Smettila!

Sono stanco, un raffreddore piuttosto banale ma altrettanto rompiscatole sta dimostrandomi quanto poco ormai abbia il fisico, ma stasera volevo fermare nero su bianco un piccolo momento speciale di sabato pomeriggio.
In autobus, a Bologna, diretti verso il centro (poi magari un giorno vi dirò quanto in una frase come questa sia incluso il rischio di rompersi parecchie ossa, ma non stasera).
Ci sediamo dietro una donna araba seduta accanto a una bambina che immaginiamo essere sua figlia.
La bambina è argento vivo, ride, parla con l’adulta, guarda il mondo.
A un certo punto si mette in ginocchio e inizia a rivolgersi a Miss Sauron, che le dà subito corda.
Ridono, si fanno le linguacce, lei decide che anch’io sono degno di attenzione e si mette a fare nascondino con me.
Ci parla un po’ in arabo e un po’ in italiano, con quella che scopriamo essere la zia che le dice che no, a noi deve parlare in italiano.
E lei ci prova, ridendo sempre, ogni tanto non sapendo delle parole e facendosele dire da Miss Sauron.
Ha due anni e mezzo, ci dice la zia.
Due anni e mezzo e pestifera come una delle simpatiche canaglie e adorabile quanto un gattino appena arrivato a casa.
Si mette a far finta di telefonare con la tessera dell’autobus della zia.
Poi la passa a Miss Sauron per farla parlare.
Poi si mette a comporre numeri a raffica ogni volta che il telefono non risponde.

E ride, ride tantissimo.

Si avvicina la nostra fermata, loro scenderanno a quella dopo.

Mi alzo.

Lei mi guarda e praticamente urla “smettila!”.

Smettila, perché ha capito che stiamo scendendo e non vuole.

Smettila perché vuol continuare a giocare con noi.

Smettila, e fa cenno col dito di stare seduto.

Le sorridiamo, la salutiamo, lei piange perché non “abbiamo smesso”.

E niente, cosa dicevo l’altro giorno di ricordare le cose belle?

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The legends of River Song

River Song.
Chiunque non conosca Doctor Who non avrà idea di cosa questo nome significhi, chi invece è un fan starà già sorridendo.
River, la moglie del Dottore, uno dei personaggi meglio tratteggiati da Steven Moffat, è anche indiscutibilmente uno dei più amati dai fan, che godono di ogni episodio in cui compaia (ce ne saranno altri? Dubito, ma mai smettere di sperare…).

Del personaggio, però, si è sempre saputo poco: o meglio, si è sempre saputo che c’erano un sacco di sue avventure mai raccontate e che suonavano piuttosto stuzzicanti.
Ecco, The Legends of River Song si propone di raccontarne qualcuna ed è il motivo per cui, visto da Forbidden Planet lo scorso luglio, non ho potuto lasciarlo dov’era.

Il libro è in realtà una raccolta di cinque racconti che si focalizzano ognuno su altrettanti momenti nella vita di River, tutti comunque successivi al suo matrimonio col Dottore, Dottore che compare in tre di questi a volte come coprotagonista, altre come poco più che una comparsa.

Essendo scritti da autori diversi anche il livello di gradimento può cambiare parecchio e, soprattutto, se alcuni aggiungono tasselli molto interessanti, altri lasciano il tempo che trovano raccontando poco più che un divertissement in cui si continua a mostrare il carattere di River che i fan ben conoscono: il problema è che giocare su carte sicure non è sufficiente a ottenere un risultato che vada oltre la sufficienza.

Se, quindi, è estremamente divertente vedere River e il Dottore interagire in un enorme parco dei divertimenti ispirato alla mitologia nordica o se lo è ancora di più vederla comparire in una vicenda collocata una settimana prima del primo episodio del Nono Dottore (con Eleven che accenna alla cosa in modo piuttosto efficace), molto meno interessante è leggere una vicenda su un parco dei divertimenti (sì, un altro) ispirato a Venezia o su creature antiche quanto i Time Lords che, però, vengono sconfitte fin troppo facilmente.

Sia chiaro, il libro si legge volentieri, è divertente e scorrevole, ma sicuramente bisogna essere veri fan per valutarlo con qualcosa di più di una semplice sufficienza.

È svago, quello sì.

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Ristampa N. 3: Sia Chiaro

Tutti, o quasi, abbiamo una o più storie passate che hanno lasciato un segno: storie caratterizzate da abitudini, momenti, con sapori e odori propri, se vogliamo.
Sono storie che durano settimane, mesi, anni e che prima o poi finiscono perché, beh, perché non tutte le cose belle riescono a durare.
Questo racconto, scritto quasi dieci anni fa (aprile 2007) narra di una di quelle storie.
Scritto a partire da una serie di canzoni che mi portarono in quel mood, ispirato, in alcuni punti, a momenti vissuti ed emozioni reali, divenne qualcosa di autonomo.
Tutti prima o poi abbiamo guardato indietro chiedendoci se avessimo fatto la scelta giusta: una domanda quasi sempre tanto fine a se stessa quanto umana e quanto, sinceramente, inutile.
Eppure ogni tanto è lì.
Il protagonista della storia si fa questa domanda e si risponde nell’unico modo possibile, quello che gli serve per continuare la sua strada.
Buona (ri)lettura.

SIA CHIARO

Sia chiaro, una volta per tutte: io non ti amo.
Anzi, per essere più preciso, io non ti amo più.
Se mai ti ho amata.
Già, perché mica ne sono poi così sicuro, sai?
E se non ti avessi amata allora sarebbe giusta la prima versione.
Io non ti amo.
Ecco, almeno iniziamo a chiarirlo.
Io non ti amo.
E’ semplice, non ti pare?
D’altronde ti ho lasciata io, giusto?
Allora che senso avrebbe amarti ancora?
No no, io non ti amo, mettitelo in testa.
Anzi, non riesco proprio a capire come facevo a pensare di amarti, sai?
Mi viene proprio da ridere, è talmente assurdo… amare te!
Stiamo scherzando?
Dovevo aver fumato qualcosa di strano, ne sono convinto.
L’effetto magari è durato un po’ a lungo, ma è l’unica spiegazione.
Cos’avrei dovuto amare di te, me lo spieghi?
Non penserai mica che il fatto che mi perdessi in quegli occhi scuri e luminosi insieme potesse bastare, vero?
Ma figuriamoci…
E poi? Cos’altro? I singoli sguardi sufficienti a capirci?
Beh, che c’è di strano?
Sai con quanti amici mi capita?
Oppure, non so, il nostro giocare a raccontarci le canzoni?
Dai, siamo seri, era un gioco da ragazzini e noi non lo eravamo poi così tanto, su…
Sì, lo so che ti dicevo che adoravo giocare insieme e sentirci bambini, ma non ci avrai mica creduto, vero?
No, ecco, ci sono: magari doveva essere il tuo profumo, vero?
Sì, quel profumo che mi faceva impazzire e non capire più nulla: se quella è la tua arma segreta, allora sei messa male… hai idea di quante donne lo portino, eh? Ne hai idea?
E non pensare subito al fatto che non riuscivamo mai a saziarci di noi, che non attacca: era solo fare l’amor… no, che sto dicendo? Era passione, quella, passione e basta, niente di più.
E poi che credi? Che davvero mi facessi tenerezza quando ti commuovevi davanti ad un film? O che amassi davvero cucinare con te? Oppure, mi viene da ridere al solo pensiero, che dormissi poche ore a notte solo per passare più tempo con te?
Ma per favore, dai, non diciamo stupidate: avevo ben altre motivazioni, io, che credi?
E’ solo che ora non ricordo quali, ma ti assicuro che c’erano…
Lo vedi? Se andiamo a pensarci bene, non c’è nulla che possa giustificare l’amarti o l’averti amata.
Proprio nulla.
Zero.
Niente.
Niente, capito?
E non credere che il fatto che ricordi ogni tuo e nostro particolare significhi qualcosa, lo sai che ho buona memoria…
E’ solo grazie a lei che ricordo i tuoi occhi corrucciati al mattino, è solo quella che mi fa tornare alla mente il nostro primo bacio, così come quelli che l’hanno seguito: non è assolutamente perché adoravo quel piccolo gemito che facevi quando ti perdevi nel baciarmi, cosa credi?
E’ solo la mia buona memoria che non mi permette di scordarmeli.
Peccato che poi si dimentichi di ricordarmi perché è finita, ma questo non conta ora, non provare a distrarmi con questi trabocchetti.
Una cosa è certa.
Io non ti amo.
No.
Non ti amo.
Non voglio amarti.
Non posso amarti.
Non devo amarti.
Anzi, io devo odiarti.
Devo ricordare ogni litigata, ogni incomprensione, ogni singolo momento di rabbia e devo scordare che ognuno poi era seguito dal nostro saper fare la pace…
Io devo odiarti, lo capisci?
E’ indispensabile che ti odi.
E’ l’unico modo.
Sono costretto, cerca di capirmi, ti prego.
Devo odiarti perché non posso esserti indifferente.
Devo odiarti.
Devo, per un solo, banale, maledettissimo motivo.
Devo odiarti perché devo provare qualcosa per te.
Perché altrimenti non averti farebbe troppo male, amore mio.

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Rientro

Tornare alla vita di tutti i giorni dopo due giorni intensi come quelli appena trascorsi è, frase estremamente banale, piuttosto destabilizzante.
Un po’ per la stanchezza fisica che richiede tempo per essere smaltita (sì, sto invecchiando male), un po’ perché nel giro di meno di 48 ore ti trovi a infilare tanto di quel bello visto, sentito e vissuto da aver bisogno di lasciarlo sedimentare e germogliare.

È la seconda volta che viaggio da solo e, guarda caso, la seconda che capita a Londra e, di nuovo, la seconda che accade perché devo assistere a qualcosa in cui è presente Neil Gaiman: dopo lungo tempo in cui uno dei miei sogni è sempre stato “prima o poi vederlo dal vivo”, nel giro di due anni mi è capitato due volte; due anni fa era in scena con sua moglie e altri ospiti, mercoledì sera era da solo a parlare del suo nuovo libro “Norse Mythology” ma anche di novità varie in arrivo.

Questa la motivazione principale per cui, a inizio dicembre, mi sono messo in coda virtuale di due ore per comprare il mio biglietto, seguito dall’acquisto immediato del volo con Easyjet e infine dall’albergo, tutto nel giro dello stesso giorno.

Ma non puoi andare a Londra senza cercare di sfruttare a pieno il tempo a disposizione, così ho scoperto che c’erano due mostre che mi interessavano e ho deciso di incastrarle.

Mercoledì mattina, sveglia impostata alle 4.10, la giornata non era iniziata benissimo, con Stitch che aveva deciso di vomitare una palla di pelo alle 4 in punto. Già avevo sì e no quattro ore di sonno, ma la sveglia al suono del gatto che vomita è una di quelle più disturbanti che possa immaginare. Quindi, in coma, alzarsi, pulire e poi prepararsi per andare in aeroporto. E anche qui, sorpresina. Se il parcheggio P2 di Linate è sempre estremamente comodo, sarebbe stato ancora più comodo avere accesso dalle porte situate al piano arrivi invece di dover prendere la rampa delle auto (a piedi) da fuori. O almeno sarebbe stato carino che qualcuno avvisasse, ecco.

Ma alla fine sono partito, sono arrivato, e ho constatato quanto il Gatwick Express sia gestito male (ma ci torneremo): con il ritardo previsto indicato a tabellone aumentato di minuto in minuto (letteralmente) e un bel cambio di binario poco prima, giusto per verificare l’attenzione dei viaggiatori.

E, arrivato a Victoria, ho trovato le porte di ingresso della stazione della metropolitana chiuse. Nel senso che erano tirate le saracinesche. Il fatto che ci fosse gente in coda mi ha fatto intuire che probabilmente la cosa fosse temporanea (immagino per motivi di sicurezza legati al flusso dei viaggiatori), ma qualcosa dentro di me ha urlato un sentitissimo “come onnnnnn“.

Ma anche questa è andata, porte aperte, ricaricata di 20£ la Oyster e via in viaggio verso l’albergo.

Uscire a Earl’s Court e trovare l’ormai familiare Tardis vuol dire respirare in qualche modo aria di una casa quando non sei a casa. La stanza già disponibile, con la scoperta che ora l’Ambassadors offre un cellulare gratis (internet incluso) in comodato d’uso finché si pernotta lì, è stato il benvenuto. Quello e la doccia rinfrescante prima della partenza alla conquista della città, con la prospettiva di non tornare fino a sera.

Immancabile #tardis

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Earl’s Court è così vicino al Museo della Scienza che non farla a piedi è un crimine. E poi così si passa davanti al Museo di Scienze Naturali.

tu come lo immagini un museo di storia naturale? ecco, così

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Ma quel giorno era la mostra “Robots” ad attendermi: dalle prime idee ai tentativi di stupire il pubblico con macchine semoventi, dagli orologi ai cigni d’argento, dalla fantascienza alla realtà, da robot dell’immaginario a quelli che oggi già vengono costruiti e studiati. Robot per sfidare la scienza, Robot per imparare meglio del corpo umano. Una mostra affascinante e coinvolgente, a tratti inquietante, molto più spesso in grado di far dire “ancora” e far chiedere quando avremo intorno a noi dei Replicanti o degli Host (cit. Blade Runner e Westworld).

Kodomoroid

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Finita la mostra, i giri più classici: Forbidden Planet, Foyles, Seven Dials, Covent Garden, Il Southbank.

Ho comprato un regalo, ho desiderato comprare di tutto, ho girovagato tra scaffali di libri, ho chiacchierato con una signora cinese che parlava pochissimo inglese ma voleva essere sicura di aver comprato i libri giusti per sua figlia. E nel frattempo mi ha raccontato di essere in vacanza per due settimane e di avere un’amica sposata con un italiano.

Passeggiare, nonostante la pioggia che ogni tanto si è fatta viva, scattare foto dal Waterloo Bridge rischiando di rimetterci l’ombrello ma non si poteva lasciare quelle immagini lì.

Sunset

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E non si può passare dal Southbank senza entrare al National Theatre, girare la sua libreria piccola ma in cui ci si vorrebbe perdere, respirare quegli spazi.

Alla fine, il Southbank Centre, il libro, l’attesa per lo spettacolo. Duemila persone lì solo per lui. Neil Gaiman, a fare quello che sa fare meglio. Raccontare storie.

Ha letto passi del suo libro (facendoci pendere dalle sue labbra), ce ne ha raccontato la genesi, ha risposto a domande interessanti che dimostrano quanto il suo pubblico sia uno specchio di ciò che è lui.

Ci ha mostrato il trailer di American Gods  (“Amazon ha chiesto a BBC di farglielo portando una vagonata di soldi. Poi ha chiesto se ne volessero ancora e hanno detto ‘ecco, prendete quest’altra vagonata’”), in onda da Aprile, ma anche il trailer in divenire di “How to talk to girls at parties”, film che uscirà quest’estate basato su un suo adorabile racconto (con Elle Fanning e Nicole Kidman, tra l’altro).

Ma soprattutto ha chiacchierato con noi e questo era ciò che desideravamo.

Se confronto con la volta precedente mi rendo conto di quanto questa sia stata diversa. Lì erano lui & Amanda Palmer, con lei che tende a imporsi sulla scena e lui che, bene o male, lascia fare. E c’erano ospiti. Ieri sera era il Neil Gaiman che ho apprezzato in ogni sua parola, nello speech “Make Good Art”, nelle interviste.

La soddisfazione di essere nel posto giusto al momento giusto.

Norse Mythology #neilgaiman

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Ehm 😎

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Finita la serata, le energie erano veramente al minimo, giusto il tempo di attraversare il ponte, innamorarmi dell’ennesimo scorcio, raggiungere Enbankment e tornare in albergo, in vista della giornata di ieri.

Fine serata

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L’idea era semplice: colazione, check-out, acquisto di medicinali (sono vecchio, lo ribadisco), British Library.

Tanti italiani in albergo. Troppi. Lo so, sono snob, ma spesso i nostri connazionali non sono un esempio di vanto all’estero e tendo a cercare di evitarli. Colazione british, stavolta: uova, fagioli, succo d’arancia. Non male.

E poi la British Library, uno di quei luoghi in cui ti perderesti se ne avessi il tempo. L’obiettivo era la mostra sulle mappe “Drawing lines” e, uomo fortunato, sono riuscito a entrare subito.

La mostra partiva dall’idea di accompagnare il visitatore nei vari aspetti che le mappe possono assumere (o aver assunto) nelle vite di ognuno di noi. Dall’iniziale scopo di mostrare il mondo ad aspetti molto più complessi e controversi: Guerra, Pace, Economia, Propaganda, Satira, Pubblicità, Letteratura. Non c’è campo che non venga influenzato dalle mappe o che influenzi a sua volta le mappe. Pensiamo, certo, alle classiche cartine da viaggio, ma pensiamo anche alle mappe necessarie agli attacchi militari, a quelle indispensabili per fuggire da luoghi come Sarajevo, a quelle che testimoniano atrocità come Auschwitz o a quelle che mostrano com’era Berlino ai tempi del muro.

Mappe con giochi dell’oca di epoca fascista, mappe della Terra di Mezzo disegnata a mano da Tolkien su carta millimetrata, mappe di legno studiate per spiegare come navigare tra le isole, mappe che ci mostrano le statistiche delle popolazioni di un’area, mappe che vengono corrette in seguito ad attacchi di guerra.

Le mappe sono nostre compagne costanti da secoli, ci accompagnano, ci guidano e ci indirizzano: a volte positivamente, altre molto meno.

La mostra, meravigliosa, raccontava tutto questo in un giro che non ha richiesto meno di due ore.

Sono momenti come questi che fanno dire grazie. Grazie di poterli vivere.

Cartina stradale del 1767. Già.

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Se questa non la riconoscete non so cosa dirvi. Tolkien la disegnò su carta millimetrata ❤

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Uscito dalla British Library restavano poche ore.

Come riempirle? (Che di star seduti non se ne parlava).

Beh, King’s Cross è a due passi, vuoi non fare un salto al Binario 9 3/4? Vuoi non entrare nello shop di Harry Potter e cercare di trattenerti dal comprare tutto? (Anche se quel Trivial, la prossima volta…).

E una volta alimentato il nerd (sia metaforicamente con lo shop che materialmente, che avevo fame) vuoi non aggiungere un’oretta al British Museum? Dai, sono 15 minuti in autobus. E basta farci due passi dentro per stare bene. Basta fermarsi davanti alla Stele di Rosetta, ammirare statue egizie e greche per poi doversi costringere ad andare via, che il tempo di tornare in Italia è quasi giunto.

Banale, ma impossibile non scattarla

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È sempre emozionante vederla. #rosettastone

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E qui torniamo a ringraziare il Gatwick Express, vero?

Già, perché uno arriva puntuale, va al binario segnalato, il treno arriva, ci sale e sente il capotreno annunciare che si partirà entro un paio di minuti… salvo poi, un minuto dopo, sentire un nuovo annuncio che no, non è quello il treno che deve partire, che bisogna andare tutti al binario 9 (dal 14) e sbrigarsi. 
Risultato? 
Praticamente un carro bestiame.
30 minuti e passa in piedi.
Quasi quindici minuti di ritardo.
Circa 18£ spesi.

Ma l’importante è non aver perso l’aereo.

Nonostante i miei controlli di sicurezza, stavolta, siano consistiti in:
– Classico metal detector
– Body scanner
– Metal Detector a mano
– Perquisizione.

Mancava solo quella corporale, per la quale non avevo alcuna fretta.

(E sì, gli ho spiegato che forse suonavo per colpa dell’orologio che la collega mi aveva detto di tenere. Ovviamente non ha cagato la cosa.)

Infine il gate. 

Dodici minuti a piedi per raggiungerlo.

Che se volevano partissi da Heathrow bastava dirlo, eh?

Prospettive

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Alle 23 ero a casa, dopo un viaggio un po’ a leggere e un po’ in dormiveglia, con la mia musica nelle orecchie e il vicino che ogni tanto sgomitava: e gli applausi all’atterraggio, quelli che ti fanno dire “cazzo, sono tornato”.

Stitch miagolava.

Io ero distrutto.

Ma ad averne di giorni così.

 

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Ma vai sempre a Londra?

Sì, vado sempre a Londra.

O, meglio, vado a Londra il più possibile, anche se solo per due giorni come stavolta (ma tanto tra un mese e mezzo si recupera).

D’altronde se zio Neil pubblica un nuovo libro sulla Mitologia Nordica e decide di farne un reading al Southbank Centre.

Se a quel reading ci saranno suoi libri autografati.

Se per puro caso (e due ore di coda on line) sei riuscito a procurarti il biglietto.

Se avvengono tutte queste combinazioni fortuite chi sei tu per rifiutarti?

Ecco, dicevo io.

Per cui tra nove ore circa mi imbarcherò su un volo per Gatwick e domani sera mi godrò il reading e proverò (di nuovo) a ottenere una dedica in aggiunta all’autografo.

Condirò poi il tutto con passeggiate, due mostre e quel che verrà.

Ciò implica che non è detto mi leggiate domani e/o dopodomani, ma sono certo ve ne farete una ragione.

Proviamo a dormire, va.

London calling (sì, lo dico ogni volta, sono vecchio e ripetitivo).

See you soon.

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