di un altro cliente e, oggettivamente, non può raggiungerlo: gli dice solo al volo che deve leggere il codice a barre della colonnina, ma il signore è ancora confuso.

Così mi avvicino io, gli spiego cosa deve fare, lo guido passo passo finché non arriva il momento di pagare.

Lui, dopo i primi step, si volta con uno sguardo stupito, come se mai avesse potuto aspettarsi una mano, e mi dice solo grazie, col sorriso e il tono di voce di chi grato lo è davvero e, contestualmente (appunto), sorpreso.

Sorrido, recupero i miei sacchetti e vado a pagare i miei tre euro di spesa, mentre ho la conferma che sì, a volte basta davvero poco.

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Zdenêk

Penso fosse l’81 o l’82 e ricordo bene che un mio compagno di classe, eravamo alle elementari, portò a scuola questo libro alto, con la copertina rossa e un titolo che ne occupava un terzo: “Quando l’uomo non c’era”.
In mezzo campeggiava un’immagine che sembrava una foto, per quanto era fatta bene, ma non poteva in alcun modo esserlo: era un Iguanodonte, in pose su uno sfondo preistorico, in tutta la sua maestosità.
Come succede in questi casi, il mio compagno (che non mi stava, per di più, granché simpatico) avevo portato il libro più per pavoneggiarsi e fare invidia che per condividerlo, così ebbi modo soltanto di sbirciare alcune pagine e mi sembrava fosse la cosa più bella che avessi mai visto.
Glielo invidiai come mai avevo invidiato qualcosa prima.

Tornai a casa e lo raccontai ai miei genitori che, visto l’entusiasmo, finirono per regalarmelo: non ricordo quanto tempo dopo, ricordo solo la gioia e l’emozione; finalmente avevo quello scrigno prezioso ed era tutto mio.

Non so quante volte lo lessi: la parte dei testi, a dire il vero, era tanto scarna da essere quasi ridicola, ma le immagini, le immagini erano tutto. Non mi ero mai immaginato che ci potessero essere disegni (anzi, dipinti) di dinosauri così meravigliosi. Erano vivi, erano lì davanti a me, sembrava di vederli, di poterli toccare: i classici Triceratopi, Stegosauri e T-Rex, ma anche altri che mai avevo visto o sentito nominare; fu su quella pagine che vidi per la prima volta un Brachiosauro, così come l’Iguanodonte di cui sopra, i Mosasauri e tanti altri.
Prima di quel libro, l’unico altro che era passato tra le mani era il Grande Libro della Natura che aveva solleticato la mia curiosità senza saziarmi: poche informazioni (alcune palesemente sbagliate), disegni banali, non mi bastava affatto. 
Ma questo, questo mi faceva sognare.
Poi, in seguito, arrivò il Grande Libro della Preistoria, quello sì pieno di nozioni interessanti e approfondite, ma quei disegni erano imbattibili.
L’autore si chiamava Zdenêk Burian e lui fu, senza ombra di dubbio, il colpevole di quell’amore che tutt’ora ho per i bestioni mesozoici: ogni suo dipinto era arte pura, capace di avvolgere ed evocare come pochi altri.
Qualche anno dopo trovai un altro libro, “Animali e piante della preistoria” che aveva i suoi dipinti e, stavolta, schede informative più accurate: fu, di nuovo, un invitarmi a nozze, anche se molti di quei disegni erano gli stessi presenti nell’altro libro. Non aveva importanza, l’amore non si ferma davanti a queste quisquilie.

Quei due libri sono ancora con me, consumati, invecchiati, ma sempre col loro fascino: ho comprato giusto qualche mese fa un volume interamente dedicato alla “Paleoarte” e, pur avendo incrociato lì sopra vari autori più che talentuosi, ciò che realizzò Burian rimane per me ineguagliato.

Di certo c’è l’ingrediente del primo amore che influisce, ma sono anche convinto che certi artisti rimangano unici e ineguagliabili.

Come dicevo prima, se a distanza di più di trent’anni compro ancora modellini di dinosauro, se mi emozioni all’idea che ad agosto vedrò uno scheletro di Brachiosauro al museo di storia naturale di Berlino, se vedere gli Iguanodonti a quello di Bruxelles mi fece tornare subito alla mente quella copertina, è per buona colpa parte di un pittore ceco morto nel 1981 e della sua capacità di far sognare un ragazzino molto nerd, prima di conoscere il significato della parola nerd.

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Ristampa N. 13 (nonché ultima): Jekyll & Hyde Inc.

Prima di recuperare quest’ultima ristampa avevo pensato “beh, dai, questa è recente, di pochi mesi”, poi ho guardato la data: 10 ottobre 2015.
Poco prima che iniziasse tutto, che io scoprissi la malattia di Zen, che le cose precipitassero su altri fronti.
Ricordo ancora il giorno in cui l’ho scritto: ero a Torino, seduto a un tavolino del Parco del Valentino, in una tiepida giornata autunnale.
È un racconto autobiografico nel sentire se non negli eventi (al netto di metafore) e gli sono abbastanza affezionato.
Con questa, dicevo, si chiudono le ristampe: non so quanto siano state gradite, se dovessi giudicare dai commenti direi ben poco, ma per me è stato un modo di tirare le file su quanto scritto negli anni dal punto di vista puramente creativo, romanzo a parte. È interessante vedere l’evoluzione dello stile, sempre che ci sia, ma anche degli argomenti e del modo di raccontarli, così come rendersi conto del parallelo tra momenti nella vita e nella scrittura.
Bla bla bla, diranno alcuni. Al solito, pazienza.
Vi lascio alla (ri)lettura.

Jekyll & Hyde Inc.

Jekyll aveva trascorso anni pensando di comandare.

O meglio, di essere solo, che si può pensare di comandare solo se c’è qualcuno su cui farlo.

Jekyll era stato a lungo convinto di essere solo, quindi.

Lui imparava, lui decideva, lui provava sentimenti.

Lui.

Lui.

Lui.

Non ricordava quando si rese conto di essersi sbagliato.

Sapeva solo che un giorno si trovò in una stanza chiusa, con un lettino e una finestra.

Aveva guardato fuori per scoprire che qualcun altro aveva preso il suo posto in plancia, cercando di guidare.

Guidare, che parola grossa, meglio dire che stava agendo.

In qualche modo, stava agendo.

Stava facendo ciò che Jekyll non avrebbe mai fatto.

Non parlava quasi mai, ma si faceva capire.

Non mangiava, sbranava.

Non chiedeva, si appropriava o cacciava.

Non amava, desiderava.

Jekyll aveva urlato, strepitato, chiesto di essere liberato, ma l’altro rispondeva solo a grugniti, quando si degnava.

La porta non era chiusa a chiave, era solo troppo pesante da aprire.

L’altro l’aveva chiusa spingendola da fuori e lui era troppo debole, troppo stanco per aprirla.

Avrebbe voluto continuare a urlare fino a farsi liberare, ma qualcosa gli aveva detto che non sarebbe servito a nulla.

Aveva deciso di sfruttare quel lettino per riposare, ritrovare le forze, nonostante il rumore che faceva continuamente l’altro.

Ci vollero mesi.

Nutrirsi non era stato un problema: per quanto grezzo, l’altro sembrava sapere istintivamente come e quanto alimentarlo; certo, non si trattava di quei piatti raffinati a cui si era abituato, ma era cibo nutriente e se lo faceva andare bene.

Anzi, si sarebbe vergognato ad ammetterlo con chiunque, ma certe volte quasi lo preferiva.

Mesi.

Poi una notte si svegliò di soprassalto.

Si era tanto abituato al rumore che la sua assenza l’aveva destato.

Si era alzato, avvicinato a quella maledetta porta per origliare.

Silenzio.

Istintivamente aveva di nuovo provato a spingerla.

Si era aperta.

Era uscito in quel corridoio buio e aveva visto accanto alla sua porta una fila di altre, tutte uguali, non fosse per il fatto che sembravano non essere mai state aperte.

Tutte tranne una, quella più vicina.

Ci si era avvicinato con circospezione, trattenendo il respiro, e aveva sbirciato dentro.

L’altro era lì, in una stanza che sembrava uguale alla sua, tranne per il caos e l’odore ferino.

Era la prima volta che lo vedeva.

Si era aspettato qualcuno simile a lui (ok, magari con meno stile) e invece rimase senza fiato dal suo aspetto.

Era enorme, non portava vestiti e sembrava la sua pelle fosse coperta di scaglie, come quella di un coccodrillo.

Russava.

Jekyll non ci aveva pensato due volte: aveva spinto la porta fino a chiuderla (incredibile quanto gli era stato facile) ed era tornato in plancia col cuore in gola.

C’era voluto così tanto per riparare ai danni che Hyde aveva fatto.

Alcuni erano irrecuperabili, altri rattoppabili con molta pazienza.

Era come se un bulldozer fosse passato su quasi ogni aspetto della sua vita.

Ricordava ancora la sensazione: gli era sembrato di trovarsi davanti a uno strapiombo su cui non era voluto salire e di essere costretto a rimanere fermo lì o lanciarsi.

Si era lanciato e, di nuovo, non avrebbe ammesso con nessuno che lo aveva trovato liberatorio.

Si era sentito libero e vivo.

Trascorsero giorni, settimane, mesi.

Jekyll costruiva, lavorava, godeva di ciò che riusciva a creare e vivere, senza pensare mai alla creatura, Hyde.

Ma Hyde si era svegliato non molto tempo dopo e non era nel suo stile rimanere in silenzio.

Quando Jekyll era stressato, la rabbia di Hyde trasudava e usciva all’esterno.

Quando Jekyll era spaventato, la sua paura faceva scatenare in Hyde l’istinto di fuggire o lottare.

Hyde era lì e non voleva più dormire.

Jekyll imparò a riconoscerlo, a capire quali pensieri erano suoi e quali di Hyde.

Lo combatté con tutto se stesso, spostando parte delle sue energie in quella lotta, distogliendole dalla vita esterna.

Una notte, mentre Hyde dormiva, entrò in silenzio nella sua stanza, deciso a ucciderlo.

Lo soffocò con un cuscino.

Pensava sarebbe stato più difficile.

Jekyll tornò alla sua vita contento come mai.

Hyde era morto, lui era in controllo come avrebbe sempre dovuto essere.

Poco importava che, col tempo, avesse capito che la voce di certe sue passioni era di Hyde, anche se ancora non ne conosceva l’esistenza.

Si convinse che a lui, di quelle passioni, non era mai importato molto.

E poi quella rabbia, quegli istinti, quel reagire agli odori erano così spaventosi.

Rabbrividì al pensiero e cercò di dimenticare quel mostro scaglioso una volta per tutte.

Ma le energie che aveva sprecato per combattere Hyde l’avevano indebolito più del dovuto e la vita era andata avanti come sempre.

Difficoltà.

Dolori.

Fastidi.

Jekyll cercò di tenere testa a tutto, ma con sempre più stanchezza, con meno convinzione.

Qualcosa gli mancava.

Quando qualcosa andava storto non si arrabbiava, ma si infastidiva in silenzio.

Quando provava un sentimento si convinceva non ne valesse la pena.

Quando incontrava un bivio sceglieva sempre quello pianeggiante.

Quando provava un dolore lo faceva accumulare, non riuscendo a sfogarlo.

Si indebolì giorno dopo giorno.

Si ingrigì.

Cominciò a svegliarsi solo per abitudine.

Poi accadde.

Non ebbe bisogno di addormentarsi, quella volta.

La porta di Hyde esplose.

La creatura, molto meno morta di quanto Jekyll pensasse e molto più arrabbiata di quanto potesse desiderare, travolse ogni cosa gli capitasse davanti.

Quando si trovarono faccia a faccia, Jekyll svenne.

Si svegliò tempo dopo.

Quella volta non ebbe bisogno di capire cosa fosse successo.

Hyde gli aveva reso il favore.

Si alzò, spinse la porta, uscì dalla stanza e lo trovò, prevedibilmente, addormentato.

Chiuse la porta come aveva già fatto in precedenza e tornò al suo posto.

Hyde si era scatenato.

Jekyll non riconosceva quasi nulla di ciò che lo circondava.

Il mostro aveva distrutto, sbranato, cacciato.

Aveva vissuto più di quanto lui avesse fatto in tutti quei mesi.

Jekyll aveva provato di nuovo lo stesso senso di sgomento della volta precedente, ma con un nuovo retrogusto.

Invidia.

Hyde aveva vissuto, Jekyll aveva finito per sopravvivere.

Ma Hyde, vivendo, distruggeva e consumava fino a che non rimaneva nulla, non era capace di fare diversamente.

Jekyll costruiva, ma non sapeva assaporarne il risultato.

Trascorse notti insonni a cercare di accettare ciò che aveva capito, poi prese una decisione.

Tornò alla stanza di Hyde, la aprì e portò da mangiare alla creatura.

Hyde sembrò non fidarsi all’inizio, ma poi prese il cibo dalle sue mani e si sedette per terra a mangiarlo.

Divorarlo, sarebbe stato più corretto dire.

Jekyll lo osservò con un misto di disgusto e ammirazione, poi si sedette sul letto e gli parlò.

– Abbiamo provato a comandare entrambi. Non funziona. Se andiamo avanti così finiremo per distruggerci. Dimmi cosa vuoi.

La creatura lo aveva guardato con gli occhi di un predatore.

– Fame. – aveva ringhiato con fatica.

– Stai mangiando. Posso portartene ancora.

Hyde aveva scosso la testa, sembrava schifato dal fatto che Jekyll non capisse.

– Fame. – ripeté guardando fuori dalla finestra.

Poi una sensazione aveva investito Jekyll.

Fame.

Ma non di cibo.

Di istinti.

Di passione.

Di sesso.

Di amore.

Di rabbia.

Tutto ciò in cui Jekyll non sapeva come muoversi.

Aveva sorriso, per la prima volta da tempo.

Erano trascorsi anni da quell’incontro.

Avevano imparato a convivere.

Jekyll guidava, ma la porta di Hyde non si era più chiusa.

Jekyll prendeva le decisioni di ogni giorno, ma aveva scoperto che chiedere aiuto ad Hyde era spesso molto utile.

Quando scriveva, Hyde aggiungeva particolari e immagini a cui Jekyll non aveva mai pensato.

Incanalare la rabbia di Hyde durante un litigio o una discussione gli permetteva di cavarsela molto meglio: Hyde prendeva le frustrazioni di Jekyll, le masticava e ne faceva la propria forza.

Per non dire di quanto fosse utile Hyde nell’intimità.

La cosa che più lo faceva impazzire era come Hyde provasse istintivamente attrazione o repulsione per altri individui e non sbagliasse mai o quasi: Jekyll aveva provato innumerevoli volte a non dargli retta, a cercare prove, a dare possibilità (o a non darle). Niente, la maggior perte delle volte, alla fine, Hyde aveva ragione.

E di solito faceva una sorta di inquietante ghigno per sottolineare la cosa.

Jekyll odiava quando succedeva.

Non era certo tutto rose e fiori, ovviamente.

Hyde era ancora convinto di saper guidare e, quando Jekyll era stanco, a volte ci provava.

Per fortuna Jekyll aveva imparato ad accorgersene e tenerlo a bada, ma i risultati di quei pochi istanti erano state litigate imbarazzanti, urla, a volte anche una mezza rissa che non furono certo facili da rimediare.

Per non parlare di una o due cene romantiche non finite esattamente nel modo migliore.

Ma erano diventati soci.

Amici, avrebbe osato dire.

L’assenza di Hyde ora gli sarebbe stata intollerabile, come quella di un arto.

Con più tempo ed energie a disposizione, Jekyll aveva anche iniziato a osservare le persone intorno per capire se la loro fosse una situazione eccezionale.

Intuì che, anzi, la loro fosse quasi idilliaca.

Vedeva dei “Jekyll” in giro che non avevano mai fatto uscire i loro Hyde, finché non era stato troppo tardi: in alcuni casi la creatura della situazione aveva distrutto tutto definitivamente, altre non era riuscito a uscire dallo stadio larvale ed era morta.

Vedeva persone che probabilmente avevano molte più porte aperte delle sue due e si chiedeva come facessero a gestirle tutte.

Vedeva “Hyde” in circolazione che avevano probabilmente sbranato il loro Jekyll e si capiva fin troppo bene. Anche dall’odore che emettevano, volendo.

Lui era stato fortunato.

Collaboravano.

Hyde non si era neanche lamentato quando aveva smesso di mangiare carne, anche se ogni tanto sognava un hamburger sanguinolento.

Mentre pensava a tutto questo, Jekyll sorrise con amarezza.

Amava molto guidare quella sorta di associazione, ma c’era un prezzo da pagare.

C’erano traumi che solo lui poteva assorbire.

Delusioni.

Tradimenti.

Scelte dolorose.

Ferite dell’animo.

Ciò che lo toccava in quei piaceri e in quelle emozioni che Hyde non capiva e non avrebbe potuto capire.

Jekyll non poteva condividere anche quelli con la sua controparte: ci aveva provato, ma la reazione era stata quella di cercare cibo, sesso, lotta o tutte e tre le cose combinate in modo più o meno originale.

No, doveva proteggere Hyde da quei dolori che non poteva comprendere.

Doveva proteggere entrambi.

Così aveva iniziato ad accusare i colpi.

Una volta.

Due.

A un certo punto aveva perso il conto.

E Hyde sentiva comunque il riflesso di quel dolore.

Hyde chiedeva di poter reagire.

Hyde scalpitava.

Jekyll dovette socchiudere la sua porta, per ascoltarlo un po’ meno.

Non volevo chiuderlo, Hyde era suo amico, ma non poteva neanche lasciarlo scatenare.

Ma Hyde voleva intervenire e Jekyll si stancava anche per quello.

– Fidati di me, devo occuparmene io – gli chiedeva implorandolo.

Ma Hyde non ascoltava.

Fuga o sangue.

Sesso, cibo, lotta.

Dammi qualcosa.

Non gli bastava stare in piedi, voleva camminare.

Correre.

Saltare.

Dilaniare.

Colpire.

Fare qualcosa.

Ma Jekyll non si fidò e quella sera chiuse la porta di Hyde per poi andare in plancia, da solo dopo quella che sembrava una vita.

Si sedette, sfinito.

Ci volle poco perché la porta esplodesse di nuovo.

Jekyll sospirò.

Era troppo debole per alzarsi e lottare.

Lo aspettò.

Hyde arrivò veloce.

Lo guardò con rabbia, come un predatore troppo a lungo trattenuto.

– Non ce la faccio più. Fai quel che devi. – gli disse Jekyll sospirando.

Hyde si avvicinò minaccioso.

Allungò un artiglio.

Lo sfiorò sulla guancia.

Poi abbassò le possenti braccia e lo sollevò.

Lo portò nella sua stanza.

Jekyll aprì gli occhi senza capire perché fosse ancora vivo.

Lo sguardo di Hyde era cambiato.

C’era una luce che Jekyll non conosceva, non in lui.

Apri le labbra scagliose.

– Amico. Riposa. Poi torni.

Si voltò e si diresse verso la porta.

– Hyde! – tossì Jekyll.

La creatura si fermò.

– Sarò attento. – ringhiò.

Jekyll annuì.

– Per favore. Niente carne. – disse Jekyll, la voce impastata di debolezza.

Hyde rispose sbuffando e annuendo.

Si allontanò lasciando la porta aperta dietro di sé.

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“Non pensarci” e altre uova di Colombo.

Tra i (tanti, lo so) miei difetti, ce n’è che odio più di altri e che, mi rendo conto, non mi fa vivere bene: non riesco a farmi scorrere le cose addosso.
Invidio fortemente quelle persone che con uno scrollata di spalle si fanno cadere qualunque fastidio di dosso come se fossero ricoperti di un Superteflon ancora da brevettare: sono convinto vivano veramente bene e, altrettanto, che per molti sia un talento naturale.

Io non sono così.
Se loro sono coperti di teflon, io probabilmente ho fatto un tuffo nella melassa o nella pece prima di nascere e qualunque fastidio che mi riguardi più o meno direttamente tende ad attaccarmisi addosso e, addirittura, a infastidirmi anche nel momento in cui mi sono scordato della sua causa.
Immagino sia anche questo il motivo per cui vorrei sempre trovare soluzioni il più in fretta possibile, dimostrando una quasi totale assenza di pazienza: perché io, nel frattempo, non riesco a escludere quell’irritazione dal mio quotidiano e ci convivo come un costante sasso nella scarpa.
E, per proseguire il paragone, anche se a volte provo a togliere la scarpa e gettare via il sasso, quando la rimetto sembra sempre che sia rimasto qualche granello irrintracciabile che continua a infastidire, finché in qualche modo, nel lungo periodo scompare.

Già normalmente non sarebbe il massimo, ma se pensiamo agli ultimi anni, ci si renderà conto di come un modo d’essere del genere non concili il ricaricarsi, lo staccare, il recuperare energie.

Certo, a volte c’è qualche soluzione temporanea: sfogare il nervoso camminando è una di queste (e guarda caso stasera ho camminato per più di 8km in due ore), trovare qualcosa di tanto bello da sovrastare il fastidio è un’altra; ma è innegabile che sarebbe molto meglio imparare a chiudere fuori quel fastidio, ma non permettere di minacciare il proprio benessere, a difendersi, principalmente.

E, ovviamente, il fatto di non riuscirci finisce per irritarmi, quindi mi irrito e poi mi irrito perché mi sono irritato, in un domino che di salutare non ha davvero nulla.

Non mi arrendo, eh? Continuerò a provarci.

Però ci sono sere come questa, in cui certe situazioni finiscono per farmi innervosire o peggio, in cui davvero mi sto sulle scatole perché permetto loro di togliermi ore di serenità preziose.

Tutto qui.

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