Taffetà

Avevo scritto un post, ma l’ho cancellato.
Cancellato perché era sterile, pieno di parole che non trasmettevano nulla, pieno di frasi fatte e messe lì.

La verità è che sapere della morte di Gene Wilder è come venire a scoprire che uno dei tuoi zii preferiti d’infanzia, uno di quelli che ti faceva ridere anche se non capivi tutti i suoi scherzi, che sembrava saperla sempre più lunga di tutti e che, però, aveva quello sguardo un po’ più triste quando pensava di non essere guardato, ecco, che uno di quegli zii lì se n’è andato e tu non ti eri neanche reso conto che era invecchiato.

Non lo vedevi da anni, ma una parte di te aveva le certezza che lui fosse sempre lì, pronto a farti ridere di nuovo con storie vecchie o nuove.

E invece è andato via, colpa dell’età e dell’Alzheimer e a noi resta soltanto da riguardarlo in tutti quei momenti che ci ha lasciato.

Frankenstein Jr. è stato per me uno dei primi film che ho quasi imparato a memoria e ogni volta che vedevo che c’era lui nel cast era per me garanzia di un bel film.

Per me sarà il Dr. Frankensteen/Frankenstein prima ancora che Willy Wonka, sarà il sordo di Non guardarmi, Non ti sento, il Waco Kid di Mezzogiorno e Mezzo di fuoco, il marito fedifrago che voleva portarsi a letto Kelly Le Brock.

Ma sarà anche e soprattutto l’uomo che non aveva annunciato di avere l’Alzheimer perché “non poteva sopportare che ci fosse un sorriso in meno nel mondo”, come dice la sua famiglia nell’annuncio della sua morte.

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Per questo, anche se col magone, l’unica è ricordarlo sorridendo e ridendo.

Grazie Gene e scusa delle banalità, ma non tutti possiamo essere bravi quanto te.

Taffetà, Gene.

Taffetà.

 

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Probabilmente nessuno si è posto la questione, ma non sempre scrivo i miei post direttamente dalla pagina web del blog: in particolare, quando sono via, utilizzo una o più app per ipad e la tastiera esterna che comprai insieme al tablet stesso.
Durante le ultime tre settimane ogni post è stato scritto nel secondo modo, una sorta di firma delle ferie in corso.

Oggi no, questo è il primo post che sto scrivendo seduto sul divano, col mediacenter come pc e il televisore 40 pollici come monitor: le ferie sono finite.
E un anno è finito.
Oddio, in realtà Sahmain è tra due mesi, me diciamo che la sensazione è più accentuata ora, come ogni anno.

Queste ferie, che non sono state di viaggio o di scoperta, si sono dimostrate comunque di relax: vivere le nostre città (con qualche mini-trasferta a Caldonazzo, Cesenatico e Orta) ci ha permesso di respirare, prendere i nostri ritmi, rilassarci, ricaricarci e, soprattutto, stare insieme per tutto il tempo, cosa che ci capita solo in questi periodi; indubbiamente, poi, la buona notizia arrivata neanche una settimana dopo l’inizio delle ferie è stata la ciliegina che ci ha permesso di tirare ulteriormente il fiato, anche se con tanta paura.

E ora si torna alla vita di tutti i giorni, ricostruendola secondo nuovi parametri.
Si dovranno chiudere i conti in sospeso, sperando in nessun nuovo ostacolo.
Ci saranno lavori che chiederanno attenzione.
Ci saranno nuove sfide e opportunità.
Ci sarà, soprattutto, il mio desiderio di nuova vita, nuova crescita, nuovi obiettivi da costruire: la speranza è di riuscire a equilibrare tutto; lavoro, passioni, scrittura, attività fisica, amici, sentimento.
Non è banale e qualcosa può sempre passare in secondo piano, ma ora rivoglio tutta la vita che non sono riuscito a vivere in questi mesi.

E se è sempre amaro dover tornare a vivere separati, voglio che almeno ne valga la pena.
Voglio, per me e per noi, soddisfazioni, conquiste, crescita, evoluzione.

Vita.
Sorrisi.
Vittorie.

Perché di giocare in difesa ci siamo rotti le palle.

Una volta per tutte.

Buon inizio a noi.

 

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Ritrovi

Capita non ci si veda per settimane, anche mesi.

Capita ed è normale: le vite prendono pieghe diverse, ognuno ha i suoi ritmi, pensieri, problemi.

Ma poi l’occasione per ritrovarsi c’è.

Può essere la sola voglia di rivedersi, un compleanno, a volte più compleanni insieme.

E ci si ritrova a ridere, sparare cazzate, raccontare, prendersi in giro, mangiare, bere, camminare, tirare fuori una bici da un bagliaio, ridere di due ragazze che impiegano venti minuti a fare un selfie, passare vicino ai buttafuori del Just Cavalli’s, chiedersi perché la gente si fermi all’Arco della pace solo per stare seduta e bere, fare foto belle e foto molto meno belle, sentirsi vecchi e, fondamentalmente, fregarsene.

E non ha importanza se la prossima volta sarà tra qualche settimana o mese.

L’importante è sapere che quando arriverà sarà di nuovo così.

Perché noi siamo così e tanto basta.

 

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Una sera d’agosto

Prendere il treno chiacchierando con una ragazza che veniva a Milano per fare un colloquio e trovarsi a chiedersi, a fine giornata, come le sia andata.

Tornare a casa e rassicurare Stitch che per un bel po’ non mi assenterò così a lungo. Non so se ha recepito, ma nel dubbio non mi si stacca da dosso.

Preparare una quintalata di risotto al pomodoro perché qualcuna ne aveva voglia. E nonostante tutto rischiava di non bastare.

Andare a mangiare un burger vegano in un posto piccolo e delizioso. Primi clienti della serata, locale ancora vuoto. Gustare con gioia e relax.

Passeggiare in darsena giusto il tempo per pensare che sì, potremmo fare ora quella navigazione sul naviglio che puntiamo da un po’.

Detto fatto.

Quanto amo i detto fatto.

Quanto amo fare invece di dire “prima o poi si dovrebbe”.

Soprattutto ora.

Soprattutto in questi giorni.

Sopratutto quando si ha sete di vita per se stessi e gli altri.

E quindi farsi quell’oretta in nottura sul Naviglio Grande, tra guide registrate di cui si potrebbe fare a meno, qualche bimbo troppo urlante, ma alla fine chi se ne frega: c’è la meraviglia di vedere angoli di Milano da un lato diverso dal solito; di vedere la darsena dall’acqua.

Di cambiare punti di vista.

Tornare a casa appagati e ridanciani.

Saranno anche gli ultimi giorni di ferie, ma hanno il sapore dei primi di una nuova vita.

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Mordimi

Ci sono due categorie di appassionati, quando si parla di letteratura e, più in genere, di artisti.
Uno è il fan acritico, quello che qualunque cosa produca il suo idolo finirà per considerarla oro da amare incondizionatamente, solo perché è nato dalla mente del suo adorato: si tratta di una categoria, per quanto mi riguarda, inutile; se mi interessa avvicinarmi a un autore che non conosco ho bisogno che si sappia essere obiettivi e onesti, nonostante i gusti e le passioni, altrimenti rischierò di avvicinarmi all’opera sbagliata e ad allontanarmi velocemente da un autore che, altrimenti, potrebbe finire per piacermi.

Poi, per fortuna, ci sono gli appassionati più obiettivi: quelli che amano un autore, lo seguono, comprano praticamente ogni cosa che pubblichi, ma che sanno riconoscere quando una sua opera è sotto tono o, addirittura, quasi oggettivamente brutta.

Io spero e cerco di far parte, ovviamente, di questa seconda categoria.

Una premessa un po’ strana per spiegare quanto il mio amore per Christopher Moore non sia sufficiente a farmi sperticare in lodi per “Mordimi”, ultimo volume della sua trilogia vampiresca.

Il primo problema sta proprio nel fatto che si tratta di una trilogia e che, onestamente, risulta piuttosto diluita: tre libri sono decisamente troppi per una trama che, soprattutto nell’ultimo volume, fa fatica ad andare oltre le scene macchiettistiche; il fatto, poi, che in Italia la sequenza di pubblicazione sia stata completamente sfalsata (prima il secondo, poi il primo, poi l’ultimo) non ha di certo aiutato.

Ma il fatto che è questo libro manca di alcuni degli ingredienti fondamentali di Moore: se anche l’ironia, inclusa e sottolineata quella molto greve, è presente, non è sostenuta dal resto dell’impalcatura; la parte parodistica è poco funzionale, quella di approfondimento non serve, quella di presa in giro di certi cliché sembra il compitino scritto per prendere la sufficienza.

Il risultato è un romanzo che sì, sa strappare diversi sorrisi, ma che sembra sempre distaccato da quello che dovrebbe essere l’impegno dell’autore: il problema è che sa qualcuno sa scrivermi un capolavoro come Biff o delle chicche come Fool e Sacre Bleu, poi un libro come Mordimi rasenta pesantemente il rischio di essere deludente.

Poi di idee interessanti (a partire dai gatti vampiro) ce ne sono, ma cadono nel dimenticatoio troppo presto o si risolvono troppo velocemente per dare soddisfazione: sembra di leggere più il Moore di Practical Demonkeeping, per capirci, piuttosto che quello di Fool.

Il libro finisce per salvarsi perché il buon Chris sa comunque scrivere, sa intrattenere e sa incuriosire sulla fine della vicenda, ma questo è l’esempio di un libro che non consiglierei per capire perché io ami questo autore.

Leggetelo solo se siete curiosi di sapere come finirà la storia di Tommy e Jody o perché avete voglia di rivedere l’Imperatore di San Francisco, altrimenti potete tranquillamente saltarlo.

 

 

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